venerdì 29 marzo 2013

L'ottimismo è il sale della vita: imparare a pensare positivo

Una visione del mondo rosea e ottimista è l’arma in più che ci consente di vincere le sfide quotidiane (e che ci può anche aiutare a guadagnare di più); almeno secondo gli studi di Sharot, ricercatrice all’University College di Londra.
La ricerca, tramite l'uso di risonanze magnetiche che mostrano come funziona il cervello quando semplicemente immaginiamo di agire in modo ottimistico, illustra come gli esseri umani siano naturalmente portati a rifuggire il pessimismo.
Credere in noi stessi aiuta sicuramente a raggiungere gli obiettivi prefissati ma, ancor più importante, consente di sopravvivere ad eventi avversi che – in misura maggiore o minore – siamo chiamati ad affrontare. Come a dire che tra le tante risorse di cui l’essere umano dispone, l’ottimismo è quella che consente di preservare la specie, a dispetto di tutto.
Questo accade perchè il cervello umano adotta dei piccoli trucchi per far apparire la vita migliore di quella che è in realtà. Il cervello degli ottimisti sembrano elaborare i dati, utilizzati per prevedere il futuro, selezionando in maggior numero quelli positivi, e cercando di ignorare quelli negativi inducendo gli ottimisti ad immaginare un futuro migliore.
Ovviamente eventi o circostanze esterne (condizione socio economica, organizzazione famigliare etc.) o fasi della vita particolari (adolescenza e vecchiaia, ad esempio) possono minare l’ottimismo innato e spingere i circuiti cerebrali a lavorare più duramente per mantenere una visione rosea del futuro.
Sembra quindi, almeno secondo questa ricerca, che nonostante si resti liberi di scegliere quanto essere positivi o negativi la natura ci abbia comunque fornito di una tendenza di base all'ottimismo.
L’ottimismo,quindi, è una caratteristica innata in tutti e che si potrebbe sviluppare al meglio con un pó di pratica.
Innanzitutto se è vero che non possiamo avere sempre il controllo su tutto ciò che ci circonda, possiamo però avere il controllo su di noi e sui nostri pensieri; in altre parole se il nostro cervello è portato ad essere ottimista sta a noi aiutarlo a continuare ad esserlo anche nei momenti che appaiono piú difficili o "scuri".
Ci sono alcune semplici regole da rispettare per mantenersi ottimisti:

- Concentrarsi su ciò che si vuole non su ciò che non si vorrebbe

- Concentrarsi su ciò che di buono si possiede già nella vita e quanto questo già di per sé sia fonte di soddisfazioni

- Dire sempre a se stessi: “Io posso”, “io sono in grado”, “io sono una persona positiva”.

- Durante la giornata, ripetere con convinzione ciò che si desidera e fare anche solo un piccolo passo per avvicinarsi di piú all'biettivo

- Cercare il lato positivo delle cose ( o almeno esercitarsi a farlo )

-Far seguire ai pensieri positivi delle azioni positive

- Pensate sempre al bicchiere mezzo pieno, mai a quello mezzo vuoto.

- Pensare che se anche non si è riusciti ad essere piú positivi "oggi" si potrà di nuovo provare ad esserlo "domani" (ossia: non trasformate il pensiero positivo in una condanna)

Certo, questi non sono che piccoli "trucchetti", non risolvono i problemi piú gravi, ma a volte possono essere utili per far tornare un pó di colore in una giornata troppo grigia.


sabato 23 febbraio 2013

Elezioni 2013: i fattori psicologici che influenzano il voto

Il voto è un nostro diritto tra i più importanti perchè ci permette di decidere, o almeno influenzare, l'andamento politico e quindi sociale e culturale del paese dove viviamo, e proprio per questo motivo sarebbe importante andare a votare con la maggiore consapevolezza possibile di ciò che si sta facendo.
Purtroppo l'attuale situazione politica poco invoglia a far valere la propria opinione tramite il voto e pare che anche per queste elezioni ci sia un forte rischio astensione provocata proprio dalla crescente delusione nei confronti della classe politica.
Va però precisato che la scelta di astenersi dal voto rientra all'interno di meccanismi psicologici legati comunque alla scelta che sono però basati su scelte "euristiche", intuitive e poco riflettute, lo stesso tipo di scelte che hanno portato alla situazione attuale perchè sono strategie decisionali che potremmo definire "brevi" e che vengono messe in atto quando si ha la consapevolezza che mancano importanti dati certi sulla realtà per fare delle valutazioni precise.
Ma perchè oggi ci troviamo a prendere decisioni anche rilevanti come quelle di voto in questa maniera così poco ponderata?
Il fatto è che gli elementi su cui ci si basava nel passato per decidere a chi dare il voto erano molto diversi; per esempio erano importanti le componenti ideologiche, la tradizione di voto,i valori e gli interessi delle classi sociali, delle famiglie e dei singoli elettori.
Oggi invece ci troviamo a vivere in una società sempre più fluida e basata sulle immagini e si viene quindi da queste maggiormente influenzati; il fatto è che la frequente astrattezza delle aspirazioni politiche manifestate in complessi dibattiti spesso comunemente incomprensibili o quantomeno generanti confusione e dati contrastanti portano sempre più ad affidarci all'immagine del singolo; l’attuale comportamento di voto, infatti, appare come un processo di scelta sempre più “personalizzata”, cioè mosso in modo crescente dalle caratteristiche individuali dei candidati e quindi dall'immagine che riescono a trasmettere agli elettori.
E' per questo motivo che i media ci portano sempre più dentro alla vita personale dei candidati, cosa che prima non era mai accaduta. La constatazione di ciò comporta che, dalla televisione ai giornali, viene giocata una campagna elettorale sempre più basata sulla possibilità di accattivarsi simpatie, di affascinare il popolo, di apparire più simili e vicini agli elettori o quantomeno alla loro immagine ideale. La tendenza degli elettori a lasciarsi guidare dagli aspetti di personalità ricavati attraverso pochi, spesso selezionati, momenti di comparse televisive è aggravata da una ulteriore propensione a giudicare i politici sulla base di semplificazioni cognitive ed emotive.
Una delle semplificazioni è appunto rappresentata dalle scelte "euristiche". Infatti per far fronte alla difficoltà crescente nel comprendere i programmi politici e alle incertezze rispetto alle promesse sfiduciate dai partiti opposti o dimostratesi inattendibili, vengano messi in atto comportamenti più intuitivi, guidati più spesso da impressioni emotive come simpatia e fiducia.
Questo accade anche perchè, come affermato da Caprara, per valutare i candidati noi non andiamo a guardare le reali capacità dimostrate in passato; un altro fattore che influenza l’espressione del voto è infatti la “propensione a non rischiare” che è guidata da una tendenza conservativa degli elettori che, rassicurati dalla conoscenza di alcuni punti certi, sono poco disponibili a mettere a rischio l’equilibrio ambito e spesso percepito come instabile. Per tali ragioni in ogni elezione esiste un vantaggio dei politici che concorrono per il rinnovo delle cariche piuttosto che di quelli che devono ancora farsi conoscere dagli elettori. Inoltre, sempre in base a questi studi, pare che tendiamo anche nella scelta elettorale a subire una sorta di effetto "recenza" ossia a ricordare meglio eventi accaduti o narrati di recente su cui viene consolidata la propria scelta di voto, malgrado i complessi intrecci della storia narrata durante un governo.
L'unico modo per poter effettuare delle valutazioni consapevoli è quindi quello di non farsi sfiduciare, non smettere di informarsi, effettuare confronti e sforzarsi il più possibile di essere realistici, e non cadere in questi meccanismi sopra esposti che anche i politici stessi conoscono molto bene.



domenica 27 gennaio 2013

Come stanno cambiando i sentimenti maschili (2): Competizione e paternità


La rivoluzione sessuale degli anni 60/70 ha inciso enormemente su quello che è il “gioco dei ruoli” tra uomini e donne, un “gioco” che è molto cambiato negli ultimi anni e non corrisponde più  con gli ideali “classici” dell’uomo che lavora e porta a casa lo stipendio mentre la donna resta ad occuparsi della famiglia e dei figli nel ruolo di “angelo del focolare”.
Oggi come risultato del famoso ’68 gli equilibri della coppia sono modificati e gli uomini stanno scoprendo dei nuovi sentimenti, quelli che erano tralasciati perché complementari alla donna e che ora anche gli uomini si trovano a vivere e quindi a dover comprendere. Uno di questi nuovi sentimenti è l’invidia per le donne, già affrontato nel precedentearticolo, un altro è la competizione con le donne, una vera e propria novità per le donne  e gli uomini della seconda metà del secolo, ormai, scorso.
Mai come oggi infatti i due sessi sono simili e nello stesso tempo in conflitto; in passato gli ambiti lavorativi, gli obiettivi, erano in ambiti differenti e distinti per sesso, per ruolo, basti pensare che esistevano dei veri e propri oggetti per donne e altri per uomini; prima degli anni ’50 nessuna donna avrebbe mai saputo portare un’automobile mentre nessun uomo avrebbe mai saputo utilizzare un ago da rammendo. Oggi gli obiettivi e gli interessi sono condivisi, tanto nell’ambito culturale quanto lavorativo ed economico, e portano competizione fra i due sessi. Ma la competizione, così come l’invidia, oltre ad esprimere un disagio ed una forma di conflitto relazionale tra uomini e donne implica anche una diversa visione dell’altro, percepito come persona che manifesta le stesse capacità e gli stessi diritti.
La competizione infatti implica il rispetto e la considerazione del proprio “avversario” che può diventare una possibilità di solidarietà non più basata sui bisogni ma sulla stima reciproca; questo è uno dei punti centrali del cambiamento, il passaggio dalla complementarietà uomo/donna, in cui l’uno aveva bisogno dell’altra e viceversa, alla similarità in cui entrambi hanno le stesse qualità. Ovviamente questo cambiamento manifesta sia elementi positivi che negativi; percepirsi simili ha sicuramente un grande valore, permette la stima reciproca e una possibilità di comprensione e compartecipazione fra i sessi mai vista precedentemente, ma contemporaneamente rischia di portare ad una vita solipsistica in cui non si ha mai bisogno dell’altro, che infatti spesso viene cercato solo per brevi momenti in cui si evade da una single-tudine da cui è quasi impossibile separarsi.
Un campo significativo in cui la competizione tra uomo e donna si è allargata è sicuramente quello della gestione dei bambini, che solo negli ultimi anni è stato stabilmente conquistato dagli uomini.
E qui si arriva ad un altro “nuovo sentimento” maschile, quello della paternità; ovviamente non che questo in passato fosse assente ma oggi la cosiddetta funzione paterna di cui si parla tanto si è parzialmente spogliata (a volte anche troppo) del cosiddetto “ruolo di capofamiglia” basato sull’obbligo di mantenere i figli e far rispettare loro le regole per allargarsi anche al mondo dei sentimenti, un mondo che permette ai nuovi padri una relazione più ravvicinata con i figli e più carica di affettività. Per esempio il rapporto padre-figli fa oggi meno riferimento a canali comunicativi razionali o verbali (come in passato quando i padri entravano in contatto con i figli quando erano già più grandicelli e capaci di comunicare con consapevolezza) per utilizzare la comunicazione corporea ed il gioco, ed è proprio per questo che oggi riescono a rapportarsi anche con i figli molto piccoli senza dover utilizzare l’intermediazione della madre.
Come già detto anche nell’ambito della paternità vige il nuovo principio di similarità e quindi l’uomo si rende più simile alla donna, infatti per accudire un bambino piccolo anche lui (come anche la donna) deve attivare la propria componente femminile materna; in altre parole significa che per occuparsi del bambino piccolo anche il padre deve risalire a quello che è stato il rapporto con sua madre e riattivare quelle capacità materne che quest’ultima ha lasciato latenti dentro di lui accudendolo da piccolissimo.
In questo modo il padre sviluppa quell’insieme di capacità empatiche, di sostegno, di accudimento e nutrimento non solo fisico ma anche affettivo che viene appunto chiamato “maternage”, uno stato in cui appunto tanto l’uomo quanto la donna si lasciano guidare dalla propria componente materna e dal comportamento del bambino stesso.
Ma a questo punto bisogna ricordare che un eccesso di similarità nasconde anche aspetti negativi; se infatti i padri per entrare in rapporto con i figli in modo più “affettivo”  devono entrare in contatto con la parte femminile questo non significa che debbano liberarsi della componente più specificamente maschile, anche perché questo si risolverebbe in un problema anche per la crescita dei figli.
La caratteristica della parte maschile infatti è quello di stabilire le differenze, e regole, e quindi anche le differenze di genere sessuale per esempio; infatti pare che il padre, a differenza della madre, è il componente della coppia genitoriale che tende a giocare differentemente con il figlio maschio rispetto alla femminuccia, trasmettendo al primo gli aspetti maschili e rafforzando nella seconda quelli femminili. Inoltre mentre le madri tendono a prediligere attività tranquille che stimolano l’attenzione nei bambini, i padri sono quelli che propongono attività maggiormente ricche di stimoli fisici e quindi più variate, manifestandosi come l’elemento ideale per traghettare i figli verso il mondo esterno, che è appunto ricco di stimoli, e quindi verso la crescita.

domenica 20 gennaio 2013

Quando i bambini hanno paura (1): le crisi dello sviluppo


La paura è una delle principali esperienze vissute dall’uomo, che lo aiutano a reagire ad eventi potenzialmente pericolosi e dolorosi, e come tale lo accompagna a partire dalla sua nascita. In questo senso i primi a vivere la paura sono proprio i bambini che vivono due tipi di paure: quelle legate ai compiti dello sviluppo (esempio la paura della separazione) e quelle cosiddette sociali (legate all’educazione impartita ).
La paura è un’emozione e come tale si dimostra utile all’uomo; ha una funzione di salvaguardia della sopravvivenza e rappresenta una preparazione psicologica per affrontare situazione pericolose. Le paura però richiedono anche di essere superate, affrontate con consapevolezza, altrimenti possono finire per schiacciare la vita, soffocarla; non per niente il termine angoscia, a volte associato alla paura, deriva dal latino “angustie” ossia “strettezza”.
Quindi nel momento in cui il bambino si confronta con la paura nel corso del suo sviluppo è anche costretto ad individuare strategie di superamento, imparando piano piano a confrontarsi con l’ignoto. In questo modo la paura resta ciò che dovrebbe essere, un naturale campanello d’allarme che permette di prevenire situazioni di pericolo o di dolore, senza per questo soffocare lo sviluppo.
Nel momento in cui, però, la paura assume dimensioni che impediscono una vita normale, perde il suo carattere di protezione diventando un ostacolo alla maturazione del bambino e mettendo a rischio lo svolgersi dei compiti quotidiani a cui è chiamato.
Ovviamente un mondo senza paure sarebbe solo una illusione quindi un’educazione che cerca di tenere lontane tutte le paure non aiuta affatto i bambini ad affrontare la vita; viceversa sarebbe importante che essi si confrontassero con le paure, perché così facendo possono crearsi lentamente la fiducia in se stessi e strutturare il proprio Io, ed è altrettanto importante che in questo processo di superamento possano contare  sull’appoggio dei genitori che hanno la funzione di “contenimento”, come se fossero una ideale “boa” che garantisce un appiglio sicuro in caso di difficoltà.
Le paure dei bambini possono essere legate tanto ad eventi traumatici quanto all’educazione ricevuta ma anche alle fasi che attraversano durante la loro crescita.
In quest’ultimo caso si può dire che la libertà di crescere, di cominciare qualcosa di nuovo, di andare incontro al mondo è sempre accompagnata dalla paura, che però è una paura stimolante, che rende costruttivi e creativi.
Le persone che non si confrontano con la libertà e con le paure rischiano di non poter diventare indipendenti, di non sviluppare l’autostima; scappando di fronte alla paura finisce per crearsi un circolo vizioso che è la paura di aver paura.
Lo sviluppo del bambino nei primi anni di vita è velocissimo, ad ogni passo si  aprono sempre più porte verso la vita, e con esse nuove paure; aprire queste porte richiede quindi un grande sforzo emotivo, uno sforzo che però il bambino è in genere più che disposto a correre visto che possiede una sorta di speciale sesto senso verso ciò che può aiutarlo a sviluppare la fiducia in se stesso.
Durante i primi 3 anni si manifestano 4 principali paure condizionate dalla crescita:
  1. Paura della perdita del contatto fisico, la forma primaria di paura; durante le prime settimane di vita il bambino riceve tutto ciò di cui ha bisogno dalla madre, vive in una specie di paradiso terrestre dove il cibo e la sicurezza sono infinitamente presenti ed in questa sorta di Eden si formano i presupposti per la fiducia primaria del bambino verso se stesso e verso le figure di riferimento e quindi la base emotiva sicura. Il bambino è quindi molto dipendente e nel momento in cui viene meno il contatto fisico con il “caregiver” si fanno strada le paure esistenziali che si trasformano in pianti e strilli che rappresentano per lui una vera e propria lotta per l’esistenza, questo in particolare nel momento in cui oltre alla distanza fisica si manifestano i bisogni, per esempio la fame; in questi casi è importantissimo che ci sia innanzitutto la rassicurazione ed il sostegno dei genitori tramite il contatto fisico, l’abbraccio, e poi a seguire, il soddisfacimento del bisogno specifico che viene dimostrato dal neonato.
  2. Paura dell’estraneo, intorno all’ottavo mese; a questa età il bambino ha appena iniziato a distinguere tra persone familiari e non e di conseguenza non è più disposto a farsi abbracciare da chiunque; si intimidisce quando un estraneo si avvicina troppo fisicamente, se da un lato ne è attratto come è sempre attratto dal nuovo, dall’altro il nuovo può apparirgli inquietante. Se l’altro non si avvicina allora il bimbo inizia le sue strategie di avvicinamento, sorride, cerca il contatto visivo e pian piano si avvicina con la scusa di giocare fino ad accettare il contatto fisico. In questi casi per evitare che si sviluppi una paura troppo forte è importante non costringere il bambino ad avvicinare l’estraneo ma aspettare e rispettare i suoi tempi.
  3. Paura della separazione, intorno al secondo anno; a questa età il bambino inizia ad avventurarsi verso nuovi territori ed in questa fase si vede in azione la sicurezza acquisita nel periodo precedente. Le paure di separazione accompagnano il bambino per tutta la durata dello sviluppo, e continuano ad agire anche nell’adulto, nella loro forma precoce si manifestano nel momento in cui il bambino può muoversi con maggiore autonomina, appunto dopo il primo anno, quando inizia a gattonare e poi a camminare stabilendo quindi le modalità di allontanamento fisico ed autonomo dalle figure di attaccamento. Questa nuova autonomia è però ancora fragile e va accompagnata, soprattutto perché facilmente minacciata da regressioni; allora è molto importante mostrare fiducia nel bambino e nelle sue capacità, lasciandogli lo spazio per fare esperienza del mondo ma contemporaneamente essendo disposti a riaccoglierlo quando dimostra di avere ancora bisogno di rassicurazione da parte dei genitori.
  4. Paura dell’annientamento, intorno al terzo anno; questo è anche il periodo della fase dell’opposizione, durante il quale i bambini sviluppano il senso di potere e di forza, fino a rasentare l’onnipotenza; parallelamente a tutto questo avviene l’educazione alla pulizia e il bambino sviluppa un  senso di controllo sul proprio corpo ma anche sugli altri (per esempio sui genitori che attendono ansiosamente che faccia i suoi bisognini). Contemporaneamente al controllo ed al potere c’è però anche un forte senso di impotenza, che si manifesta in particolare di notte, con la paura dei mostri e degli incubi, ma anche delle forze della natura. A questa età per gestire le paure i bambini iniziano ad affrontarle nel gioco o con piccoli rituali; è quindi importante essere il più sensibili possibile alle piccole ossessioni, in particolare quelle per andare a dormire, come la lucina accesa, oppure ai giochi con i mostri o a quelli aggressivi che se da un lato non vanno esasperati dall’altro sono necessari per dare forma alla paura ed affrontarla.
Queste sono tutte paure naturali legate allo sviluppo ed alle sue fasi, non è quindi auspicabile impedire al bambino di provarle ma come già detto è importante che i genitori gli siano vicini e lo aiutino a trovare le sue personali risposte e soluzioni perché solo così facendo il bambino può mettere le basi per la fiducia in se stesso.

domenica 13 gennaio 2013

Uomini che invidiano le donne: come stanno cambiando i sentimenti maschili (1)


Come da più parti affermato, e come visibile nella vita di tutti i giorni, pare che l’identità maschile stia vivendo una fase di cambiamento che assume a volte i tratti di una vera e propria crisi maschile.
Ora, questa crisi a volte viene descritta in maniera quasi fumettistica (l’uomo "mammo", quello narciso, quello insicuro, etc. etc. ), mentre in realtà non va per nulla presa “sotto gamba”; tra le sue conseguenze abbiamo anche le forme di aggressività incontrollata, che può sfociare, nelle situazioni più gravi, nell’atto suicida oppure omicida che a volte segue alle separazioni delle coppie, delitti passionali che arrivano sempre più spesso agli onori della cronaca; altrimenti, più spesso, si manifestano in forme depressive o ansiose, o nell’impotenza maschile, anch’essa, pare, in aumento.
Senza voler indagare quali sono le cause sociologiche e storiche che hanno portato agli attuali cambiamenti nei ruoli tanto maschili quanto femminili (per esempio la rivoluzione sessuale del ’68) può essere interessante valutare come questi cambiamenti si siano pian piano manifestati su un piano individuale, quello dei sentimenti.
Ma allora come stanno cambiando i sentimenti maschili? Questo cambiamento porta solo elementi negativi o può anche risvegliare delle potenzialità creative?
Un sentimento che fino ad oggi era rimasto praticamente inaccessibile alla coscienza maschile è l’invidia per le donne. Infatti mentre l’invidia della donna verso l’uomo è sempre stata tenuta in considerazione e anche studiata dalla psicanalisi questo non è avvenuto per l’invidia dell’uomo.
Una delle prime forme di invidia maschile presa in considerazione dalla psicanalisi è stata quella relativa al ruolo materno, alla capacità di procreare; ma nel passato poteva essere compensata dalla creatività dell’uomo nel proprio lavoro o nell’ambiente culturale, creatività che la donna non poteva esprimere perché tenuta lontana dai livelli decisionali del lavoro come dall’ambiente culturale.
Oggi questo equilibrio si è ribaltato a favore della donna che oltre ad essere pro-creatrice è creativa anche nel lavoro e può occupare delle posizioni decisionali, oppure può avere uno spazio considerevole nell’ambiente culturale; quindi una donna che oggi appare capace di realizzarsi anche in quei campi che in passato erano considerati strettamente maschili mentre l’uomo non potrà mai avere la possibilità di mettere al mondo un figlio, questo è un punto a favore delle donne, un punto che può generare l’invidia nell’uomo.
Inoltre oggi il mondo è sempre più globale, bisogna interessarsi di moltissime cose contemporaneamente, per utilizzare termini moderni l’uomo deve essere sempre più “multitasking”, capace di aprire sempre nuove finestre e di collegarle con quelle aperte in precedenza; insomma, quello  che si chiede è una sempre maggiore flessibilità. Il problema è che da che mondo e mondo si è sempre saputo che sono proprio le donne quelle capaci di fare più cose contemporaneamente, e lo hanno imparato perché si sono dovute sempre  occupare tanto del lavoro quanto dei figli (e del marito)…..cosa che l’uomo non ha mai dovuto fare. In effetti oggi anche l’uomo si trova a dover ricoprire ruoli diversi, compreso quello di padre, che però comporta l’acquisizione di capacità di accoglienza, quindi più materne, o della capacità di perdere il controllo senza creare catastrofi, caratteristiche che l’uomo fa difficoltà a conciliare con il lavoro; in sintesi per l’uomo è più difficile riuscire a vivere più ruoli tenendoli separati tra loro, per esempio il lavoro e la famiglia, cosa che invece alle donne riesce meglio……..provocando l’invidia maschile.
Un altro motivo di invidia maschile pare essere la capacità seduttiva femminile, per esempio, come afferma Slepoj, il fatto che mediamente le donne debbano fare “meno fatica” per avere un rapporto sessuale, possono rimanere in passiva attesa dell’uomo che le corteggerà. Quella che qui traspare è quindi l’invidia verso la passività, una svolta davvero notevole se si pensa che la passività è stata sempre vista dall’uomo come un disvalore; non abbiamo più qui l’uomo per forza cacciatore ma un uomo che cerca anche di sedurre ( etimologicamente: condurre a sé) la donna, un uomo che ha scoperto il piacere di essere corteggiato.
Per concludere bisognerebbe parlare un po’ dell’invidia, un sentimento che in passato, anche dalla psicologia, era considerato assolutamente deleterio e distruttivo e che invece oggi è stato rivalutato. L’invidia infatti, se non è troppo forte ha la stessa funzione dello stress, può cioè essere una forza propulsiva. In questo caso una forza propulsiva per l’uomo che può aiutarlo a conoscere i propri “tratti femminili”, ossia quelle qualità che culturalmente sono sempre state prerogativa della donna ma che in realtà appartengono a qualunque essere umano indipendentemente dal suo sesso. Ovviamente questo non significa arrivare ad una “femminilizzazione” dell’uomo ma ad una struttura di personalità più armonica e completa che può aiutare nell’affrontare con maggiore flessibilità e maggior successo la vita di tutti i giorni; una flessibilità che può essere utile per stabilire delle relazioni significative con gli altri, in particolare il partner o i figli, ma anche con se stessi..........continua

domenica 23 dicembre 2012

Tempo di regali: sul valore psicologico del dono e del "donarsi"


Quello del regalo è uno dei gesti più antichi della tradizione dell’uomo ed è carico di significato; è un’usanza che esiste da sempre e, qualunque sia l’occasione per la quale vi si ricorre, è molto più che una prassi tradizionale o l’adempimento a un dovere legato a una circostanza particolare. Regalare qualcosa a qualcuno è un gesto relazionale che mostra un certo impatto emotivo: con l’azione del dono inviamo un messaggio a colui che lo riceve e sveliamo una parte di noi stessi che si manifesta nella scelta di quel determinato regalo per quella specifica persona; in questo risiede anche il valore più strettamente psicologico del “donarsi”, ossia lasciarsi andare all’altro, mostrare sé stessi, tanto una propria idea quanto un’emozione.
Il regalo, in questo senso originale ed autentico, diviene quindi un atto creativo, costruttivo ed intimo.
Nell’attuale società occidentale, purtroppo, il dono ha perso questo valore originario assumendo un aspetto più superficiale e consumistico. Per esempio spesso si sceglie un regalo non in base al significato dell’avvenimento da festeggiare ma in base alla moda e alla pubblicità del momento. La folle corsa nei negozi, la ricerca smodata e spesso obbligata di chissà quale oggetto, l’acquisto di un regalo tanto per farlo ma senza individuarne un senso per sé o per l’altro sono comportamenti che tolgono valore al gesto originario.
Questa confusione sul senso del gesto deriva però anche da una confusione di termini; si può differenziare infatti il significato della parola “regalo” da quello del termine “dono”.
La parola Regalare ad esempio deriva da “regalia” che erano i diritti spettanti al re di cui egli poteva fare concessione ai suoi sottoposti per ricompensa di altri servigi. Insomma la parola regalo sembra riportarci ad un significato molto sociale dello scambio dove cioè c’è qualcuno che fa qualche cosa in cambio di altri interessi o per farsi vedere, per mettersi in mostra. Lo vediamo e lo sappiamo che molti regali sono fatti con un preciso significato, una attesa di scambio.
Noi usiamo, però, anche un’altra parola come sinonimo di questa, soprattutto a Natale, ed è la parola dono. L’origine di questa parola è completamente diversa essa infatti deriva proprio dal verbo dare, ed indica “ciò che si da senza attesa di ricompensa”. Il dono implica insomma la gratuità del dare, ed il piacere di dimostrare, con il dono, l’affetto ed il significato che quella persona o quella relazione ha per noi.
In un significato più profondo il dono ci mette “di fronte” alla persona a cui viene fatto e ci fa confrontare con lei; quando il dono diventa “dono di sé”, magari in una relazione amorosa o di amicizia, permette di capire quanto riusciamo ad impegnarci in quel rapporto, quanto riusciamo a dare e quanto a “prendere”….oppure quanto ci “tratteniamo. In base a questa lettura donare è anche un rischio, rappresent6a un modo di mettersi in discussione, ci costringe a confrontarci con la risposta dell’altro che sia essa positiva o negativa (per esempio chiedere alla persona che ci piace di iniziare un rapporto d’amore, e quindi “fargli dono” del nostro sentimento, comprende in sé il rischio di venire rifiutati). Il dono allora è caratterizzato da una natura ambivalente.
Nel risalire alle origini del motivo dell'ambivalenza del dono è significativo analizzare il termine; dôron-dôlos, dono-inganno, come il duplice significato della parola gift: dono da una parte e veleno dall'altra. 
L'originalità di questo tema rinvia per esempio alla tradizione greca. Da Omero ad Esiodo, da Eschilo a Platone dono è essenzialmente inganno. Ciò concerne non uno specifico dono, ma ogni dono; secondo il mito di Pandora ricca di ogni dono«) il famoso Vaso di Pandora è un dono agli uomini da parte degli Dei ma contiene anche tutti i mali che si diffondono per il mondo intero. Ma non bisogna dimenticare che al suo interno c’è anche la Speranza; il dono quindi porta anche il male (il rischio della sofferenza di donarsi agli altri) ma nello stesso tempo rappresenta la possibilità di proteggersene.
In altri termini “donarsi” senza avarizia agli altri può far male ma nello stesso tempo può rappresentare anche la massima felicità (basti tornare all’esempio di cui sopra nel caso che la persona che ci attrae accetta di stabilire un rapporto con noi).
Oggi rischiare in questo modo le proprie emozioni tende a fare paura. La tendenza al controllo che ci assale sempre più spesso impedisce di entrare in rapporto profondo con gli  altri ma anche con lo scorrere della vita in generale; tendiamo quindi a trattenere quello che proviamo oppure a metterlo in gioco solo quando ci sentiamo abbastanza sicuri, quando abbiamo il controllo sugli eventi, secondo una modalità dai forti tratti ossessivi; in questo senso il cosiddetto “regalo di consumo”, quello legato al concetto di “regalia” non è altro che una difesa dal donarsi autentico, una difesa dettata dalla paura dell’altro.
Ma perché si evita di donarsi, ossia si evita il dono autentico, spontaneo, libero? Forse perché così facendo non solo non si rischia se stessi, ma anche, e soprattutto, così facendo si tengono lontano gli altri dalla propria vita, impedendogli di portare scompiglio con la loro novità. Il dono infatti è cambiamento, è sviluppo, è creazione di una situazione diversa; soprattutto è incontro e relazione.
Il dono quindi va anche accettato e questo comporta una specie di “scelta di vita”, come dice Risè un “essere per il dono”, essere capaci di esprimersi liberamente per quello che si è, di rischiare i propri sentimenti e, tra l’altro, sentirsi di poter rifiutare quelli altrui; questo tipo di comportamento comporta un “avvicinamentoagli altri e se tutto va bene sarà amicizia o amore; altrimenti, forse, conflitto e sofferenza. Ma solo rischiando la disperazione si può ottenere la felicità.
In conclusione nell’esperienza del dono, e del donarsi, si esprime una parte decisiva della vita umana, che è quella che riguarda gli affetti e la ricerca del senso della vita, una ricerca che va oltre gli angusti confini del nostro Ego per avventurarsi nel mondo sconosciuto della relazione autentica con il mondo.