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domenica 9 dicembre 2012

L'Albero di Natale come simbolo di crescita personale


E così si avvicina un nuovo Natale, una festa che per ognuno di noi costituisce un momento importante per la sua atmosfera speciale e per gli aspetti affettivi ed emotivi che vi sono associati.
Due sono gli ambiti di vita ai quali questi aspetti si intrecciano, uno è quello sociale e l’altro quello individuale.
Al primo appartiene la “celebrazione” di questa festività, che coinvolge le famiglie nella loro interezza, le cene ed i pranzi, le grandi abbuffate, come anche la celebrazione fra amici (merito anche delle ferie) alle partite a carte o tombola o altri giochi da fare in compagnia. A questo primo ambito appartiene però anche la forte connotazione “commerciale” del Natale, quella fatta di panettoni, settimane bianche, luci splendenti e regali più o meno costosi ed a questo livello si inseriscono anche quelli che sono gli elementi “nevrotici” di questo periodo. In effetti è proprio “dentro” questo aspetto del Natale che troviamo lo “stress da regalo” ma anche la sofferenza psicologica; come sempre i dati confermano che in questo periodo aumentano ansia e depressione e che queste a volte sono legate all’”obbligo” di vivere bene e felicemente queste festività anche se ciò non corrisponde allo stato d’animo; e da qui ecco che si ripropongono conflitti familiari che non possono essere espressi (pena sensi di colpa verso gli altri componenti della famiglia), ecco che ci si sente inferiori perché non si hanno abbastanza soldi per i regali o per i festeggiamenti e così via….
Quello che si può pensare è che queste difficoltà appartengano comunque alla vita quotidiana e non possono essere eliminate come il “buonismo” natalizio vorrebbe; ma allora, visto che le nevrosi “festive” sono a loro modo “naturali” dove risiede l’errore? Perché ci si sta male il doppio?
Forse perché i due ambiti di cui sopra sono troppo divisi fra di loro, perché non bisogna dimenticare che esiste anche l’aspetto “individuale” del Natale, quello che simboleggia la rinascita di una luce dentro di sé (rappresentata in particolare dal Presepe), il motivo del nome stesso di questa festa, “Dies natalis Solis Invictus” ossia il giorno della nascita del sole vittorioso, la rinascita della luce nuova, appunto; e nel nostro caso una luce che appartiene a se stessi soltanto.
Natale quindi non è solo una festa da passare insieme ma anche un momento che rappresenta un cambiamento “dentro” l’individuo stesso e da vivere solo per se stessi.
Per esempio Jung ci dice che l’Albero di Natale è simbolo del “Processo di Individuazione”, un processo di crescita personale che riguarda il proprio sé, e non il clima esterno, le relazioni affettive o le dinamiche sociali.
Riguardo all’Albero di Natale diceva Santa Teresa d’Avila: “…l’albero della vita mi è rifugio, nel pericolo esso mi protegge…l’albero è la scala di Giacobbe in cui gli angeli salgono e scendono, e alla sommità della quale risiede il Signore..” oppure ancora il Beato Filippo Luigi Casati: “…l’albero della nascita divina si eleva verso il centro del cielo e della terra…..fissato dai chiodi invisibili dello spirito per non vacillare nel suo avvicinamento al Divino.
Quindi l’Albero di Natale è simbolo di un percorso individuale che riguarda essenzialmente se stessi e che non dipende dalle relazioni con gli altri perché basta a se stesso, perché rappresenta una rinascita personale ed indipendente che si eleva sopra la solitudine interiore ed alza lo sguardo a cercare il proprio sole nuovo (oppure la stella cometa).
Ecco cosa dice Jung in proposito in una intervista del ’57:
“…l’albero decorato ed illuminato, si ritrova anche indipendentemente dalla natività di Cristo e anzi in contesti non cristiami. Per esempio nell’alchimia…….il significato dei globi lucenti che appendiamo all’albero di Natale non sono altro che i corpi celesti, il sole, la luna, le stelle; l’albero di Natale è l’albero Cosmico. Ma, come mostra chiaramente il simbolismo alchemico, è anche un simbolo della trasformazione, un simbolo del processo di autorealizzazione. Secondo talune fonti… l’adepto si arrampica sull’albero: un motivo sciamanico antichissimo. Lo sciamano, in stato estatico, sale sull’albero magico per raggiungere il mondo superiore, dove troverà il suo vero essere. Arrampicandosi sull’albero magico, che è al tempo stesso l’albero della conoscenza, egli si impossessa della propria personalità spirituale. Allo sguardo dello psicologo, il simbolismo sciamanico ed alchemico è la rappresentazione in forma proiettiva del processo di individuazione. Come questo poggi su base archetipica è dimostrato dal fatto che i pazienti del tutto privi di  nozioni di mitologia e di folklore producono spontaneamente immagini incredibilmente simili al simbolismo dell’albero storicamente attestato.”
E conclude dicendo che “l’albero di Natale è una di quelle antiche usanze che nutrono l’anima, che nutrono l’uomo interiore.”
Quindi è importante capire che il Natale oltre a rappresentare l’amore che circola in funzione della buona relazione con gli altri simbolizza anche il momento della buona relazione con se stessi. Capendo questo si diventa più forti di fronte all’irruzione di ansia e tristezza natalizie che entrano meno in contrasto con le aspettative di gioia che il Natale produce.
In sintesi, si può essere “anche” in compagnia di se stessi senza sentirsi troppo soli ed i problemi di cui si parlava sopra possono essere affrontati con maggiore forza. Allora l’albero diventa la “scala” per raggiungere un nuovo livello di consapevolezza, un nuovo senso che sia innanzitutto un nuovo “senso di sé” e così, con nuove energie, possiamo davvero donare qualcosa agli altri e vivere con loro la gioia del Natale.

sabato 28 gennaio 2012

Chi ha paura dei Trent'anni?

Pare che sempre di più l’età compresa dai 30 ai 40 anni sia considerata particolarmente critica; si scrivono libri sui trentenni di oggi, una specie di nuova generazione allo sbando; in realtà la crisi dei 30 non rappresenta una novità esclusiva degli ultimi anni, ma è una crisi naturale all’interno della crescita umana e come tale rappresenta una soglia che va oltrepassata per aprire le ulteriori porte della vita.

In via generale l’età adulta può essere divisa in 9 periodi ognuno dei quali comporta impegni, cambiamenti ed obiettivi specifici da raggiungere, in seguito sono riportati i primi 6:
1) 22-28 anni, l’inizio dell’età adulta, periodo durante il quale si fanno importanti scelte professionali ed affettive; si sceglie un partner con cui si decide di costruire un futuro, ci si inserisce nel mondo del lavoro ed in via generale si cerca di realizzarsi, di individuare le basi sulle quali costruire il proprio progetto di vita.
2) 28-33 anni, il passaggio dei 30 anni; all’interno di questa fase si cerca di consolidare  e completare le scelte fatte in precedenza.
3) 33-44 anni, la piena maturità, il compito di questa fase è quello di rendersi completamente autonomi, essere coerenti e responsabili verso le scelte precedentemente effettuate.
4) 40-45 anni, la transizione verso l’età di mezzo, è l’età dei bilanci tramite i quali si cerca di capire se si è stati capaci di realizzare il progetto da cui si era partiti e nel caso si cerca di cambiare la propria vita modificando il progetto iniziale.
5) 45-50 anni, l’inizio dell’età di mezzo, in questa fascia di età possono avvenire profondi cambiamenti in campo affettivo o professionale determinati dalle riflessioni della fase precedente, può cambiare il modo in cui ci si relaziona con gli altri. Il bilancio esistenziale può portare ad una spinta positiva a migliorare la propria vita oppure possono provocare pessimismo, rimpianti e senso di fallimento.
6) 50-55 anni, fase di transizione dei 50 anni durante la quale si sperimentano nuovi progetti ed una nuova visione del mondo.

Osservando le varie fasi si può notare come il problema dei trent’anni non è tanto il loro preciso scoccare né i possibili bilanci, questi infatti appartengono generalmente ad una fase successiva; a trenta, trentacinque anni non si parla di valutazioni di ciò che si è realizzato; il problema è rappresentato dalla coerenza o meno del progetto di vita individuato per sé; in sintesi la domanda che ci si pone è se si vuole davvero quello che si desiderava prima e, soprattutto, il dover adeguare il progetto alla realtà; tutto questo richiede una notevole flessibilità che non sempre è possibile a 30 anni. La flessibilità è proprio la questione principale; passate le utopie e la visione rosea sul mondo ci si accorge che esso non è necessariamente come noi lo vorremmo e che nel realizzare i propri desideri bisogna tenere conto delle sorprese che può farci.
Oggi in particolare la questione è più spinosa che mai anche a causa dei cambiamenti sociali; viviamo in un momento storico caratterizzato dalla precarietà, del lavoro, degli affetti e di chissà quant’altro e questa incertezza (che potremmo anche definire un ventaglio di possibilità superiore alla nostra capacità di valutazione) rende difficile raggiungere l’obiettivo di questa fase, la coerenza delle scelte.
A tutto questo si dovrebbe aggiungere che intorno ai 35-40 anni prende il via con prepotenza quello che Jung chiamava “percorso di Individuazione”, quel momento in cui si valuta ciò che si è realizzato in precedenza e da cui parte una realizzazione di sé in senso più “spirituale” che concreto. Parafrasando significa che è proprio in questo momento che si decide cosa si vuole dalla vita e quello che sarà il proprio originale ruolo nel mondo.
Originalità può essere una ulteriore parola chiave affiancata ad un altro termine, socialità.
Se da un lato si consolidano le proprie scelte, o almeno ci si prova, ci si chiede se tutto ciò corrisponde a sé, al proprio essere. La socialità fa la sua comparsa nel momento in cui ci si domanda quanto il proprio progetto sia “personale” e quanto sia stato in qualche modo influenzato dalla cultura in cui si vive, o quanto l’individualità degli altri (anche quelli compresi nel progetto) mette i bastoni tra le ruote al progetto fatto ed al suo consolidamento; e allora ecco tante domande; davvero voglio una famiglia? Davvero è questa la persona che voglio al mio fianco? Davvero voglio essere single? Davvero amo questo lavoro? Davvero mi piace vivere alla giornata? Davvero amo questa routine? E chi più ne ha più ne metta fino alla domanda ultima; ma sono io che sono sbagliato o lo sono tutti gli altri, a partire dal partner o dai colleghi di lavoro?
E aggiungendo domande su domande si entra in crisi e si vive in stato di conflitto con se stessi e con il mondo. Montano dentro l’incertezza e l’insofferenza, aumenta il nervosismo, ci si chiude in sé oppure si attaccano gli altri, arrivano l’ansia e la paura nei confronti della propria vita e la sensazione di essere ad un vicolo cieco che fa venire voglia di scappare.
Il risultato di questa catastrofe è che si finisce per pensare in una modalità aut-aut, o una cosa o l’atra, o io o gli altri; allora abbiamo le fughe, dalle relazioni come dal lavoro, per continuare poi a procedere di partner in partner e di lavoro in lavoro fino a ritrovarsi ancora insoddisfatti nell’intimo; oppure, viceversa, abbiamo la cristallizzazione delle nostre relazioni e del lavoro, dove non appare mai un alito di novità non tanto per paura del cambiamento quanto per resa definitiva, per ritrovarci alla fine in preda al vuoto di senso ed alla monotonia.
Eppure proprio nella domanda si trova la soluzione; basta provare a guardare la situazione da un’angolatura diversa. Nel momento in cui la propria individualità e quella degli altri entrano in conflitto l’unica soluzione è la sintesi; si potrebbe dire che è arrivata l’ora di capire quale è la propria “missione”, ossia capire cosa Io posso dare al mondo; ed è proprio questo l’obiettivo di questa crisi, sensibilizzare il singolo verso il mondo che lo circonda; l’apparente conflitto si risolve con una pace in cui la propria originalità dona qualcosa di sé a ciò che la circonda.
Questo vuol dire riuscire ad essere creativi, a pensare che le proprie esperienze di vita non devono essere solo risolte e portate a termine ma anche scambiate e comunicate, entrando nell’ottica che ciò che si vive in prima persona può portare difficoltà ma anche favorire l’intrecciarsi di vite e di esperienze, perché la vita si crea “vivendola” e non solo “risolvendola” e “consolidandola”.

domenica 25 dicembre 2011

Il Presepe e la rinascita della luce interiore

Guardando un po’ più approfonditamente il presepe che tutti abbiamo in casa in questi giorni viene da notare che non sono presenti solamente elementi radiosi e positivi; c’è la notte, quella del solstizio d’inverno, la più lunga dell’anno, il freddo, personaggi poco raccomandabili come ubriaconi ed osti, altri un po’ ottusi come i pastori addormentati fino ai mercanti avidi; eppure tutto questo non è in realtà una nota stonata.
Il presepe infatti è la celebrazione della rinascita della luce nuova che in tutte le tradizioni religiose del mondo è ostacolata da ciò che è vecchio e stabilizzato; facendo un parallelo con la nostra psiche si potrebbe dire che ciò che di nuovo abbiamo in mente, progetti, cambiamenti di vita o modifiche nello sguardo verso il mondo sono all’inizio molto fragili; spesso i vecchi adattamenti della personalità non vogliono lasciargli il posto, altre volte la luce nuova rischia di illuminare parti di noi che non vorremmo vedere e che desiderano restare al buio. Tutto questo buio che osteggia la luce lo possiamo vedere rappresentato nel presepe; addirittura in alcune tradizioni vengono aggiunti diavoli o insetti insieme agli altri personaggi classici; anche l’oste già citato è un simbolo del demoniaco tentatore, in Austria si mette lo spazzacamino, immagine di colui che invade l’intimità con la sua nerezza.
Passando all’opposto di ciò che siamo soliti vedere nel presepe si potrebbe affermare che tutte le forze più oscure ed inconsce si siano date appuntamento per frenare la nascita del bambino Gesù, colui che riporterà la luce nel mondo.
Il bambino che rinasce ogni anno rappresenta l’archetipo dell’eterno ritorno, che concentra le energie psichiche necessarie per la trasformazione; e questa nascita avviene sullo sfondo buio della notte più lunga dell’anno, nel suo momento più profondo, la mezzanotte e nel luogo più scuro, la grotta.
La nascita nella grotta evoca il viaggio negli inferi proprio di diverse culture, probabilmente di tutte, e simbolizza la discesa nelle profondità inconsce della propria psiche interiore.
Il buio delle profondità della mente è abitato da energie forti, a volte regressive, capaci di osteggiare il cambiamento cosciente fino a dimostrarsi distruttive. È l’eterna lotta fra l’inconscio e la coscienza che porta luce ed illumina le parti più nascoste di noi, quegli aspetti che sotto sotto vorremmo tenere segreti anche a noi stessi; sono quelle forze, pur sempre nostre, che paradossalmente effettuano resistenza ai cambiamenti in meglio, inclini a differire scelte ormai mature ma impegnative da sostenere; sono quelle parti che vogliono a tutti i costi mantenere lo “status quo”.
Mentre in una parte oscura e profonda della psiche si preparano cambiamenti radicali e salti di coscienza, altre parti dell’individuo indugiano nel compiacimento di qualità già acquisite e rassicuranti; è questo che rappresentano le miniature delle osterie, l’oste o gli ubriachi, figure che spesso compaiono nei presepi; ancora di più l’obnubilamento della mente si palesa nelle figure di pastori addormentati, quelli che non sentono la chiamata interiore al cambiamento.
Spesso le nostre abitudini affermate e date per scontate sono quelle che noi abbracciamo nella società, accettate da tutti e per questo rassicuranti al massimo livello; e nel momento in cui viene l’ora della “nascita”, l’ora di esprimere la propria individualità più originale, sorge la paura che quella cultura che ci ha sempre sostenuto possa essere contraria al nostro nuovo stile di vita e di conseguenza escluderci e toglierci il sostegno; questo per esempio è il motivo per cui si trovano tante pecore nelle rappresentazioni del presepe. La pecora ci dice la Von Franz, rappresenta l’uomo-massa, indicano quelle parti della personalità che necessitano di essere orientate e guidate da una funzione psichica che gli faccia da guida; i pastori appunto.
Nonostante ciò sono proprio gli animali del presepe a fungere da mediatori tra il nuovo che nasce e l’oscurità che vuole impedirlo; se il Bambino è la luce della coscienza che illumina, la luce della conoscenza di noi stessi, e se i vari personaggi negativi sono quelle forze che vogliono lasciarci così come stiamo pur di non soffrire uno sforzo, allora gli animali, quelli domestici, rappresentano una via di mezzo tra i due, rappresentano si gli istinti inconsci ma sono addomesticati, quindi simbolizzano gli impulsi di cui siamo coscienti e che permettono di avvicinarsi a quelli più selvatici al fine di gestirli meglio e di salvaguardare la vita del nuovo che nasce. Non per niente il bue e l’asino sono tra le figure che più di altre partecipano alla nascita e che con il loro fiato impediscono che il Bambino Divino muoia di freddo.
E così salvano il desiderio nascosto in ognuno di noi di esplorare nuovi mondi, di fare progetti, nuove esperienze, di sviluppare nuove attitudini, senza neanche preoccuparci troppo di ciò che ne pensa la cultura imperante.
Questo Bambino appena nato e così fragile ci fa capire quanto i nuclei della personalità cosciente appena affiorati, le nuove consapevolezze di sé o del mondo, siano precari e vadano difesi con forza e realizzati nonostante la loro fragilità; allude all’ingenuità di buoni propositi non ancora attuati, alla precarietà di neonati sogni di gloria che attendono la prova dei fatti.
Jung chiamava questo archetipo “Puer Eternus”, bambino eterno, tanto fragile ma con tanta forza dentro di sé da poter cambiare il mondo, amante del nuovo, giocoso, esuberante e dinamico, idealista e visionario, creativo e trasformativo; possiede tutte le caratteristiche essenziali per intraprendere un’esperienza nuova, per affrontare una rivoluzione personale, per realizzare un’innovazione nella propria esistenza.
Così nel presepe tutte le figure sembrano esistere in sua funzione ed ognuna personifica atteggiamenti e funzioni essenziali per riformulare la propria soggettività ogni volta che un’esperienza di vita ha fatto il proprio tempo e chiuso il proprio ciclo.
Così Maria si fa interprete di un aspetto femminile mentale più che fisico, legato alla perseveranza ed all’intuizione di portare avanti un progetto più grande di lei; senza la sua forza nulla potrebbe nascere; nulla può svilupparsi in un’ottica di vita deputata all’esclusivo momento presente ed alla leggerezza delle scelte.
Così Giuseppe è una figura capace di mettersi da parte, una istanza psicologica di stampo maschile e paterno che piuttosto che affermare il suo potere si scosta per dar spazio alla nascita del bambino; questo fa comprendere come non ci si può rinnovare senza essere capaci di mettere da parte quello che abbiamo di certo e di sicuro, tra questo le regole del vivere sociale.
Così gli animali domestici, portatori dell’aspetto “carnale” ed istintivo ma non selvaggio della vita; come a dire che se non si seguono gli impulsi nulla può rinnovarsi davvero, perché qualunque progetto di cambiamento resti solo nella testa e non si bagni alla fonte delle emozioni e della passione come della sofferenza non può riuscire ad essere tanto testardo da realizzarsi.
L’aspetto più grande di tutta la rappresentazione della Natività si trova però nella sua capacità di mutare forma nel passare dei secoli; questo è testimoniato dal fatto che nessun presepe è uguale all’altro, che cambia a seconda dei luoghi e delle tradizioni. Porta cioè un messaggio che pur essendo vecchio quanto l’uomo resta sempre attuale e capace di rinascere in luoghi e culture differenti; questo per capire che se l’esperienza del nuovo che nasce dentro di noi appartiene a tutti, si rivela davvero “novità” solo nel momento in cui lo facciamo davvero nostro e gli diamo la forma del nostro lavoro per esso.