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domenica 20 gennaio 2013

Quando i bambini hanno paura (1): le crisi dello sviluppo


La paura è una delle principali esperienze vissute dall’uomo, che lo aiutano a reagire ad eventi potenzialmente pericolosi e dolorosi, e come tale lo accompagna a partire dalla sua nascita. In questo senso i primi a vivere la paura sono proprio i bambini che vivono due tipi di paure: quelle legate ai compiti dello sviluppo (esempio la paura della separazione) e quelle cosiddette sociali (legate all’educazione impartita ).
La paura è un’emozione e come tale si dimostra utile all’uomo; ha una funzione di salvaguardia della sopravvivenza e rappresenta una preparazione psicologica per affrontare situazione pericolose. Le paura però richiedono anche di essere superate, affrontate con consapevolezza, altrimenti possono finire per schiacciare la vita, soffocarla; non per niente il termine angoscia, a volte associato alla paura, deriva dal latino “angustie” ossia “strettezza”.
Quindi nel momento in cui il bambino si confronta con la paura nel corso del suo sviluppo è anche costretto ad individuare strategie di superamento, imparando piano piano a confrontarsi con l’ignoto. In questo modo la paura resta ciò che dovrebbe essere, un naturale campanello d’allarme che permette di prevenire situazioni di pericolo o di dolore, senza per questo soffocare lo sviluppo.
Nel momento in cui, però, la paura assume dimensioni che impediscono una vita normale, perde il suo carattere di protezione diventando un ostacolo alla maturazione del bambino e mettendo a rischio lo svolgersi dei compiti quotidiani a cui è chiamato.
Ovviamente un mondo senza paure sarebbe solo una illusione quindi un’educazione che cerca di tenere lontane tutte le paure non aiuta affatto i bambini ad affrontare la vita; viceversa sarebbe importante che essi si confrontassero con le paure, perché così facendo possono crearsi lentamente la fiducia in se stessi e strutturare il proprio Io, ed è altrettanto importante che in questo processo di superamento possano contare  sull’appoggio dei genitori che hanno la funzione di “contenimento”, come se fossero una ideale “boa” che garantisce un appiglio sicuro in caso di difficoltà.
Le paure dei bambini possono essere legate tanto ad eventi traumatici quanto all’educazione ricevuta ma anche alle fasi che attraversano durante la loro crescita.
In quest’ultimo caso si può dire che la libertà di crescere, di cominciare qualcosa di nuovo, di andare incontro al mondo è sempre accompagnata dalla paura, che però è una paura stimolante, che rende costruttivi e creativi.
Le persone che non si confrontano con la libertà e con le paure rischiano di non poter diventare indipendenti, di non sviluppare l’autostima; scappando di fronte alla paura finisce per crearsi un circolo vizioso che è la paura di aver paura.
Lo sviluppo del bambino nei primi anni di vita è velocissimo, ad ogni passo si  aprono sempre più porte verso la vita, e con esse nuove paure; aprire queste porte richiede quindi un grande sforzo emotivo, uno sforzo che però il bambino è in genere più che disposto a correre visto che possiede una sorta di speciale sesto senso verso ciò che può aiutarlo a sviluppare la fiducia in se stesso.
Durante i primi 3 anni si manifestano 4 principali paure condizionate dalla crescita:
  1. Paura della perdita del contatto fisico, la forma primaria di paura; durante le prime settimane di vita il bambino riceve tutto ciò di cui ha bisogno dalla madre, vive in una specie di paradiso terrestre dove il cibo e la sicurezza sono infinitamente presenti ed in questa sorta di Eden si formano i presupposti per la fiducia primaria del bambino verso se stesso e verso le figure di riferimento e quindi la base emotiva sicura. Il bambino è quindi molto dipendente e nel momento in cui viene meno il contatto fisico con il “caregiver” si fanno strada le paure esistenziali che si trasformano in pianti e strilli che rappresentano per lui una vera e propria lotta per l’esistenza, questo in particolare nel momento in cui oltre alla distanza fisica si manifestano i bisogni, per esempio la fame; in questi casi è importantissimo che ci sia innanzitutto la rassicurazione ed il sostegno dei genitori tramite il contatto fisico, l’abbraccio, e poi a seguire, il soddisfacimento del bisogno specifico che viene dimostrato dal neonato.
  2. Paura dell’estraneo, intorno all’ottavo mese; a questa età il bambino ha appena iniziato a distinguere tra persone familiari e non e di conseguenza non è più disposto a farsi abbracciare da chiunque; si intimidisce quando un estraneo si avvicina troppo fisicamente, se da un lato ne è attratto come è sempre attratto dal nuovo, dall’altro il nuovo può apparirgli inquietante. Se l’altro non si avvicina allora il bimbo inizia le sue strategie di avvicinamento, sorride, cerca il contatto visivo e pian piano si avvicina con la scusa di giocare fino ad accettare il contatto fisico. In questi casi per evitare che si sviluppi una paura troppo forte è importante non costringere il bambino ad avvicinare l’estraneo ma aspettare e rispettare i suoi tempi.
  3. Paura della separazione, intorno al secondo anno; a questa età il bambino inizia ad avventurarsi verso nuovi territori ed in questa fase si vede in azione la sicurezza acquisita nel periodo precedente. Le paure di separazione accompagnano il bambino per tutta la durata dello sviluppo, e continuano ad agire anche nell’adulto, nella loro forma precoce si manifestano nel momento in cui il bambino può muoversi con maggiore autonomina, appunto dopo il primo anno, quando inizia a gattonare e poi a camminare stabilendo quindi le modalità di allontanamento fisico ed autonomo dalle figure di attaccamento. Questa nuova autonomia è però ancora fragile e va accompagnata, soprattutto perché facilmente minacciata da regressioni; allora è molto importante mostrare fiducia nel bambino e nelle sue capacità, lasciandogli lo spazio per fare esperienza del mondo ma contemporaneamente essendo disposti a riaccoglierlo quando dimostra di avere ancora bisogno di rassicurazione da parte dei genitori.
  4. Paura dell’annientamento, intorno al terzo anno; questo è anche il periodo della fase dell’opposizione, durante il quale i bambini sviluppano il senso di potere e di forza, fino a rasentare l’onnipotenza; parallelamente a tutto questo avviene l’educazione alla pulizia e il bambino sviluppa un  senso di controllo sul proprio corpo ma anche sugli altri (per esempio sui genitori che attendono ansiosamente che faccia i suoi bisognini). Contemporaneamente al controllo ed al potere c’è però anche un forte senso di impotenza, che si manifesta in particolare di notte, con la paura dei mostri e degli incubi, ma anche delle forze della natura. A questa età per gestire le paure i bambini iniziano ad affrontarle nel gioco o con piccoli rituali; è quindi importante essere il più sensibili possibile alle piccole ossessioni, in particolare quelle per andare a dormire, come la lucina accesa, oppure ai giochi con i mostri o a quelli aggressivi che se da un lato non vanno esasperati dall’altro sono necessari per dare forma alla paura ed affrontarla.
Queste sono tutte paure naturali legate allo sviluppo ed alle sue fasi, non è quindi auspicabile impedire al bambino di provarle ma come già detto è importante che i genitori gli siano vicini e lo aiutino a trovare le sue personali risposte e soluzioni perché solo così facendo il bambino può mettere le basi per la fiducia in se stesso.

domenica 2 dicembre 2012

Siamo ancora capaci di "perderci"? Riflessioni sul tempo "perso"


Una non troppo vecchia pubblicità di automobili chiedeva al telespettatore se fosse ancora capace di “perdersi”, in effetti al giorno d’oggi questa domanda appare tutt’altro che banale.
La nostra si è trasformata in una cultura della fretta, corriamo sempre, per andare al lavoro, per tornare a casa, per accompagnare i figli da qualche parte….corriamo anche quando dobbiamo farci una vacanza “rilassante”, da un monumento all’altro, da un locale all’altro, durante il week-end facciamo la “movida” (termine sicuramente emblematico).
Ma tutto questo movimento non corrisponde a sua volta ad un “perdersi”?
Dipende da cosa si intende con questo termine. Se perdersi equivale ad essere disorientati nella vita allora, si, sicuramente ci perdiamo spesso a fare cose la cui reale necessità appare dubbia. Ma se perdersi equivalesse, al contrario, ad un lasciarsi andare a se stessi, ad aspettare che si creino delle esigenze reali, fossero esse concrete o “dell’anima”, allora di questo oggi siamo meno capaci che mai.
È il famoso contrasto tra mondo esterno e mondo interno; equivale al chiedersi se le nostre azioni siano dettate da motivazioni personali o da esigenze esterne a noi, ossia dall’influsso sociale.
A ben guardare il nostro essere persi nel mondo corrisponde spesso ad un tentativo di riempire i “buchi” della vita; fino a che corriamo dietro alle centomila cose da fare non abbiamo il tempo di pensare a noi stessi, non abbiamo tempo di “prenderci il tempo”; ma basta un fine settimana durante il quale non ci siamo organizzati a fare qualcosa di specifico (fosse solo seguire il calcio) che ci sentiamo veramente “persi”, non sappiamo cosa fare, ci annoiamo.
In questo senso il termine “prendersi il tempo” è molto significativo, indica una posizione “attiva” nei suoi confronti.
Cercare di “riempirlo” è un modo come un altro per significare che ne abbiamo paura e che quindi ci limitiamo a “subirlo”, in sintesi assumiamo nei suoi confronti una posizione passiva, finiamo per esserne determinati, facciamo le cose per evitare di confrontarci con i tempi morti.
Al contrario allora prendersi il tempo corrisponderebbe ad un atteggiamento attivo, creativo; per esempio accettare la noia ed aspettare che si trasformi in qualcosa oppure in niente, in questo modo i “tempi morti” vengono accettati e ci si confronta con loro alla pari, il tempo magari trascorre “vuoto” ma non provoca sensazioni di disagio.
Winnicot, un famoso psicanalista del passato, affermava che il contrario di esistere non è “non esistere” ma bensì “reagire”; se ogni volta che facciamo qualcosa è solo come reazione a qualcos’altro vuol dire che non esistiamo per noi stessi ma che facciamo le cose in reazione a conflitti (con il mondo o con noi stessi) con i quali combattiamo le nostre personali guerre; questo significa che determiniamo quello che siamo esclusivamente in confronto con qualcosa di altro, dimenticando di guardare ciò che siamo davvero nel nostro profondo. È ovvio che entrambi gli atteggiamenti sono necessari, ma non dovrebbero mai essere sbilanciati troppo a lungo.
Il nostro perderci oggi corrisponde al continuo cercare alternative per riempire momenti vuoti, noi non ci perdiamo mai realmente, lasciandoci andare a quello che capita, noi in realtà abbiamo già molte alternative da attivare; la noia non fa in tempo ad arrivare che già sappiamo cosa fare, come “reagire” ad essa.
Da un punto di vista psicopatologico finiamo per soffrire di continua ansia anticipatoria, ossia la paura per quello che succederà, al cui fondo c’è sempre la paura del vuoto. Oggi la nostra è definita una società ansiosa ma a ben guardare forse bisognerebbe chiedersi se non sia una società depressa.
L’ansia infatti va spesso a “braccetto” con la depressione, è lo “psicofarmaco” più utile (ed utilizzato) contro il senso di vuoto, ossia la depressione. Questo significa che abbiamo paura di noi stessi e di ciò che ci alberga dentro, e che non vogliamo vederlo; la depressione, almeno nella sua forma reattiva, secondo qualcuno può essere una reazione a questa poca attenzione a sé, un tentativo estremo che la nostra psiche fa per farci confrontare con i nostri aspetti inconsci, tra cui le nostre necessità più profonde alle quali non diamo attenzione.
Senza voler davvero andare così lontano basti pensare che la noia per esempio è anche una possibilità creativa, nel suo manifestarsi crea la frustrazione, l’insoddisfazione, che ci costringe a trovare soluzioni alternative; in questo senso basta guardare i bambini ed i giochi che si inventano quando non sanno cosa fare, i giochi più strani ma anche i più divertenti. E questo è molto diverso dall’avere una soluzione già pronta, ha il sapore del “sorprendendente”, quante volte ci scopriamo o ci siamo scoperti a divertirci più del solito, magari con il partner oppure in famiglia o con gli amici, proprio nelle situazioni noiose? Questo perché le soluzioni che emergono sul momento sono più significative, parlano di quello che siamo in quel preciso momento della vita, al contrario delle alternative che vengono preparate in anticipo ed appaiono vuote di senso.
Allora diventa sempre più importante oggi riuscire a perdersi davvero, con consapevolezza e tranquillità, e lasciarsi andare al momento, un momento che più di ogni altro ci parla di quello che siamo ora e ci fa sentire profondamente dentro noi stessi, e ci può aiutare più di qualunque altra cosa a conoscerci o riconoscerci per la nostra speciale unicità.

martedì 20 novembre 2012

Bambini nella guerra: il trauma e le sue conseguenze


In questi giorni l’UNICEF è intervenuto sulla situazione di conflitto tra Israele e Gaza dicendosi “ profondamente preoccupato” per il suo impatto sui bambini. L’infanzia dovrebbe essere dedicata alla libera e tranquilla sperimentazione di sè e del mondo, ma come è possibile sperimentare con serenità ed apprendere di conseguenza quando si vive una perenne allerta ed un continuo rischio di perdere la vita o qualcuno dei propri familiari?
A ieri risultavano almeno 18 i bambini palestinesi che hanno perso la vita; svariati bimbi feriti anche tra gli israeliani. Enormi sono i problemi nella striscia di Gaza soprattutto per la carenza della situazione sanitaria ed il lancio di razzi continua indiscriminato su entrambi i fronti; questa situazione sta mettendo a rischio i bambini ambo le parti lasciandoli esposti a danni fisici e psicologici.
Di nuovo, quindi, si tende a dimenticare i diritti dei minori che vengono regolarmente subordinati ad interessi di parte mai ben specificati. Eppure vivere perennemente in guerra è una esperienza traumatica ripetuta che lascia profondi segni se non nel corpo sicuramente nella mente, e lascia una seria ipoteca sulla possibilità di uno sviluppo sano di questi bambini.
Le conseguenza di questo “disastro” sono tanto emotive quanto cognitive.
Per esempio la psicologia ci dice che tra i 4 e i 6 anni avviene la cosiddetta “regolazione delle emozioni”, infatti in questo periodo i bambini vengono incoraggiati a controllare gli scoppi di rabbia ed imparano a rispettare i loro compagni; in definitiva diventano capaci di riconoscere il valore dell’altro ed a mediare in caso di conflitto. Questo avviene perchè l’ambiente sociale e culturale inizia ad influenzarli; cosa può avvenire nel caso che l’ambiente intorno a loro è un ambiente di guerra? Chi può insegnare loro che gli scoppi di aggressività incontrollata sono pericolosi? Pare infatti che i bambini che sono vissuti in prolungate situazioni di conflitto manifestino da grandi comportamenti maggiormente aggressivi e che l’impulsività diventa un atteggiamento comune. La tendenza può essere quella a trasformare I sentimenti e le tensioni direttamente in “azioni” irriflessive, dimostrando una mancanza di capacità di trasformare le emozioni e gestirle. In sintesi tanta è la paura che si ripropongano vissuti traumatici come quelli dell’infanzia che i comportamenti sono sempre di allontanamento dal pericolo, come se nella mente si fosse creato uno schema di autoprotezione che si è congelato e si  manifesta in maniera ripetitiva ed automatizzata, quindi senza possibilità di riflessione o mediazione razionale.
Laddove l’affettività appare lesa si provoca un blocco di tipo cognitivo. La possibilità di apprendere competenze “razionali” si basa su una buona base emotiva che in questi casi può essere mancante perchè messa a rischio dalla guerra. Pare che l’esposizione al trauma renda i processi di pensiero e mnemonici “parziali” ed appunto “rigidi” e “ schematici”, diminuendo la capacità di attenzione e concentrazione. Come conseguenza la capacità di apprendere diminuisce provocando senso di depressione e fallimento in questi bambini, creando un circolo vizionso che porta ad un ulteriore aumento dello stress fornendo un ulteriore rischio per la loro salute mentale.
In via generale esistono dei fattori protettivi che possono aiutare ad elaborare positivamente i vissuti traumatici, e sono le relazioni familiari e quelle sociali più in generale. Anche qui però esiste il rischio che il vissuto traumatico stesso “alteri” la qualità di queste relazioni; pare infatti che i bambini palestinesi esposti ad elevati livelli di trauma da guerra riportino una minore qualità nelle amicizie ed una maggiore conflittualità tra fratelli. Già da quanto detto appare come le situazioni familiari stesse di questi bambini non possano più di tanto aiutarli a “reggere” il trauma che rappresenta un enorme fardello per i genitori stessi. Per esempio sembra da alcuni studi effettuati che i genitori del medio oriente vivano dei forti sensi di colpa dal momento che non si sentono nella possibilità di garantire una sicurezza di base ai loro figli; infatti il compito principale dei genitori è proprio quello di proteggere I figli dal pericolo e dalle situazioni stressanti e quindi avere bambini vittime di traumi causa impotenza e senso di fallimento. Il problema è che i bambini a loro volta sono fortemente influenzati dallo stato d’animo dei genitori e quindi anche in questo caso finisce per strutturarsi una sorta di circolo vizioso in cui i figli soffrono perchè leggono la paura negli occhi dei genitori che a loro volta individuano lo stesso sentimento nei figli e si sentono ancora più in colpa. Quanto sia importante la sintonizzazione emotiva tra genitori e figli può essere spiegato partendo dalla relazione primaria madre-bambino; il bambino già appena nato è capace di registrare lo stato d’animo della madre e le sue espressioni facciali; immaginiamo cosa può succedere quando un neonato legge lo sconforto e la paura nello sguardo materno. In questi casi i bambini reagiscono in due modi, entrambi non funzionali ad un adeguato sviluppo; da un lato possono “iper-attivarsi” diventando agitati e provocando anche delle alterazioni fisiologiche nel loro corpo, come l’aumento del battito cardiaco; dall’altro possono reagire con il ritiro dal mondo esterno, isolandosi e smettendo di cercare comunicazione con le figure di attaccamento. Questo tipo di esperienze poi si stabilizzano nella cosiddetta memoria implicita, ossia quella che non può essere rievocata coscientemente ma che lascia tracce in tutto il comportamento.
Questo non vale comunque solo per il neonato, perchè anche i bambini più grandi si aggrappano ai genitori per essere protetti, e nelle situazioni di guerra vivono nel terrore costante che possa accadere qualcosa di grave ai membri della propria famiglia; come si può crescere bene con la costante preoccupazione di perdere il proprio padre o la propria madre, quando non addirittura la propria vita?
Lo scenario che si disegna leggendo questi dati è davvero preoccupante; rappresenta un quadro in cui il bambino si trova chiuso in una spirale di paura dalle quale non gli è possibile uscire perchè le uniche vie di fuga, le relazioni familiari e sociali, sono a loro volta compromesse e “traumatizzate”. Uno scenario dove esiste solo una eterna, angosciante attesa del prossimo bombardamento, dove passa anche la voglia di sopravvivere.
E (mi scuso per il pensiero banale) nonostante ciò le guerre continuano indiscriminatamente per interessi sempre poco chiari.
La cosa più paradossale che a lanciare razzi sono proprio i genitori di questi bambini, i loro fratelli, ossia proprio coloro che dovrebbero difenderli; ma forse è proprio nell’illusione di dare loro un futuro più sicuro che lo fanno……….perchè se la situazione continua così da anni vuol dire che c’è in gioco qualche motivazione profonda radicata nell’anima. Spesso le guerre tra popoli non sono altro che tentativi di distruggere e negare l’esistenza degli “altri”, di altri che creano paura, che sono visti come una minaccia per la propria esistenza; ed è proprio questo che sta accadendo tra Israeliani e Palestinesi…..e purtroppo fino a che le due parti non decidono di accettare l’una l’esistenza dell’altra la guerra continua….indifferente ai bisogni dei più piccoli e, paradossalmente, proprio nel pensiero delirante che sia tutto per garantire loro un futuro più sicuro.

sabato 19 novembre 2011

La crisi e i suoi (psico) derivati

È di ieri la notizia di uno studio svolto da Confesercenti sulle aspettative degli italiani riguardo alla crisi economica. Secondo questa indagine siamo sempre più pessimisti ed il 96% degli intervistati pensa che il peggio debba ancora venire. Corollario della crisi è l’aumento dei disturbi psicologici, in particolari quelli depressivi e d’ansia, legati a demotivazione, disistima e perdita di identità. Ma ci sono anche dei fattori protettivi rispetto a questi disturbi e sono legati al senso di efficacia personale e, soprattutto, dalla presenza della rete sociale.

La situazione economica mondiale ed europea in particolare sta raggiungendo picchi sempre più gravi, crollo delle borse, disoccupazione, licenziamenti, mancanza di soldi per arrivare a fine mese sono sempre più diventati i nostri “diavoli” personali; e, peggio ancora, di questa crisi non se ne riesce a vedere la fine.
Secondo la Confesercenti gli italiani Sono sempre più pessimisti. Ritengono che la crisi economica non stia affatto terminando, sono sempre più preoccupati per il futuro del mercato del lavoro, sono sempre più allarmati per le prospettive della propria situazione familiare, e stanno perdendo la speranza. Ancor più significativo il fatto che i più preoccupati siano, oltre alle persone vicine al pensionamento che guardano con timore alla possibile riscrittura del sistema previdenziale, proprio i giovani e gli studenti.
Da giugno a oggi, è aumentata dal dal 57% al 71% la quota di italiani assolutamente convinta che il peggio non sia passato, mentre sale dal 27% al 42% la percentuale di persone preoccupata per il futuro del suo stesso posto di lavoro
Il vissuto di incertezza per il futuro, la paura della perdita del lavoro, la recessione danno il via all’ansia, alle preoccupazioni ossessive per il lavoro; ad essere colpiti da questo stato d’animo non sono solo le persone che il lavoro lo hanno perso ma anche i loro colleghi che sono riusciti a mantenerlo.

Nel primo caso quello che viene perso è il proprio senso di identità; uno dei principali elementi che lo costituisce è infatti rappresentato dal lavoro, dalla propria capacità produttiva, la forza sufficiente per mantenere magari i propri familiari; il venire a mancare di un’occupazione vuol dire non avere più un ruolo sociale, la capacità di sostentare se stessi e magari la propria famiglia. Ognuno di noi però è proprio sui ruoli sociali che sviluppa la rappresentazione di sé e la sicurezza che gli consente una corretta integrazione sociale; la perdita di lavoro incide quindi tanto sul ruolo sociale quanto sull’autostima. Venuta a mancare l’occupazione si rischia quindi di precipitare in una spirale depressiva, la depressione infatti si sviluppa sulla base del senso di perdita, in questo caso la perdita del lavoro equivale a perdere una considerevole parte di sé che lascia un vuoto nella persona.
Non per niente sono aumentati negli ultimi anni i suicidi causati dall’improvvisa disoccupazione, alla loro base spesso c’è uno stato depressivo che non è stato tenuto in considerazione.

La situazione non è necessariamente migliore per chi un lavoro ce l’ha ancora; anche se meno grave l’attuale situazione lavora ai fianchi fino a portare allo sfinimento e sull’incertezza, sulla mancanza di prospettive attecchisce l’ansia. La paura del licenziamento, di perdere tutto ciò che si è costruito per una vita, crea delle vere e proprie ossessioni. L’ansia infatti è una reazione naturale di fronte all’incertezza ed alla paura, una specie di segnale di allerta; per chi ancora ha un lavoro è come vivere perennemente con una spia di pericolo rossa e lampeggiante dentro la propria testa.
In base allo studio citato gli italiani hanno una visione del futuro sempre più fosca, ormai pochissimi pensano che la situazione migliorerà nel breve periodo, ancora peggiore è il fatto che la percentuale dei pessimisti sia aumentata in pochi mesi, vuol dire che il senso di disillusione e delusione è sempre maggiore.  Crolli improvvisi delle convinzioni positive sono terreno fertile per la depressione e la demotivazione.
In effetti è proprio il circuito motivazionale che finisce per spezzarsi; noi ci sentiamo motivati a svolgere una certa azione perché agiamo sull’onda di tre fattori principali: un fattore emotivo che ci porta a desiderare qualcosa, un fattore cognitivo che riguarda le aspettative di successo nel raggiungere questo qualcosa, un fattore volitivo che è rappresentato dalle azioni concrete che svolgiamo per raggiungere il nostro obiettivo.
Tanto la depressione quanto l’ansia finiscono per inceppare questo circuito bloccandolo; l’abbattimento emotivo agisce sul primo fattore mentre l’ansia sul secondo, sulle aspettative di successo. Questo vuol significare che l’attuale vissuto di incertezza blocca il desiderio, la voglia di agire, persino la voglia di cominciare qualunque cosa; è una forma di difesa dalla delusione.
Si può provare a difendersi diversamente, per esempio buttandosi in nuove imprese in modo maniacale, ma questa non è che una negazione del problema; è della scorsa settimana un articolo sul Resto del Carlino che parlava proprio di questo, del fatto che come reazione psicologica alla crisi molte persone decidono di buttarsi troppo velocemente in attività che non sono state ben pianificate e questo è un sicuro indicatore di insuccesso.

Difendersi dalla crisi deprimendosi o negandola non sono i modi migliori per risolvere la situazione.

Come sempre in questi casi il fattore tempo è importante, non si può agire sull’onda della fretta.
Il primo fattore protettivo dai vissuti depressivi maniacali o ansiosi è la ristrutturazione delle aspettative; diventa cioè necessario non puntare troppo nettamente sull’obiettivo finale ma concentrarsi sui cosiddetti sotto-obiettivi; più semplicemente, piuttosto che concentrarsi su una promozione di questi tempi potrebbe essere meglio riuscire ad accontentarsi di un piccolo aumento.
Un secondo fattore potrebbe essere il tentativo di sviluppare delle azioni creative; per esempio trovarsi degli interessi e cominciare a coltivarli, questo aiuta a sentirsi meglio con se stessi ed a concentrare l’attenzione maggiormente sulle proprie capacità. Un ulteriore vantaggio dello sviluppare la creatività è che così facendo si entra in rapporto con se stessi in maniera più profonda e ci si può sentire più soddisfatti, aiuta a capire che se il mondo è un po’ più buio e persecutorio ci si può prendere cura di sé in prima persona.
Un terzo fattore, più importante degli altri è legato alla possibilità di mantenere una rete sociale funzionante. La rete delle relazioni rappresenta la palestra dove si impara ad avere fiducia in sé e negli altri, dove si impara a non rimanere soli di fronte alle difficoltà. Rompere questa rete significa ridurre la possibilità di reagire positivamente e creativamente alle crisi.
Avere una rete sociale intorno, vuoi la famiglia, vuoi gli amici, vuoi un gruppo di riferimento, è uno degli aspetti psicologici che concorrono alla formazione di quella capacità di reagire positivamente ai cambiamenti e di trasformarli in opportunità; in termini tecnici si parla di “resilienza” oppure di “efficacia personale” che però sono appunto delle competenze che non possono svilupparsi al di fuori di una rete di relazioni  significative e solide.
Le persone con cui abbiamo rapporti di alto valore affettivo sono quelle che meglio di chiunque altro possono non soltanto sostenerci nelle difficoltà, anche in senso pratico, ma sono soprattutto quelle che ci ricordano in continuazione che abbiamo un valore che travalica il ruolo sociale o la produttività, il valore dell’esserci.