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lunedì 2 settembre 2013

Finite le vacanze...come combattere "lo stress da rientro"

 Eccoci a settembre, e per molti questo significa “fine delle ferie” e, ancora peggio, rientro al lavoro passando per il “trauma da lunedì”. Alcune persone riescono a superare il rientro abbastanza agevolmente, altre meno, e questo per motivi caratteriali; in ogni caso tutti al ritorno fanno fatica a ripartire, a riadattarsi ai vecchi ritmi, e ci si sente stanchi e deconcentrati.
Quando le difficoltà sono maggiori si può parlare di “stress da rientro”, i cui sintomi più comuni sono: mal di testa, stordimento, irritabilità, sonno disturbato, calo dell’attenzione, debolezza, malinconia, apatia e, nel peggiore dei casi, depressione, generati da una condizione psicologica negativa per aver vissuto una lunga vacanza spensierata, senza regole e costantemente rivista in veste nostalgica. Secondo i dati Istat un italiano su dieci trova difficoltà a riadattarsi nel solito tran tran quotidiano, questa difficoltà, nei casi più gravi, dura anche mesi.
Ritornare alle “vecchie abitudini” significa ad ogni modo andare incontro ad un cambiamento rispetto ai ritmi fisiologici e psicologici a cui ci siamo abituati durante le vacanze. Laddove il cambiamento richiesto è troppo repentino, il nostro corpo “legge” tali richieste come un segnale di emergenza attivando dal punto di vista fisiologico delle risposte innate utili a fronteggiare la situazione. Infatti i sintomi sopra elencati non sono altro che una risposta del nostro corpo conseguente ad un cambiamento repentino cui il nostro fisico e la nostra mente debbono adattarsi.
Ovviamente questo stato di disagio è fisiologico perché è normale che il nostro corpo e la nostra mente abbiano bisogno di un po’ di tempo per abituarsi a nuovi ritmi (è per questo motivo che a volte anche i primi giorni di ferie possono risultare stressanti) ed in genere bastano un paio di settimane per riabituarsi.
Ma come è possibile “auto-aiutarci” a superare lo stress da rientro? A volte è sufficiente prendere alcuni piccoli accorgimenti, qui ne elenchiamo 7:

1) sarebbe meglio anticipare il rientro di qualche giorno prima di ripartire con il lavoro, in modo da rientrare gradualmente nella routine quotidiana ed avere il tempo per sbrogliare le eventuali incombenze che si sono accumulate nel periodo delle ferie (potreste trovare bollette che vi attendono). Inoltre, siccome a volte le vacanze vengono svolte a ritmi abbastanza sostenuti, si può approfittare di questi giorni “cuscinetto” per dedicarsi solamente al riposo. Se questo non è stato possibile potete provare a supplire con l’immaginazione, iniziando a prepararvi mentalmente al rientro qualche un paio di giorni prima (non di più per non rovinarvi gli ultimi giorni) della fine delle vacanze.

2) altra cosa che si può fare negli ultimi giorni di ferie è fare un elenco di situazioni legate al rientro che vi creano ansia, prendete carta e penna e provate a fare un piccolo elenco. Definite con precisione, meglio che potete, quale è il problema per voi in quella situazione; poi pensate a quel problema, quali potrebbero essere le possibili soluzioni e in che modo si potrebbero mettere in pratica, poi passate all’azione e verificate dopo qualche tempo se avete raggiunto il vostro obiettivo. Se non ha funzionato non scoraggiatevi e provate a pensare ad un’altra soluzione, prima o poi arriverà quella giusta.

3) continuate a dedicarvi ad attività divertenti e rilassanti; non è bene cambiare in maniera repentina le proprie abitudini, quando tornate a casa continuatele, magari in tono minore, per rientrare gradualmente nel ritmo lavorativo o scolastico.

4) nella stessa ottica continuate a mantenere alcune abitudini rilassanti all’interno della famiglia, con il partner o con gli amici….non rimettete subito il muso lungo da lunedì.

5) foto e ricordi sempre in compagnia; guardare le foto delle vacanze con la famiglia o con gli amici può essre un’attività estremamente divertente, che permette di portare il clima di festa anche nei primi giorni di rientro. Non fatelo da soli, perché così scatterebbe una nostalgia che potreste non arginare e potreste trovarvi pieni di rimpianti come i protagonisti di una nota compagnia di crociere di qualche anno fa.

6) se al rientro vi ritrovate sommersi dal lavoro provate, quando e de è possibile, a delegare gli impegni ad altri. La nostra mente ha bisogno di sintonizzarsi con calma su nuovi ritmi; l’importante è che lasciate andare le manie di controllo che non vi fanno fidare dei collaboratori.

7) non è possibile fare tutto e subito, soprattutto con lo stress da rientro; questo significa che se si è accumulato molto lavoro piuttosto che impazzire per sbrogliarlo tutto ( e male ) in 2 giorni è sicuramente meglio stabilire delle priorità, dare precedenza a ciò che è più importante, così ci impiegherete qualche giorno in più ma è anche garantita una maggiore lucidità ( e se proprio non ci riuscite andate al punto 6)

Questi sono solo alcuni consigli che però possono aiutare ad affrontare meglio il rientro, provare per credere e, se avete qualche altro consiglio…..fateci sapere!

martedì 11 giugno 2013

Elogio della depressione.....matrice di creatività

Illustrazione dal "Libro Rosso" di C. G. Jung

Spesso i comportamenti frettolosi, accelerati della nostra epoca nascondo una forte paura del vuoto e della depressione. Ma se da un lato questa patologia provoca dolore e solitudine, dall’altro può portare, se ben affrontata, delle insospettate risorse creative.

Della nostra epoca si dice sia “l’epoca della maniacalità”, della fretta e dell’ansia; in effetti è vero che siamo sempre più “di fretta”, perfezionisti, preoccupati, accelerati….e di conseguenza anche un po’ più superficiali.
Ma quante volte il perfezionismo nasconde la paura dell’abbandono e del biasimo? Quanto spesso l’accelerazione e la fretta mascherano la paura del vuoto? Quanto la possibilità di avere molte più informazioni e competenze superficiali si trasforma in paura dell’approfondimento, in svogliatezza?
In psicologia si dice che l’ansia vada “a braccetto” con la depressione, indicando con questo che spesso, molto spesso, la prima non è altro che la maschera della seconda.
Allora, forse, più che vivere in un’epoca maniacale viviamo “anche” nella sua controparte, un’epoca depressiva; qualcuno che non ricordo spiegava molto bene che in tempi come i nostri la depressione diventa una specie di “bene fondamentale”, perché va a soddisfare la naturale esigenza dell’uomo di approfondire sé stesso, le sue motivazioni e il senso della sua vita. Vivendo in continuo movimento e mutamento viene a mancare la possibilità di fermarsi, di sostare dentro se stessi e comprendersi un po’, fare il punto della propria situazione esistenziale. A questo punto il comparire di periodi di depressione (ovviamente non stiamo parlando della vera e propria depressione patologica descritta nei manuali diagnostici ma di quei momenti di profondo abbattimento in cui capita di incappare nella vita), diventa funzionale proprio a questi obiettivi.
Con questo non si vuole assolutamente minimizzare la portata “deflagrante” di un episodio depressivo, che provoca sempre una sofferenza acuta quanto “sorda” e di difficile risoluzione. La solitudine è forse una delle principali sofferenze di una persona depressa, quella straziante sensazione che non si possa fare affidamento su nessuno al di fuori di se stessi, quel circolo vizioso che continua a far sentire separati dal resto del mondo, una sofferenza che sembra nutrirsi e vivere di se stessa. Le persone che soffrono di più sono proprio quelle che non hanno la possibilità di dialogo, di confronto con gli altri; noi tutti infatti siamo prepotentemente sospinti a ricercare rapporti, perché è solo tramite questi che possiamo veicolare fuori di noi, e conoscere, le nostre emozioni.
Nei casi più gravi l’impressione è quella di una caduta senza ritorno; non c’è più nulla nel mondo esterno che possa aiutare, nessuno stimolo che solleciti l’interesse o che possa accendere un barlume di progettualità.
Ma allora come si fa per uscirne e, ancora, come si fa per convivere con questo stato dell’anima quando si presenta? L’unica soluzione pare essere quella di attribuire un senso agli eventi che provocano questo dolore. In questo caso è interessante quanto affermato da Carotenuto:
“ Le ferite dell’anima, però, possono trasformarsi in principi attivatori del nostro risveglio psicologico, capaci di innescare la nostra rinascita, il cambiamento a cui tutte le esperienze vissute ci hanno preparato. La particolarità della sofferenza, infatti, consiste nella possibilità che essa ci offre di trarre nutrimento dallo sviluppo della nostra vita interiore…… la sofferenza e la “prigionia” della nostra anima illuminano e rendono visibile il patrimonio più prezioso e nascosto delle nostre risorse psichiche.”
Uscire da una depressione significa portarsi dietro un pesante ma ricco fardello: tutte le esperienze psicologiche e tutte le riflessioni generate dalla depressione stessa. È per questo che in genere dopo un episodio depressivo se ne manifesta uno maniacale, di entusiasmo e di confusione, ricco di idee e spunti creativi che se si avrà costanza potranno essere messi a frutto. Non per niente molti artisti riferiscono di aver creato le loro opere migliori in una sorta di “incendio creativo” conseguente ad un periodo di depressione e profonda solitudine; questa infatti più di altre sofferenze psicologiche rappresenta una possibilità di metamorfosi e, spesso, fonte di arricchimento interiore.
Ovviamente questo non vuol dire che una depressione sia qualcosa di auspicabile; tutt’altro, dovremmo però essere capaci di entrare più spesso in contatto con le nostre profondità inconsce, trovare più spesso dei momenti per stare da soli con noi stessi; nel momento in cui le occasioni di “introversione” trovano libera espressione nella vita quotidiana diminuisce il rischio di affrontare un vero e proprio episodio depressivo.
Avremmo così più momenti di consapevolezza e saremmo capaci di trovare soluzioni creative alle nostre difficoltà molto più spesso e senza dover necessariamente attendere di sprofondare nel buio.

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domenica 23 dicembre 2012

Tempo di regali: sul valore psicologico del dono e del "donarsi"


Quello del regalo è uno dei gesti più antichi della tradizione dell’uomo ed è carico di significato; è un’usanza che esiste da sempre e, qualunque sia l’occasione per la quale vi si ricorre, è molto più che una prassi tradizionale o l’adempimento a un dovere legato a una circostanza particolare. Regalare qualcosa a qualcuno è un gesto relazionale che mostra un certo impatto emotivo: con l’azione del dono inviamo un messaggio a colui che lo riceve e sveliamo una parte di noi stessi che si manifesta nella scelta di quel determinato regalo per quella specifica persona; in questo risiede anche il valore più strettamente psicologico del “donarsi”, ossia lasciarsi andare all’altro, mostrare sé stessi, tanto una propria idea quanto un’emozione.
Il regalo, in questo senso originale ed autentico, diviene quindi un atto creativo, costruttivo ed intimo.
Nell’attuale società occidentale, purtroppo, il dono ha perso questo valore originario assumendo un aspetto più superficiale e consumistico. Per esempio spesso si sceglie un regalo non in base al significato dell’avvenimento da festeggiare ma in base alla moda e alla pubblicità del momento. La folle corsa nei negozi, la ricerca smodata e spesso obbligata di chissà quale oggetto, l’acquisto di un regalo tanto per farlo ma senza individuarne un senso per sé o per l’altro sono comportamenti che tolgono valore al gesto originario.
Questa confusione sul senso del gesto deriva però anche da una confusione di termini; si può differenziare infatti il significato della parola “regalo” da quello del termine “dono”.
La parola Regalare ad esempio deriva da “regalia” che erano i diritti spettanti al re di cui egli poteva fare concessione ai suoi sottoposti per ricompensa di altri servigi. Insomma la parola regalo sembra riportarci ad un significato molto sociale dello scambio dove cioè c’è qualcuno che fa qualche cosa in cambio di altri interessi o per farsi vedere, per mettersi in mostra. Lo vediamo e lo sappiamo che molti regali sono fatti con un preciso significato, una attesa di scambio.
Noi usiamo, però, anche un’altra parola come sinonimo di questa, soprattutto a Natale, ed è la parola dono. L’origine di questa parola è completamente diversa essa infatti deriva proprio dal verbo dare, ed indica “ciò che si da senza attesa di ricompensa”. Il dono implica insomma la gratuità del dare, ed il piacere di dimostrare, con il dono, l’affetto ed il significato che quella persona o quella relazione ha per noi.
In un significato più profondo il dono ci mette “di fronte” alla persona a cui viene fatto e ci fa confrontare con lei; quando il dono diventa “dono di sé”, magari in una relazione amorosa o di amicizia, permette di capire quanto riusciamo ad impegnarci in quel rapporto, quanto riusciamo a dare e quanto a “prendere”….oppure quanto ci “tratteniamo. In base a questa lettura donare è anche un rischio, rappresent6a un modo di mettersi in discussione, ci costringe a confrontarci con la risposta dell’altro che sia essa positiva o negativa (per esempio chiedere alla persona che ci piace di iniziare un rapporto d’amore, e quindi “fargli dono” del nostro sentimento, comprende in sé il rischio di venire rifiutati). Il dono allora è caratterizzato da una natura ambivalente.
Nel risalire alle origini del motivo dell'ambivalenza del dono è significativo analizzare il termine; dôron-dôlos, dono-inganno, come il duplice significato della parola gift: dono da una parte e veleno dall'altra. 
L'originalità di questo tema rinvia per esempio alla tradizione greca. Da Omero ad Esiodo, da Eschilo a Platone dono è essenzialmente inganno. Ciò concerne non uno specifico dono, ma ogni dono; secondo il mito di Pandora ricca di ogni dono«) il famoso Vaso di Pandora è un dono agli uomini da parte degli Dei ma contiene anche tutti i mali che si diffondono per il mondo intero. Ma non bisogna dimenticare che al suo interno c’è anche la Speranza; il dono quindi porta anche il male (il rischio della sofferenza di donarsi agli altri) ma nello stesso tempo rappresenta la possibilità di proteggersene.
In altri termini “donarsi” senza avarizia agli altri può far male ma nello stesso tempo può rappresentare anche la massima felicità (basti tornare all’esempio di cui sopra nel caso che la persona che ci attrae accetta di stabilire un rapporto con noi).
Oggi rischiare in questo modo le proprie emozioni tende a fare paura. La tendenza al controllo che ci assale sempre più spesso impedisce di entrare in rapporto profondo con gli  altri ma anche con lo scorrere della vita in generale; tendiamo quindi a trattenere quello che proviamo oppure a metterlo in gioco solo quando ci sentiamo abbastanza sicuri, quando abbiamo il controllo sugli eventi, secondo una modalità dai forti tratti ossessivi; in questo senso il cosiddetto “regalo di consumo”, quello legato al concetto di “regalia” non è altro che una difesa dal donarsi autentico, una difesa dettata dalla paura dell’altro.
Ma perché si evita di donarsi, ossia si evita il dono autentico, spontaneo, libero? Forse perché così facendo non solo non si rischia se stessi, ma anche, e soprattutto, così facendo si tengono lontano gli altri dalla propria vita, impedendogli di portare scompiglio con la loro novità. Il dono infatti è cambiamento, è sviluppo, è creazione di una situazione diversa; soprattutto è incontro e relazione.
Il dono quindi va anche accettato e questo comporta una specie di “scelta di vita”, come dice Risè un “essere per il dono”, essere capaci di esprimersi liberamente per quello che si è, di rischiare i propri sentimenti e, tra l’altro, sentirsi di poter rifiutare quelli altrui; questo tipo di comportamento comporta un “avvicinamentoagli altri e se tutto va bene sarà amicizia o amore; altrimenti, forse, conflitto e sofferenza. Ma solo rischiando la disperazione si può ottenere la felicità.
In conclusione nell’esperienza del dono, e del donarsi, si esprime una parte decisiva della vita umana, che è quella che riguarda gli affetti e la ricerca del senso della vita, una ricerca che va oltre gli angusti confini del nostro Ego per avventurarsi nel mondo sconosciuto della relazione autentica con il mondo.




domenica 9 dicembre 2012

L'Albero di Natale come simbolo di crescita personale


E così si avvicina un nuovo Natale, una festa che per ognuno di noi costituisce un momento importante per la sua atmosfera speciale e per gli aspetti affettivi ed emotivi che vi sono associati.
Due sono gli ambiti di vita ai quali questi aspetti si intrecciano, uno è quello sociale e l’altro quello individuale.
Al primo appartiene la “celebrazione” di questa festività, che coinvolge le famiglie nella loro interezza, le cene ed i pranzi, le grandi abbuffate, come anche la celebrazione fra amici (merito anche delle ferie) alle partite a carte o tombola o altri giochi da fare in compagnia. A questo primo ambito appartiene però anche la forte connotazione “commerciale” del Natale, quella fatta di panettoni, settimane bianche, luci splendenti e regali più o meno costosi ed a questo livello si inseriscono anche quelli che sono gli elementi “nevrotici” di questo periodo. In effetti è proprio “dentro” questo aspetto del Natale che troviamo lo “stress da regalo” ma anche la sofferenza psicologica; come sempre i dati confermano che in questo periodo aumentano ansia e depressione e che queste a volte sono legate all’”obbligo” di vivere bene e felicemente queste festività anche se ciò non corrisponde allo stato d’animo; e da qui ecco che si ripropongono conflitti familiari che non possono essere espressi (pena sensi di colpa verso gli altri componenti della famiglia), ecco che ci si sente inferiori perché non si hanno abbastanza soldi per i regali o per i festeggiamenti e così via….
Quello che si può pensare è che queste difficoltà appartengano comunque alla vita quotidiana e non possono essere eliminate come il “buonismo” natalizio vorrebbe; ma allora, visto che le nevrosi “festive” sono a loro modo “naturali” dove risiede l’errore? Perché ci si sta male il doppio?
Forse perché i due ambiti di cui sopra sono troppo divisi fra di loro, perché non bisogna dimenticare che esiste anche l’aspetto “individuale” del Natale, quello che simboleggia la rinascita di una luce dentro di sé (rappresentata in particolare dal Presepe), il motivo del nome stesso di questa festa, “Dies natalis Solis Invictus” ossia il giorno della nascita del sole vittorioso, la rinascita della luce nuova, appunto; e nel nostro caso una luce che appartiene a se stessi soltanto.
Natale quindi non è solo una festa da passare insieme ma anche un momento che rappresenta un cambiamento “dentro” l’individuo stesso e da vivere solo per se stessi.
Per esempio Jung ci dice che l’Albero di Natale è simbolo del “Processo di Individuazione”, un processo di crescita personale che riguarda il proprio sé, e non il clima esterno, le relazioni affettive o le dinamiche sociali.
Riguardo all’Albero di Natale diceva Santa Teresa d’Avila: “…l’albero della vita mi è rifugio, nel pericolo esso mi protegge…l’albero è la scala di Giacobbe in cui gli angeli salgono e scendono, e alla sommità della quale risiede il Signore..” oppure ancora il Beato Filippo Luigi Casati: “…l’albero della nascita divina si eleva verso il centro del cielo e della terra…..fissato dai chiodi invisibili dello spirito per non vacillare nel suo avvicinamento al Divino.
Quindi l’Albero di Natale è simbolo di un percorso individuale che riguarda essenzialmente se stessi e che non dipende dalle relazioni con gli altri perché basta a se stesso, perché rappresenta una rinascita personale ed indipendente che si eleva sopra la solitudine interiore ed alza lo sguardo a cercare il proprio sole nuovo (oppure la stella cometa).
Ecco cosa dice Jung in proposito in una intervista del ’57:
“…l’albero decorato ed illuminato, si ritrova anche indipendentemente dalla natività di Cristo e anzi in contesti non cristiami. Per esempio nell’alchimia…….il significato dei globi lucenti che appendiamo all’albero di Natale non sono altro che i corpi celesti, il sole, la luna, le stelle; l’albero di Natale è l’albero Cosmico. Ma, come mostra chiaramente il simbolismo alchemico, è anche un simbolo della trasformazione, un simbolo del processo di autorealizzazione. Secondo talune fonti… l’adepto si arrampica sull’albero: un motivo sciamanico antichissimo. Lo sciamano, in stato estatico, sale sull’albero magico per raggiungere il mondo superiore, dove troverà il suo vero essere. Arrampicandosi sull’albero magico, che è al tempo stesso l’albero della conoscenza, egli si impossessa della propria personalità spirituale. Allo sguardo dello psicologo, il simbolismo sciamanico ed alchemico è la rappresentazione in forma proiettiva del processo di individuazione. Come questo poggi su base archetipica è dimostrato dal fatto che i pazienti del tutto privi di  nozioni di mitologia e di folklore producono spontaneamente immagini incredibilmente simili al simbolismo dell’albero storicamente attestato.”
E conclude dicendo che “l’albero di Natale è una di quelle antiche usanze che nutrono l’anima, che nutrono l’uomo interiore.”
Quindi è importante capire che il Natale oltre a rappresentare l’amore che circola in funzione della buona relazione con gli altri simbolizza anche il momento della buona relazione con se stessi. Capendo questo si diventa più forti di fronte all’irruzione di ansia e tristezza natalizie che entrano meno in contrasto con le aspettative di gioia che il Natale produce.
In sintesi, si può essere “anche” in compagnia di se stessi senza sentirsi troppo soli ed i problemi di cui si parlava sopra possono essere affrontati con maggiore forza. Allora l’albero diventa la “scala” per raggiungere un nuovo livello di consapevolezza, un nuovo senso che sia innanzitutto un nuovo “senso di sé” e così, con nuove energie, possiamo davvero donare qualcosa agli altri e vivere con loro la gioia del Natale.

domenica 2 dicembre 2012

Siamo ancora capaci di "perderci"? Riflessioni sul tempo "perso"


Una non troppo vecchia pubblicità di automobili chiedeva al telespettatore se fosse ancora capace di “perdersi”, in effetti al giorno d’oggi questa domanda appare tutt’altro che banale.
La nostra si è trasformata in una cultura della fretta, corriamo sempre, per andare al lavoro, per tornare a casa, per accompagnare i figli da qualche parte….corriamo anche quando dobbiamo farci una vacanza “rilassante”, da un monumento all’altro, da un locale all’altro, durante il week-end facciamo la “movida” (termine sicuramente emblematico).
Ma tutto questo movimento non corrisponde a sua volta ad un “perdersi”?
Dipende da cosa si intende con questo termine. Se perdersi equivale ad essere disorientati nella vita allora, si, sicuramente ci perdiamo spesso a fare cose la cui reale necessità appare dubbia. Ma se perdersi equivalesse, al contrario, ad un lasciarsi andare a se stessi, ad aspettare che si creino delle esigenze reali, fossero esse concrete o “dell’anima”, allora di questo oggi siamo meno capaci che mai.
È il famoso contrasto tra mondo esterno e mondo interno; equivale al chiedersi se le nostre azioni siano dettate da motivazioni personali o da esigenze esterne a noi, ossia dall’influsso sociale.
A ben guardare il nostro essere persi nel mondo corrisponde spesso ad un tentativo di riempire i “buchi” della vita; fino a che corriamo dietro alle centomila cose da fare non abbiamo il tempo di pensare a noi stessi, non abbiamo tempo di “prenderci il tempo”; ma basta un fine settimana durante il quale non ci siamo organizzati a fare qualcosa di specifico (fosse solo seguire il calcio) che ci sentiamo veramente “persi”, non sappiamo cosa fare, ci annoiamo.
In questo senso il termine “prendersi il tempo” è molto significativo, indica una posizione “attiva” nei suoi confronti.
Cercare di “riempirlo” è un modo come un altro per significare che ne abbiamo paura e che quindi ci limitiamo a “subirlo”, in sintesi assumiamo nei suoi confronti una posizione passiva, finiamo per esserne determinati, facciamo le cose per evitare di confrontarci con i tempi morti.
Al contrario allora prendersi il tempo corrisponderebbe ad un atteggiamento attivo, creativo; per esempio accettare la noia ed aspettare che si trasformi in qualcosa oppure in niente, in questo modo i “tempi morti” vengono accettati e ci si confronta con loro alla pari, il tempo magari trascorre “vuoto” ma non provoca sensazioni di disagio.
Winnicot, un famoso psicanalista del passato, affermava che il contrario di esistere non è “non esistere” ma bensì “reagire”; se ogni volta che facciamo qualcosa è solo come reazione a qualcos’altro vuol dire che non esistiamo per noi stessi ma che facciamo le cose in reazione a conflitti (con il mondo o con noi stessi) con i quali combattiamo le nostre personali guerre; questo significa che determiniamo quello che siamo esclusivamente in confronto con qualcosa di altro, dimenticando di guardare ciò che siamo davvero nel nostro profondo. È ovvio che entrambi gli atteggiamenti sono necessari, ma non dovrebbero mai essere sbilanciati troppo a lungo.
Il nostro perderci oggi corrisponde al continuo cercare alternative per riempire momenti vuoti, noi non ci perdiamo mai realmente, lasciandoci andare a quello che capita, noi in realtà abbiamo già molte alternative da attivare; la noia non fa in tempo ad arrivare che già sappiamo cosa fare, come “reagire” ad essa.
Da un punto di vista psicopatologico finiamo per soffrire di continua ansia anticipatoria, ossia la paura per quello che succederà, al cui fondo c’è sempre la paura del vuoto. Oggi la nostra è definita una società ansiosa ma a ben guardare forse bisognerebbe chiedersi se non sia una società depressa.
L’ansia infatti va spesso a “braccetto” con la depressione, è lo “psicofarmaco” più utile (ed utilizzato) contro il senso di vuoto, ossia la depressione. Questo significa che abbiamo paura di noi stessi e di ciò che ci alberga dentro, e che non vogliamo vederlo; la depressione, almeno nella sua forma reattiva, secondo qualcuno può essere una reazione a questa poca attenzione a sé, un tentativo estremo che la nostra psiche fa per farci confrontare con i nostri aspetti inconsci, tra cui le nostre necessità più profonde alle quali non diamo attenzione.
Senza voler davvero andare così lontano basti pensare che la noia per esempio è anche una possibilità creativa, nel suo manifestarsi crea la frustrazione, l’insoddisfazione, che ci costringe a trovare soluzioni alternative; in questo senso basta guardare i bambini ed i giochi che si inventano quando non sanno cosa fare, i giochi più strani ma anche i più divertenti. E questo è molto diverso dall’avere una soluzione già pronta, ha il sapore del “sorprendendente”, quante volte ci scopriamo o ci siamo scoperti a divertirci più del solito, magari con il partner oppure in famiglia o con gli amici, proprio nelle situazioni noiose? Questo perché le soluzioni che emergono sul momento sono più significative, parlano di quello che siamo in quel preciso momento della vita, al contrario delle alternative che vengono preparate in anticipo ed appaiono vuote di senso.
Allora diventa sempre più importante oggi riuscire a perdersi davvero, con consapevolezza e tranquillità, e lasciarsi andare al momento, un momento che più di ogni altro ci parla di quello che siamo ora e ci fa sentire profondamente dentro noi stessi, e ci può aiutare più di qualunque altra cosa a conoscerci o riconoscerci per la nostra speciale unicità.

mercoledì 7 marzo 2012

Paura di cambiare: il cambiamento e la scoperta di sè

 Oggi il cambiamento è un argomento che si impone agli onori della cronaca, da un punto di vista sociale e lavorativo è molto aumentata la disponibilità a cambiare ed a spostarsi, tanto fisicamente quanto mentalmente; ma la paura di cambiare è anche una condizione quasi “ontologica” dell’uomo. Alcuni cambiamenti possono di certo essere negativi ed essere addirittura traumatici, pensiamo alla perdita del lavoro per esempio, ma anche quelli positivi possono creare un pò di stress da cambiamento; questo perchè modificare le certezze, anche in maniera positiva, crea incertezze e costringe a confrontarsi con situazioni nuove che non possiamo affrontare con sicurezza perchè mai sperimentate prima.
In effetti ci sono persone nelle quali anche di fronte ad eventi positivi come una promozione, una vincita al gioco, la nascita di un figlio etc. prevale il disagio per il cambiamento piuttosto che il piacere; in generale bisogna ammettere che nessun cambiamento possa portare con sè esclusivamente effetti positivi o negativi, il fatto è che di fronte alle modifiche (non solo concrete ma anche psichiche) sale l’incertezza, la sottile paura di non riuscire a gestire il nuovo evento, una sorta di ansia anticipatoria che può provocare preoccupazione o agitazione, in sintesi vengono attivati dei meccanismi difensivi che non sono stati scelti mediante una valutazione razionale, ma che rappresentano una risposta percepita come inevitabile, automatica ed inspiegabile per proteggersi da ciò che è sconosciuto; ed ecco la paura di cambiare.
Tutto ciò può sembrare assurdo ma in realtà non lo è, tanto che nel DSM IV (manuale diagnostico dei disturbi mentali) esiste uno specifico disturbo legato a questa condizione, il disturbo dell’adattamento, diagnosticabile nel momento in cui la risposta di un soggetto ad un cambiamento di vita comporta un marcato disagio sociale e lavorativo, e questo indipendentemente dal fatto che questa novità possa essere positiva o negativa.
Al di là dell’aspetto strettamente diagnostico, va detto che le cose più importanti per l’essere umano sono la sicurezza, e la stabilità, e le variazioni indipendentemente dal loro valore vengono viste con una sorta di inconscio sospetto.
Questo meccanismo si presenta già nel bambino con il suo bisogno di attaccamento, anzi, è così forte il bisogno di sicurezze e di cure che risulta preponderante persino rispetto alla bontà o meno del comportamento del genitore (tra l’altro è per questo che un bambino non riesce a denunciare un genitore che lo maltratta, perchè la paura di perdere chi si occupa di lui è più forte di qualunque tipo di giudizio).
Ora, basta sostituire l’immagine del genitore con quella dello stile di vita che una persona conduce per capire quanto questo ragionamento ci segua anche da adulti; questo è il motivo per cui a volte persone che stanno male a causa di un rapporto o di una situazione lavorativa non riescono ad abbandonarla, qui vale il famoso detto “chi lascia la strada vecchia per la nuova….”, alcune persone lo hanno marchiato nell’anima così forte da non riuscire ad affrontare i cambiamenti anche quando risulterebbero positivi se non addirittura necessari.
Fino a qui abbiamo notato i sintomi, il disagio ed i suoi segni, e abbiamo cercato anche le motivazioni sottostanti, quelle nascoste nel passato; ma la paura di cambiare ed il suo superamento tirano in ballo il suo funzionamento; solo se capisco come funziona posso riparare un oggetto, così vale anche per la psiche e le sue dinamiche; in sintesi è necessario chiedersi cosa accade tra il momento in cui questa paura inizia a svilupparsi nel passato e quello in cui si manifesta nel presente.
Innanzitutto quando si parla di cambiamento interiore si parla anche di cambiare la visione che abbiamo di noi stessi, una visione che deve in qualche modo adeguarsi tanto al mondo esterno con le sue richieste, tanto a quello interno con suoi bisogni e le sue pulsioni; e l’immagine di noi si modifica tanto di fronte a cambiamenti positivi quanto negativi.
Erich Fromm parlava di “fuga dalla libertà”, una sorta di paura di essere finalmente liberi; quando si impone una modifica del proprio comportamento usuale quindi non c’è solo paura di perdere la sicurezza ma anche paura di ciò che si potrebbe diventare. Fromm appunto ci dice che l’uomo ha paura della libertà perchè fondamentalmente ha paura di prendersi la responsabilità di se stesso.
Su questo punto il passato con il suo bisogno di sicurezza ed il presente con le sue molteplici sfaccettature si toccano da vicino; se cambio non metto in discussione solo me ma anche il mondo che mi circonda e che mi ha visto in un certo modo fino ad ora; la domanda che sorge è se questo mondo mi accetterà anche se mi manifesterò diverso da come mi conosce; perchè il mondo, la rete sociale che mi sostiene, è in fondo la mia sicurezza e forse non me la sento di rischiare di farne a meno; ma questo significa che non me la sento di combattere per la mia libertà e per quello che potrei diventare e che potrebbe anche farmi stare meglio, oppure, ancora, significa che parto dal presupposto che la mia “libertà” non verrà accettata prima ancora di saperlo, forse perchè a non accettarla sono io per primo.
La  paura del cambiamento quindi si sviluppa su di un doppio binario, l’accettazione del cambiamento da parte del mondo e l’accettazione del cambiamento da parte di me. Se sento la paura di mostrarmi cambiato è forse perchè sotto sotto ho paura di me, o almeno di una parte di me che sta emergendo.
Sotto questo punto di vista la paura di cambiare si trasforma da paura delle incertezze a paura di se stessi, di quelle parti di sè che creano inquietudine, che emergendo potrebbero cambiarci e che potrebbero essere giudicate male dagli altri perchè in primis mal giudicate da noi stessi. Eppure dentro queste parti per così dire “nuove” si nascondono le nostre capacità, per esempio la capacità di reagire positivamente ad un cambiamento imposto oppure a situazioni che avvelenano l’anima, per non parlare della capacità di gestire gli eventi positivi senza agire sulla scia del comportamento maniacale.
Come al solito il primo passo da fare è quello di riuscire ad accettare se stessi e, soprattutto, le parti di sè che non si conoscono bene alle quali non ci si sente liberi di dare spazio. Fatto questo la possibilità di attuare delle modifiche nella propria vita aumenta, e così si decide di fare un figlio, di cambiare partner, di cambiare lavoro o ricostruirlo dopo averlo perso, gettandosi in una nuova avventura. Chiaramente questo può provocare inquietudine alla persone più vicine ma questo passo diventa importante perchè è alla base del rispetto di sè come individuo, accettarsi e correre il rischio di mostrarsi diversi dal solito anche agli altri presuppone la capacità di fare affidamento su di sè, di assumersi la responsabilità di rinascere da se stessi.
Tutta questa dinamica passa attraverso il nostro Io, quella parte di noi che è cosciente di se stessa e del mondo, quella istanza psichica che ci permette di dire “io sono così e così” e “il mondo è così e così”. L’Io è depositario di quelli che sono gli schemi ed filtri attraverso cui leggiamo il mondo, quello che, per così dire, decide se vogliamo organizzare i “libri” delle esperienze per autore, piuttosto che per editore o argomento; è il responsabile del nostro metodo di apprendimento e lettura della vita.
Ogni cambiamento, imposto da fuori o da dentro di sè, passa attraverso questa fondamentale funzione; cambiare costringe l’Io a cambiare metodo di catalogazione; questo non comporta solo l’organizzazione delle nuove esperienze di vita ma anche e soprattutto la ri-organizzazione delle eserienze del passato.
Anche questo è uno dei motivi della paura del cambiamento: cambiare, soprattutto in maniera radicale, comporta la riorganizzazione del passato oltre che del presente e del futuro; è quindi una grande opera. Ma qui, in fin dei conti, si torna al punto di partenza, il bisogno di sicurezza e la paura di sè, perchè la paura che riorganizzando e ristrutturando si perda qualche certezza oppure che emerga qualcosa che avremmo voluto dimenticare è talmente forte da riuscire ad impedire qualunque progettualità di cambiamento.
Ancora di più allora per affrontare al meglio i cambiamenti è necessario essere disponibili a rischiare e, soprattutto, a rischiare di conoscere meglio se stessi.

venerdì 23 dicembre 2011

Stress Natalizio

Il Natale, la festa più sentita, amata e attesa dell’anno, si è da tempo trasformata in qualcosa di molto diverso rispetto a quel periodo davvero magico di quando eravamo bambini. È tutto uno stress; tra regali da comprare, auguri da inviare, parenti da andare a trovare e cenoni da organizzare, più che una festa sembra un lavoro, un impegno a tempo pieno che comincia ad occupare gran parte delle nostre energie fisiche e mentali fin da novembre, con l’apparire in Tv dei primi spot di panettoni e pandori. Ci si trova ad avere anche a che fare con abitudini che magari non abbiamo mai sentito veramente nostre, che avremmo cercato di sfuggire per poi magari sentirci in colpa….e aumentare lo stress.
Stress da regalo
A fronte delle svariate tradizioni sopra elencate la conseguenza naturale è la frenesia da acquisto che si sviluppa proprio in questi giorni, l’acquisto del cibo per pranzi e cenoni ma, soprattutto, per l’acquisto dei regali. I regali di Natale più che momento gioioso e di condivisione per la maggior parte degli italiani sembrano essere una vera e propria fonte di stress, tra corse dell’ultimo minuto, indecisione su cosa acquistare e su quanto spendere. Sembra che siamo capaci di percorrere 15 km al giorno tra passeggiate e spostamenti con i mezzi pubblici e di dedicare circa 7 ore allo shopping natalizio ed alla ricerca del regalo ideale. Sembra strano ma è così; il Natale non è solo gioia e voglia sana di donare qualcosa, le festività di fine anno sono da più parti anche viste come ansia da regalo che si manifesta con l’irrefrenabile bisogno di acquistare il dono, di sceglierlo con cura ma al contempo vivere la scelta con quel minimo o massimo di insoddisfazione certi del fatto di non aver potuto operare la scelta giusta. A Natale inoltre si litiga anche con il partner per la scelta del regalo da fare, troppo caro per uno, inutile per l’altro e poi il Natale è anche il momento dell’anno in cui forse più che mai ci si rende conto di come spesso si guadagni troppo poco per riuscire a dare sfogo alla propria smania di regalare e non essere da meno nei confronti degli altri.
Le attese sbagliate generano lo stress di Natale
Queste abitudini non possono non generare stress; ma è davvero colpa del Natale? Non sarà che ad aumentare lo stress ci sono soprattutto una serie di aspettative sbagliate? Prima di tutto la voglia di sentirsi i migliori, quelli che hanno azzeccato il regalo giusto, capaci di stupire, di donare felicità. Ma anche quella di non deludere le aspettative altrui, di non fare gaffe o brutte figure. Il regalo di Natale allora diventa un dovere, un oggetto attraverso cui ci si sente misurati, analizzati, valutati; insomma, uno stress. Perdendo tutta la sua valenza divertente, piacevole, romantica, il regalo di Natale diventa sono una fonte di ansia, persino di sensi di colpa.
Come allontanare lo stress di Natale
Innanzitutto potrebbe essere utile cambiare le aspettative e, di conseguenza, i nostri comportamenti. Se il regalo esprime affetto non è necessario farlo per dovere; abbandonando i sensi di colpa si potrebbe decidere di fare regali a chi davvero desideriamo farne. Nella stessa ottica è possibile limitare il budget di spesa, perché l’importante è far sentire la propria vicinanza affettiva, non stupire con gli effetti speciali.
Secondariamente bisognerebbe programmare gli acquisti per tempo, evitando corse all’ultimo minuto; in questo senso è utilissimo dividersi i compiti e scegliere con cura i “compagni di shopping”, in base ad abitudini e gusti onde evitare litigi e discussioni. E se non si riesce comunque a pianificare tutto va ricordato che il 24 dicembre i negozi sono aperti fino al pomeriggio. A tutto si potrebbe anche aggiungere che i regali si possono anche pianificare, almeno qualcuno, via internet.
Infine l’ultima tendenza che arriva dagli esperti per superare indenni la prova regalo si chiama “shopping break”, ovvero la “pausa da acquisto”, cioè il momento in cui staccare la spina dalla maratona regalo, per ragionare, fare il punto della situazione e ricaricare le batterie per individuare il regalo giusto. Questo almeno è quanto emerge da uno studio di una agenzia di marketing italiana, promossa grazie al coinvolgimento di 120 esperti di regali: direttori e responsabili di negozi, commessi, consulenti e personal shopper, oltre a psicologi, medici, sociologi e personal trainer per capire come affrontare lo stress da regalo.
Lo shopping break è una vera e propria pausa d’acquisto, in cui rigenerarsi, fare il punto della situazione, pianificare le scelte giuste e dare spazio al confronto ed alla selezione di ciò che si è già visto e di ciò che c’è ancora da vedere. Un momento in cui rifocillarsi con una bevanda calda o un aperitivo: il tutto per non far diventare un tormento il momento dell’acquisto.

Sommando il tutto si può concludere che esiste una sola regola giusta per eliminare lo stress di Natale: spezzare le abitudini e fare ciò che si sente davvero.


mercoledì 30 novembre 2011

La fine delle passioni

Le passioni ci spaventano, è vero che ogni tanto ci troviamo a provarne di travolgenti, amorose, sessuali, politiche, paurose etc., ma possiamo davvero chiamarle passioni? In realtà sono spesso emozioni (rabbia, paura, disgusto, gioia etc.) che durano poco, le vere passioni comportano riflessione, sono durature e spesso provocano sofferenza e proprio per questo ci fanno paura, ci fanno perdere il controllo e di conseguenza cerchiamo di spegnerle. Il problema è che più che sparire finiscono per trasformarsi in ansia o depressione e più che “passioni” finiscono per diventare veri e propri “patimenti” dell’anima.
Per capire come mai le passioni stiano sempre più sparendo è necessario riflettere sul significato della parola passione; dal latino “soffrire” “sopportare”, quindi passione vuol dire provare una sofferenza ma anche sopportarla e quindi bisogna andare a cercare il significato, tra gli altri, di sopportare; dal latino “supportare, sostenere”, indica quindi uno sforzo per portare su di sè qualche cosa, in questo caso potremmo pensare ad una emozione tanto forte e travolgente da fare quasi male.
Fino a qui tutti bene, tutti soffriamo e sosteniamo quindi non si potrebbe dire che le passioni siano in estinzione, anzi tutt’altro. Però il termine “sopportare” ha anche un ulteriore significato più specifico: “resistere” ed in questo caso invece si può spiegare il titolo di questo articolo.
Se alla base della passione c’è anche la resistenza il discorso potrebbe cambiare; le passioni sono lì per insegnare qualcosa, per parlarci di noi, ma noi non vogliamo ascoltarle proprio perchè portano con sè la sofferenza prolungata. Oggi però è sempre più difficile trovare chi piuttosto che chiudere gli occhi di fronte alle cose che non vanno decide di analizzarle e trovare una risposta.
Le emozioni travolgenti esistono ancora, ma le passioni, che durano a lungo, no, non c’è voglia di resistere, se una cosa non può essere ottenuta viene abbandonata per un’altra, c’è sempre meno voglia di combattere ed impegnarsi per ciò che si desidera, e il combattimento è “passione”.
Non è possibile comprendere le passioni senza prendersi il giusto tempo per ascoltarle, ed il problema è proprio il tempo, sempre più prezioso e sempre più centellinato.
Non è altrettanto possibile comprendere una passione senza entrarci in relazione, ma come si può fare per rapportarsi con essa? Solamente sperimentandola; ma allora come sperimentarla? Vivendola nella vita reale.
Alla base di questo meccanismo c’è quella che in psicologia dinamica viene chiamata proiezione, l’attitudine prettamente umana a rispecchiarsi negli altri; Jung diceva che per scoprire la propria Ombra personale (il lato nascosto ma anche sconosciuto di sè) poteva essere un buon inizio osservare ciò che meno piace degli altri e vedere se per caso quelle caratteristiche non albergassero anche in se stessi; ovviamente questo può valere tanto per caratteristiche negative quanto positive (anche se in via generale ciò che appartiene all’Ombra tende a fare paura). Questo principio quindi parla della naturale tendenza dell’uomo a cercare di conoscersi, e rivedersi negli altri è un modo come un altro per farlo, forse anzi il modo migliore.
Riconoscere le proiezioni comporta appunto tempo e sofferenza, comporta passione. La passione che ci lega al partner, ai figli, la passione sessuale e travolgente, il senso di appartenenza a qualche cosa, tutto avviene tramite questo meccanismo di base che quindi è prima di tutto un mezzo di conoscenza a nostra disposizione.
Provare passioni significa vivere nel mondo e rapportarsi ad esso, alle persone, agli eventi, significa riuscire a condividerle prima ancora di riuscire a capirle, significa stare con gli altri.
Il tempo diventa un elemento fondamentale; le passioni nascono dalle emozioni e le emozioni sono delle reazioni corporee che lasciano il tempo che trovano; per un momento abbiamo una certa reazione emotiva che però, come tutto ciò che comporta una scarica chimica fisiologica, tende ad esaurirsi per poi ripropoporsi quando ce ne sono i motivi scatenanti; le emozioni per essere capite, si potrebbe dire “patite”,  hanno bisogno di tempo.
Per appassionarsi allora bisogna vivere il mondo e le persone ma anche darsi il tempo di vivere le emozioni che ciò che ci circonda provoca in noi, nel cuore e nello stomaco prima ancora che nel cervello.
Solo dando spazio dentro di sè a ciò che si prova è possibile trovare un senso ai sentimenti, e questa attesa è l’attesa della passione, del sentimento travolgente.
Questo ascolto provoca patimento al nostro Io, alla parte cosciente di noi che vorrebbe tenere sotto controllo la situazione e spegnere le avvisaglie dell’incendio prima che possa provocare degli sconvolgimenti nell’anima.
E qui sta il punto, pur di non perdere il controllo vengono soffocate le passioni, basta pensare che questo è il comportamento alla base dell’ansia, ossia il tentativo di prevenire ciò che non ci aspettiamo, un tentativo che a volte raggiunge livelli patologici che a loro volta provocano comunque sofferenza psichica.
Ma non è solo l’ansia il nemico delle passioni, lo è anche la depressione, lo stato di anestetizzazione verso il mondo (anche verso quello interno) che impedisce le emozioni sul nascere, le congela prima ancora che arrivino sulla soglia, per evitare il riproporsi di un dolore.
Il tentativo, in sintesi, è proprio quello di bloccare il tempo, perchè pensare che lo sconosciutoche  bussa alla porta possa generare solo sconvolgimento negativo non è altro che chiusura in un passato negativo che magari spaventa, è mancanza di apertura verso un presente ed anche un futuro che invece potrebbero essere migliori.
Ma la paura di soffrire è troppo forte, il tenere fermo il tempo dà maggiore sicurezza, la sicurezza che ci viene da un mondo che anche se insoddisfacente è conosciuto, Fromm diceva, non per niente, che la più grande paura dell’uomo è la libertà; e si potrebbe aggiungere, le passioni liberatrici.
Ma allora come fare; il bisogno di sicurezza non è così facilemte superabile, come non lo sono l’ansia o la depressione.
Forse sarebbe necessario considerare bisogno di sicurezza, ansia e depressione delle passioni; esse infatti provocano comunque sofferenza consapevole, in particolare l’ansia, e quindi è necessario dare loro libertà di cittadinanza nel regno delle passioni.
Allora, se anche loro sono passioni, bisognerebbe lasciargli spazio; il dolore psichico migliora nel momento in cui viene ascoltato, nel momento in cui gli viene riconosciuto un senso ed uno spazio, è proprio questa per esempio la  prima utilità di una cura psicologica, appunto basata sull’ascolto.
Cercare di ascoltare i sintomi piuttosto che cancellarli o negarli, tramite l’esclusivo uso di farmaci per esempio, dà il via al loro riconoscimento e permette di trovargli un senso ma, soprattutto, è anche un modo per entrare in contatto con se stessi; un percorso di certo lungo e sofferto ma sicuramente ed autenticamente liberatorio.
E non è neanche detto che questo significa passare attraverso una lunga psicoterapia; quando il dolore psichico è  moderato può essere sopportato e compreso nel suo significato con l’aiuto degli altri; Borgna in un recente libro parla di “comunità di destini”, intendendo con ciò la possibilità di condividere il disagio e la sofferenza; confrontarsi con altri che provano lo stesso disagio permette di comprendere quale sia lo scopo ultimo del dolore psichico, permettere l’incontro con l’altro, tanto l’altro fuori di noi (le altre persone) quanto l’altro (il diverso da sè) che ospitiamo nella nostra anima.

mercoledì 23 novembre 2011

E liberaci dallo stress quotidiano....

 Secondo una recente ricerca pare che l’81% degli italiani abbiano a che fare con  sintomi dello stress; cefalee, mal di stomaco, disturbi del sonno. Se è vero che non è possibile cambiare il proprio lavoro o la propria famiglia (tra le principali cause di stress giornaliero) è vero però che si possono individuare delle modalità che permettano di gestire leggere situazioni stressanti in modo adeguato, occupandosi per primi del proprio benessere.

Secondo una indagine promossa dall’ANIFA (Associazione Nazionale Industria Farmaceutica dell’Automedicazione, l’81% degli italiani soffre di disturbi legati alla tensione emotiva. Il lavoro ed i problemi economici, nell’ordine del 54% e del 46% sono i principali ambiti in cui si sviluppa lo stress, seguiti dalla gestione familiare e dalla vita di coppia.
Di fronte alla difficoltà a gestire situazioni stressanti si creano sintomi somatici, anzi psico-somatici, e quindi possono passare ore prima di prendere sonno (anche contare le classiche pecore può risultare inutile), oppure ci si sveglia in continuazione; spesso può capitare di svegliarsi la mattina dopo una regolare quantità di sonno ma ci si sente più stanchi che alla sera.
Dopo una pesante giornata di lavoro ci si può trovare ad accorgersi che la tensione si è annidata dietro alla nuca tendendo i muscoli e provocando mal di testa………per non parlare di bruciori di stomaco o pesantezza causata dalla digestione lenta.
A volte questi disturbi possono durare per settimane, nella maggior parte dei casi si esauriscono in qualche giorno
Nel primo caso si può parlare di un disagio più serio; non bisogna dimenticare che corpo e mente sono strettamente legati e quindi i malesseri fisici possono rappresentare una voce dall’inconscio, forse ci sono cose che nella vita non vanno proprio, stati di conflitto interiore che creano disagi e non c’è la volontà (o il tempo) per rendersene conto, per tenere in considerazione queste comunicazioni del corpo. In questi casi potrebbe essere opportuno rivolgersi ad uno specialista, medico o psicologo, soprattutto nel momento in cui i disturbi fisici durano per varie settimane e si ripresentano spesso nel tempo.
Il secondo caso è quello più comune; spesso questi sintomi spariscono dopo qualche giorno e si manifestano sporadicamente in situazioni di tensione di cui la persona riesce anche a rendersi conto.
Quando è così è possibile davvero ricorrere all’automedicazione, adottando alcuni piccoli accorgimenti per combattere lo stress quotidiano.
Innanzitutto bisogna specificare che lo stress non è esclusivamente negativo: ad un basso livello infatti è quello che permette l’attivazione e la partecipazione alla vita, in genere aiuta a favorire il raggiungimento dei propri obiettivi; per esempio senza un pò di stress non ci si attiva per cambiare situazioni di vita stagnanti; in altre parole senza stati di bisogno si finisce per sentirsi immobili ed annoiati. In questo senso quindi non va eliminato ma semplicemente gestito affinchè non raggiunga livelli di guardia.

Nella gestione delle tensioni quotidiane le parole chiave potrebbero essere due: ritualità e cambiamento.
I riti servono per “segnare il passo” della giornata; Frankl, fondatore della Logoterapia, ci dice che tutti abbiamo delle Sub-personalità, che spesso sono legate ai ruoli che svolgiamo quotidianamente, al lavoro manifestiamo alcuni aspetti di noi, a casa altri ancora, altri ancora con gli amici; può essere utile segnare il passaggio da un ruolo all’altro, per esempio cambiarsi d’abito di ritorno dal lavoro, o addirittura, semplicemente, lavarsi le mani pensando che così si smette di essere impiegati per tornare ad essere partner o genitori. Ognuno può trovare il suo piccolo rito per separare i diversi ruoli.
Un altro rito importante può essere la colazione, si può dedicare del tempo solo a se stessi appena svegliati, gironzolando per casa o affacciandosi alla finestra prendendo il proprio caffè; stesso valore può avere una colazione al bar; questi passaggi da un momento all’altro sono momenti “cuscinetto”, valgono come ammortizzatori per favorire un passaggio indolore da casa al lavoro (o viceversa) e meritano la spesa di tempo (ogni tanto ci  si può alzare un pò prima per dedicargli spazio).
Sono solo piccoli momenti ma danno l’idea che ci si sta occupando di se stessi.
Se da un lato i riti danno sicurezza e favoriscono la capacità di gestione della giornata, dall’altro i cambiamenti la movimentano quando si soffre la routine; servono per dare ossigeno alla mente quando ci si sente asfissiati dalla quotidianità. Un modo potrebbe essere di utilizzare un percorso diverso dal solito per andare a lavoro (chiaro che è necessario partire un pò prima, non si può sfidare troppo l’ansia del ritardo), oppure fare colazione in un bar diverso dal solito. Una cosa estremamente utile è  quella di cambiare postura; per esempio se ci accorgiamo di stare camminando a testa china o con le spalle curve è importante provare a raddrizzarsi e guardare di fronte a sè (provare per credere) o addirittura cambiare la posizione davanti al computer; durante il lavoro ogni tanto ci si può spostare o alzare per sgranchirsi un pò, scambiare due chiacchiere e si riparte meglio. Un altro modo di rilassarsi è quello di concentrarsi sulla respirazione, favorisce la concentrazione dei pensieri (per chi è seduto su una sedia è sufficiente appoggiare le mani sulla pancia e sentire il suo sollevarsi ed abbassarsi).

Chiaramente questi sono solo piccoli trucchi, non risolvono situazioni più gravi per le quali come già detto serve rivolgersi ad uno specialista, però possono aiutare a gestire I piccoli stress di tutti i giorni; molto spesso il tentativo che si fa è quello di cambiare ciò che ci circonda pensando che è da lì che arrivi lo stress; questo non è totalmente vero, la tensione si crea tanto a causa di situazioni di vita quanto a causa della nostra incapacità di gestirle; bisogna pensare che cambiare il modo di affrontare gli eventi è molto più semplice ( e meno stressante ) che sforzarsi di cambiare il proprio capo o il proprio partner.
Il valore aggiunto che si ha attivando piccoli trucchi per gestire lo stress non è solo che le situazioni ci stressano di meno ma soprattutto che attivarsi per gestirle aumenta il senso di soddisfazione e si recupera un pò quella confidenza ed intimità con se stessi che la “corsa” quotidiana contro il tempo sembra portarci via.
Giostrarsi tra piccoli “rituali” e piccole “follie”  consapevoli e calcolati rende la vita più “personale”; non si cambia di sicuro la propria esistenza ma si può recuperare il senso di proprietà e gestione su di essa rendendola più piacevole.


sabato 19 novembre 2011

La crisi e i suoi (psico) derivati

È di ieri la notizia di uno studio svolto da Confesercenti sulle aspettative degli italiani riguardo alla crisi economica. Secondo questa indagine siamo sempre più pessimisti ed il 96% degli intervistati pensa che il peggio debba ancora venire. Corollario della crisi è l’aumento dei disturbi psicologici, in particolari quelli depressivi e d’ansia, legati a demotivazione, disistima e perdita di identità. Ma ci sono anche dei fattori protettivi rispetto a questi disturbi e sono legati al senso di efficacia personale e, soprattutto, dalla presenza della rete sociale.

La situazione economica mondiale ed europea in particolare sta raggiungendo picchi sempre più gravi, crollo delle borse, disoccupazione, licenziamenti, mancanza di soldi per arrivare a fine mese sono sempre più diventati i nostri “diavoli” personali; e, peggio ancora, di questa crisi non se ne riesce a vedere la fine.
Secondo la Confesercenti gli italiani Sono sempre più pessimisti. Ritengono che la crisi economica non stia affatto terminando, sono sempre più preoccupati per il futuro del mercato del lavoro, sono sempre più allarmati per le prospettive della propria situazione familiare, e stanno perdendo la speranza. Ancor più significativo il fatto che i più preoccupati siano, oltre alle persone vicine al pensionamento che guardano con timore alla possibile riscrittura del sistema previdenziale, proprio i giovani e gli studenti.
Da giugno a oggi, è aumentata dal dal 57% al 71% la quota di italiani assolutamente convinta che il peggio non sia passato, mentre sale dal 27% al 42% la percentuale di persone preoccupata per il futuro del suo stesso posto di lavoro
Il vissuto di incertezza per il futuro, la paura della perdita del lavoro, la recessione danno il via all’ansia, alle preoccupazioni ossessive per il lavoro; ad essere colpiti da questo stato d’animo non sono solo le persone che il lavoro lo hanno perso ma anche i loro colleghi che sono riusciti a mantenerlo.

Nel primo caso quello che viene perso è il proprio senso di identità; uno dei principali elementi che lo costituisce è infatti rappresentato dal lavoro, dalla propria capacità produttiva, la forza sufficiente per mantenere magari i propri familiari; il venire a mancare di un’occupazione vuol dire non avere più un ruolo sociale, la capacità di sostentare se stessi e magari la propria famiglia. Ognuno di noi però è proprio sui ruoli sociali che sviluppa la rappresentazione di sé e la sicurezza che gli consente una corretta integrazione sociale; la perdita di lavoro incide quindi tanto sul ruolo sociale quanto sull’autostima. Venuta a mancare l’occupazione si rischia quindi di precipitare in una spirale depressiva, la depressione infatti si sviluppa sulla base del senso di perdita, in questo caso la perdita del lavoro equivale a perdere una considerevole parte di sé che lascia un vuoto nella persona.
Non per niente sono aumentati negli ultimi anni i suicidi causati dall’improvvisa disoccupazione, alla loro base spesso c’è uno stato depressivo che non è stato tenuto in considerazione.

La situazione non è necessariamente migliore per chi un lavoro ce l’ha ancora; anche se meno grave l’attuale situazione lavora ai fianchi fino a portare allo sfinimento e sull’incertezza, sulla mancanza di prospettive attecchisce l’ansia. La paura del licenziamento, di perdere tutto ciò che si è costruito per una vita, crea delle vere e proprie ossessioni. L’ansia infatti è una reazione naturale di fronte all’incertezza ed alla paura, una specie di segnale di allerta; per chi ancora ha un lavoro è come vivere perennemente con una spia di pericolo rossa e lampeggiante dentro la propria testa.
In base allo studio citato gli italiani hanno una visione del futuro sempre più fosca, ormai pochissimi pensano che la situazione migliorerà nel breve periodo, ancora peggiore è il fatto che la percentuale dei pessimisti sia aumentata in pochi mesi, vuol dire che il senso di disillusione e delusione è sempre maggiore.  Crolli improvvisi delle convinzioni positive sono terreno fertile per la depressione e la demotivazione.
In effetti è proprio il circuito motivazionale che finisce per spezzarsi; noi ci sentiamo motivati a svolgere una certa azione perché agiamo sull’onda di tre fattori principali: un fattore emotivo che ci porta a desiderare qualcosa, un fattore cognitivo che riguarda le aspettative di successo nel raggiungere questo qualcosa, un fattore volitivo che è rappresentato dalle azioni concrete che svolgiamo per raggiungere il nostro obiettivo.
Tanto la depressione quanto l’ansia finiscono per inceppare questo circuito bloccandolo; l’abbattimento emotivo agisce sul primo fattore mentre l’ansia sul secondo, sulle aspettative di successo. Questo vuol significare che l’attuale vissuto di incertezza blocca il desiderio, la voglia di agire, persino la voglia di cominciare qualunque cosa; è una forma di difesa dalla delusione.
Si può provare a difendersi diversamente, per esempio buttandosi in nuove imprese in modo maniacale, ma questa non è che una negazione del problema; è della scorsa settimana un articolo sul Resto del Carlino che parlava proprio di questo, del fatto che come reazione psicologica alla crisi molte persone decidono di buttarsi troppo velocemente in attività che non sono state ben pianificate e questo è un sicuro indicatore di insuccesso.

Difendersi dalla crisi deprimendosi o negandola non sono i modi migliori per risolvere la situazione.

Come sempre in questi casi il fattore tempo è importante, non si può agire sull’onda della fretta.
Il primo fattore protettivo dai vissuti depressivi maniacali o ansiosi è la ristrutturazione delle aspettative; diventa cioè necessario non puntare troppo nettamente sull’obiettivo finale ma concentrarsi sui cosiddetti sotto-obiettivi; più semplicemente, piuttosto che concentrarsi su una promozione di questi tempi potrebbe essere meglio riuscire ad accontentarsi di un piccolo aumento.
Un secondo fattore potrebbe essere il tentativo di sviluppare delle azioni creative; per esempio trovarsi degli interessi e cominciare a coltivarli, questo aiuta a sentirsi meglio con se stessi ed a concentrare l’attenzione maggiormente sulle proprie capacità. Un ulteriore vantaggio dello sviluppare la creatività è che così facendo si entra in rapporto con se stessi in maniera più profonda e ci si può sentire più soddisfatti, aiuta a capire che se il mondo è un po’ più buio e persecutorio ci si può prendere cura di sé in prima persona.
Un terzo fattore, più importante degli altri è legato alla possibilità di mantenere una rete sociale funzionante. La rete delle relazioni rappresenta la palestra dove si impara ad avere fiducia in sé e negli altri, dove si impara a non rimanere soli di fronte alle difficoltà. Rompere questa rete significa ridurre la possibilità di reagire positivamente e creativamente alle crisi.
Avere una rete sociale intorno, vuoi la famiglia, vuoi gli amici, vuoi un gruppo di riferimento, è uno degli aspetti psicologici che concorrono alla formazione di quella capacità di reagire positivamente ai cambiamenti e di trasformarli in opportunità; in termini tecnici si parla di “resilienza” oppure di “efficacia personale” che però sono appunto delle competenze che non possono svilupparsi al di fuori di una rete di relazioni  significative e solide.
Le persone con cui abbiamo rapporti di alto valore affettivo sono quelle che meglio di chiunque altro possono non soltanto sostenerci nelle difficoltà, anche in senso pratico, ma sono soprattutto quelle che ci ricordano in continuazione che abbiamo un valore che travalica il ruolo sociale o la produttività, il valore dell’esserci.