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martedì 11 giugno 2013

Elogio della depressione.....matrice di creatività

Illustrazione dal "Libro Rosso" di C. G. Jung

Spesso i comportamenti frettolosi, accelerati della nostra epoca nascondo una forte paura del vuoto e della depressione. Ma se da un lato questa patologia provoca dolore e solitudine, dall’altro può portare, se ben affrontata, delle insospettate risorse creative.

Della nostra epoca si dice sia “l’epoca della maniacalità”, della fretta e dell’ansia; in effetti è vero che siamo sempre più “di fretta”, perfezionisti, preoccupati, accelerati….e di conseguenza anche un po’ più superficiali.
Ma quante volte il perfezionismo nasconde la paura dell’abbandono e del biasimo? Quanto spesso l’accelerazione e la fretta mascherano la paura del vuoto? Quanto la possibilità di avere molte più informazioni e competenze superficiali si trasforma in paura dell’approfondimento, in svogliatezza?
In psicologia si dice che l’ansia vada “a braccetto” con la depressione, indicando con questo che spesso, molto spesso, la prima non è altro che la maschera della seconda.
Allora, forse, più che vivere in un’epoca maniacale viviamo “anche” nella sua controparte, un’epoca depressiva; qualcuno che non ricordo spiegava molto bene che in tempi come i nostri la depressione diventa una specie di “bene fondamentale”, perché va a soddisfare la naturale esigenza dell’uomo di approfondire sé stesso, le sue motivazioni e il senso della sua vita. Vivendo in continuo movimento e mutamento viene a mancare la possibilità di fermarsi, di sostare dentro se stessi e comprendersi un po’, fare il punto della propria situazione esistenziale. A questo punto il comparire di periodi di depressione (ovviamente non stiamo parlando della vera e propria depressione patologica descritta nei manuali diagnostici ma di quei momenti di profondo abbattimento in cui capita di incappare nella vita), diventa funzionale proprio a questi obiettivi.
Con questo non si vuole assolutamente minimizzare la portata “deflagrante” di un episodio depressivo, che provoca sempre una sofferenza acuta quanto “sorda” e di difficile risoluzione. La solitudine è forse una delle principali sofferenze di una persona depressa, quella straziante sensazione che non si possa fare affidamento su nessuno al di fuori di se stessi, quel circolo vizioso che continua a far sentire separati dal resto del mondo, una sofferenza che sembra nutrirsi e vivere di se stessa. Le persone che soffrono di più sono proprio quelle che non hanno la possibilità di dialogo, di confronto con gli altri; noi tutti infatti siamo prepotentemente sospinti a ricercare rapporti, perché è solo tramite questi che possiamo veicolare fuori di noi, e conoscere, le nostre emozioni.
Nei casi più gravi l’impressione è quella di una caduta senza ritorno; non c’è più nulla nel mondo esterno che possa aiutare, nessuno stimolo che solleciti l’interesse o che possa accendere un barlume di progettualità.
Ma allora come si fa per uscirne e, ancora, come si fa per convivere con questo stato dell’anima quando si presenta? L’unica soluzione pare essere quella di attribuire un senso agli eventi che provocano questo dolore. In questo caso è interessante quanto affermato da Carotenuto:
“ Le ferite dell’anima, però, possono trasformarsi in principi attivatori del nostro risveglio psicologico, capaci di innescare la nostra rinascita, il cambiamento a cui tutte le esperienze vissute ci hanno preparato. La particolarità della sofferenza, infatti, consiste nella possibilità che essa ci offre di trarre nutrimento dallo sviluppo della nostra vita interiore…… la sofferenza e la “prigionia” della nostra anima illuminano e rendono visibile il patrimonio più prezioso e nascosto delle nostre risorse psichiche.”
Uscire da una depressione significa portarsi dietro un pesante ma ricco fardello: tutte le esperienze psicologiche e tutte le riflessioni generate dalla depressione stessa. È per questo che in genere dopo un episodio depressivo se ne manifesta uno maniacale, di entusiasmo e di confusione, ricco di idee e spunti creativi che se si avrà costanza potranno essere messi a frutto. Non per niente molti artisti riferiscono di aver creato le loro opere migliori in una sorta di “incendio creativo” conseguente ad un periodo di depressione e profonda solitudine; questa infatti più di altre sofferenze psicologiche rappresenta una possibilità di metamorfosi e, spesso, fonte di arricchimento interiore.
Ovviamente questo non vuol dire che una depressione sia qualcosa di auspicabile; tutt’altro, dovremmo però essere capaci di entrare più spesso in contatto con le nostre profondità inconsce, trovare più spesso dei momenti per stare da soli con noi stessi; nel momento in cui le occasioni di “introversione” trovano libera espressione nella vita quotidiana diminuisce il rischio di affrontare un vero e proprio episodio depressivo.
Avremmo così più momenti di consapevolezza e saremmo capaci di trovare soluzioni creative alle nostre difficoltà molto più spesso e senza dover necessariamente attendere di sprofondare nel buio.

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domenica 19 febbraio 2012

Carnevale tempo di Caos: la maschera e la sua funzione psicologica

In questi giorni siamo in pieno periodo carnevalesco; il carnevale ha la funzione, nella nostra cultura, di liberarci almeno per alcuni giorni delle regole della vita quotidiana e di sperimentare una parte di sé più libera e giocosa. Ad esso si accompagna la maschera, che invece ha il compito di dare una forma specifica a questa parte di sé, di rappresentarla. Pur essendo dei festeggiamenti che hanno un valore prettamente sociale, la loro antichità ci dice anche che essi simbolizzano anche dei processi psichici profondi legati alle fasi di cambiamento della nostra personalità.
Il carnevale è sempre stato l’unico periodo durante il quale era possibile sovvertire l’ordine prestabilito e rovesciare le certezze di tutto un anno; e lo è stato sempre da tempi antichissimi.
Sembra che questo tipo di festeggiamenti esistesse già ai tempi delle popolazioni mesopotamiche ed egizie; un periodo in cui i padroni diventavano servi (come poi sarà anche al tempo dei romani) oppure le persone indossavano maschere (già nell’antico Egitto).
La maschera ed il carnevale sembrano essere elementi indissolubili a partire dagli albori della civiltà; e c’è un motivo anche per questo, un motivo squisitamente simbolico che li lega e che, essendo lì da tempi immemorabili, ci dice qualcosa di quello che si muove nell’anima più antica degli uomini.
Un breve accenno al significato del carnevale: i festeggiamenti improntati al sovvertimento dell’ordine costituito e delle regole sociali vanno a rappresentare, a livello culturale, il caos da cui è nata la civiltà, nel suo percorso dal disordine all’ordine. Questo particolare motivo lo si può ritrovare in tutte le civiltà, in tutte le cosmogonie c’è una qualche divinità che crea l’universo dal caos primordiale; ecco quindi che il carnevale non fa altro che riproporre questo motivo originario nelle diverse culture e nei diversi tempi. Ora, questo principio è valido anche a livello psicologico; la nostra personalità si “forma” partendo dall’informe, dal caos. In questo senso il carnevale è un po’ una rappresentazione della nostra origine, l’assenza di forma, di regole e di contenimento di alcun tipo.
Ma dopo il carnevale tutte le regole tornano, la normalità e la civiltà riprendono piede; e questo avviene anche dentro di noi, sempre ad un momento di confusione segue il ritorno dell’ordine, di un nuovo ordine che nasce dalla trasformazione di quello vecchio che è causata dal momentaneo caos; insomma, la personalità si rimette in discussione e cambia, si modifica.
Ed è qui che entra in ballo il concetto ed il significato della “maschera”; Jung prende a prestito dal latino il termine Persona (che appunto significa maschera, in genere la maschera dell’attore) per descrivere quella parte della nostra personalità che si fa carico di rappresentarci al mondo esterno. La Persona, la nostra maschera, è l’attitudine a mostrarci a seconda del contesto in cui ci troviamo; è quella “funzione psichica” che ci “trasforma” per esempio in campioni di romanticismo quando siamo col partner per poi “trasformarci” in persone serie ed autorevoli al lavoro. È grazie alla funzione “persona” che sappiamo mostrare al mondo diverse parti di noi, e di adeguarle alla situazione; in qualche modo tramite questo aspetto psichico potremmo riuscire a vivere completamente tutto ciò che abbiamo dentro ed a farlo senza prevaricare gli altri.
Ma come si lega tutto questo al caos carnevalesco?
Dunque, si può aggiungere che la nostra crescita parte da un disordine iniziale e che per crescere abbiamo tutti bisogno di decidere quello che vogliamo essere, spesso lo facciamo per adeguarci alle situazioni esterne, mettendo una maschera appunto, e questo ci permette di resistere agli urti della vita; questa funzione ci rende cioè più “duri” e “compatti”. Per fare un esempio un bambino piccolo non sa ancora bene chi è (una specie di piccolo caos), lo scoprirà nel tempo e quando crescerà potrà dire “io sono così e così…”, nel frattempo inizia a definirsi in base allo sguardo dei suoi genitori, in base alle loro aspettative; potremmo dire in base alle maschere che il padre o la madre gli fanno indossare quando ancora lui non ne ha una propria.
Questo vuol dire che la funzione psicologica che Jung chiama Persona è una maschera che ha, tra gli altri, lo scopo di far emergere dall’indifferenziato, nel tempo, quello che noi siamo veramente e di rappresentarlo; ed è così che si potrebbe spiegare il legame di maschera e carnevale nella coscienza collettiva: se il carnevale è il caos, la maschera rappresenta quel minimo di struttura che ci impedisce di sprofondarci dentro.
Ogni volta che esiste un disagio psicologico la personalità crolla di nuovo nel caos, nell’assenza di regole. Questa è una crisi che serve per mettere in discussione un vecchio adattamento alla vita quando non serve più e si rivela obsoleto, che ormai non ci rappresenta più; dalla crisi la struttura psichica rinasce dalle proprie ceneri come trasformata; come dire che nulla è cambiato ma contemporaneamente ogni cosa ha cambiato forma, ha cambiato cioè la maschera tramite la quale si manifesta e dalla quale è meglio rappresentata.
Il ritorno al caos non è qualcosa da biasimare, anzi è fondamentale per diventare persone nuove e più mature, per cambiare il modo in cui vediamo noi stessi ed in cui ci vedono gli altri.
La maschera però, oltre ad avere lo scopo di far emergere la nostra individualità ha anche una funzione difensiva.
Di solito in questi momenti di messa in discussione abbiamo più bisogno che mai di una maschera provvisoria che ci dia l’idea che non ci siamo “sfasciati” del tutto; abbiamo necessità di qualcosa che leghi la nostra personalità affinchè non rischi realmente di sprofondare in un caos da cui potrebbe non uscire; e questo è un altro significato della maschera. Spesso questa maschera provvisoria e difensiva è rigida, spesso essa stessa ha la forma della nevrosi, ma nonostante ciò è l’unica cosa che fa sentire di essere ancora una entità coesa.
Nel momento in cui si esce dallo stato di caos però la maschera cambia, diventa più flessibile, quasi camaleontica, e si presenta come uno degli elementi psichici che più di altri può aiutarci ad entrare in rapporto con il mondo (tanto interno a sè quanto esterno) senza che questo contatto crei problemi eccessivi; rappresenta quindi un fattore di adattamento sano.
Così, come la maschera ci accompagna dal caos di carnevale all’ordine, nello stesso modo, nel suo corrispettivo psicologico, ci accompagna dal caos della nevrosi all’ordine di una personalità armoniosa ed  equilibrata e ci aiuta a esprimere la parte più vera e profonda di noi.

domenica 25 dicembre 2011

Il Presepe e la rinascita della luce interiore

Guardando un po’ più approfonditamente il presepe che tutti abbiamo in casa in questi giorni viene da notare che non sono presenti solamente elementi radiosi e positivi; c’è la notte, quella del solstizio d’inverno, la più lunga dell’anno, il freddo, personaggi poco raccomandabili come ubriaconi ed osti, altri un po’ ottusi come i pastori addormentati fino ai mercanti avidi; eppure tutto questo non è in realtà una nota stonata.
Il presepe infatti è la celebrazione della rinascita della luce nuova che in tutte le tradizioni religiose del mondo è ostacolata da ciò che è vecchio e stabilizzato; facendo un parallelo con la nostra psiche si potrebbe dire che ciò che di nuovo abbiamo in mente, progetti, cambiamenti di vita o modifiche nello sguardo verso il mondo sono all’inizio molto fragili; spesso i vecchi adattamenti della personalità non vogliono lasciargli il posto, altre volte la luce nuova rischia di illuminare parti di noi che non vorremmo vedere e che desiderano restare al buio. Tutto questo buio che osteggia la luce lo possiamo vedere rappresentato nel presepe; addirittura in alcune tradizioni vengono aggiunti diavoli o insetti insieme agli altri personaggi classici; anche l’oste già citato è un simbolo del demoniaco tentatore, in Austria si mette lo spazzacamino, immagine di colui che invade l’intimità con la sua nerezza.
Passando all’opposto di ciò che siamo soliti vedere nel presepe si potrebbe affermare che tutte le forze più oscure ed inconsce si siano date appuntamento per frenare la nascita del bambino Gesù, colui che riporterà la luce nel mondo.
Il bambino che rinasce ogni anno rappresenta l’archetipo dell’eterno ritorno, che concentra le energie psichiche necessarie per la trasformazione; e questa nascita avviene sullo sfondo buio della notte più lunga dell’anno, nel suo momento più profondo, la mezzanotte e nel luogo più scuro, la grotta.
La nascita nella grotta evoca il viaggio negli inferi proprio di diverse culture, probabilmente di tutte, e simbolizza la discesa nelle profondità inconsce della propria psiche interiore.
Il buio delle profondità della mente è abitato da energie forti, a volte regressive, capaci di osteggiare il cambiamento cosciente fino a dimostrarsi distruttive. È l’eterna lotta fra l’inconscio e la coscienza che porta luce ed illumina le parti più nascoste di noi, quegli aspetti che sotto sotto vorremmo tenere segreti anche a noi stessi; sono quelle forze, pur sempre nostre, che paradossalmente effettuano resistenza ai cambiamenti in meglio, inclini a differire scelte ormai mature ma impegnative da sostenere; sono quelle parti che vogliono a tutti i costi mantenere lo “status quo”.
Mentre in una parte oscura e profonda della psiche si preparano cambiamenti radicali e salti di coscienza, altre parti dell’individuo indugiano nel compiacimento di qualità già acquisite e rassicuranti; è questo che rappresentano le miniature delle osterie, l’oste o gli ubriachi, figure che spesso compaiono nei presepi; ancora di più l’obnubilamento della mente si palesa nelle figure di pastori addormentati, quelli che non sentono la chiamata interiore al cambiamento.
Spesso le nostre abitudini affermate e date per scontate sono quelle che noi abbracciamo nella società, accettate da tutti e per questo rassicuranti al massimo livello; e nel momento in cui viene l’ora della “nascita”, l’ora di esprimere la propria individualità più originale, sorge la paura che quella cultura che ci ha sempre sostenuto possa essere contraria al nostro nuovo stile di vita e di conseguenza escluderci e toglierci il sostegno; questo per esempio è il motivo per cui si trovano tante pecore nelle rappresentazioni del presepe. La pecora ci dice la Von Franz, rappresenta l’uomo-massa, indicano quelle parti della personalità che necessitano di essere orientate e guidate da una funzione psichica che gli faccia da guida; i pastori appunto.
Nonostante ciò sono proprio gli animali del presepe a fungere da mediatori tra il nuovo che nasce e l’oscurità che vuole impedirlo; se il Bambino è la luce della coscienza che illumina, la luce della conoscenza di noi stessi, e se i vari personaggi negativi sono quelle forze che vogliono lasciarci così come stiamo pur di non soffrire uno sforzo, allora gli animali, quelli domestici, rappresentano una via di mezzo tra i due, rappresentano si gli istinti inconsci ma sono addomesticati, quindi simbolizzano gli impulsi di cui siamo coscienti e che permettono di avvicinarsi a quelli più selvatici al fine di gestirli meglio e di salvaguardare la vita del nuovo che nasce. Non per niente il bue e l’asino sono tra le figure che più di altre partecipano alla nascita e che con il loro fiato impediscono che il Bambino Divino muoia di freddo.
E così salvano il desiderio nascosto in ognuno di noi di esplorare nuovi mondi, di fare progetti, nuove esperienze, di sviluppare nuove attitudini, senza neanche preoccuparci troppo di ciò che ne pensa la cultura imperante.
Questo Bambino appena nato e così fragile ci fa capire quanto i nuclei della personalità cosciente appena affiorati, le nuove consapevolezze di sé o del mondo, siano precari e vadano difesi con forza e realizzati nonostante la loro fragilità; allude all’ingenuità di buoni propositi non ancora attuati, alla precarietà di neonati sogni di gloria che attendono la prova dei fatti.
Jung chiamava questo archetipo “Puer Eternus”, bambino eterno, tanto fragile ma con tanta forza dentro di sé da poter cambiare il mondo, amante del nuovo, giocoso, esuberante e dinamico, idealista e visionario, creativo e trasformativo; possiede tutte le caratteristiche essenziali per intraprendere un’esperienza nuova, per affrontare una rivoluzione personale, per realizzare un’innovazione nella propria esistenza.
Così nel presepe tutte le figure sembrano esistere in sua funzione ed ognuna personifica atteggiamenti e funzioni essenziali per riformulare la propria soggettività ogni volta che un’esperienza di vita ha fatto il proprio tempo e chiuso il proprio ciclo.
Così Maria si fa interprete di un aspetto femminile mentale più che fisico, legato alla perseveranza ed all’intuizione di portare avanti un progetto più grande di lei; senza la sua forza nulla potrebbe nascere; nulla può svilupparsi in un’ottica di vita deputata all’esclusivo momento presente ed alla leggerezza delle scelte.
Così Giuseppe è una figura capace di mettersi da parte, una istanza psicologica di stampo maschile e paterno che piuttosto che affermare il suo potere si scosta per dar spazio alla nascita del bambino; questo fa comprendere come non ci si può rinnovare senza essere capaci di mettere da parte quello che abbiamo di certo e di sicuro, tra questo le regole del vivere sociale.
Così gli animali domestici, portatori dell’aspetto “carnale” ed istintivo ma non selvaggio della vita; come a dire che se non si seguono gli impulsi nulla può rinnovarsi davvero, perché qualunque progetto di cambiamento resti solo nella testa e non si bagni alla fonte delle emozioni e della passione come della sofferenza non può riuscire ad essere tanto testardo da realizzarsi.
L’aspetto più grande di tutta la rappresentazione della Natività si trova però nella sua capacità di mutare forma nel passare dei secoli; questo è testimoniato dal fatto che nessun presepe è uguale all’altro, che cambia a seconda dei luoghi e delle tradizioni. Porta cioè un messaggio che pur essendo vecchio quanto l’uomo resta sempre attuale e capace di rinascere in luoghi e culture differenti; questo per capire che se l’esperienza del nuovo che nasce dentro di noi appartiene a tutti, si rivela davvero “novità” solo nel momento in cui lo facciamo davvero nostro e gli diamo la forma del nostro lavoro per esso.

sabato 10 dicembre 2011

Fuochi nella notte (delle emozioni)

Nei giorni dell’8 e del 9 dicembre in molte zone d’Italia si rinnova la tradizione dei falò, usanza antica quanto la notte dei tempi legata alla simbologia del fuoco e che ci può far riflettere su di noi perché rappresenta le fiamme delle passioni e delle emozioni che se a volte possono realmente travolgerci e farci sragionare più spesso ci aiutano a non sentirci soli nel mondo.

Attualmente la tradizione dei falò è legata ai festeggiamenti dell’Immacolata ma all’origine nasce come rito propiziatorio per la fertilità dei campi, è infatti in questo periodo che il grano spunta dalla terra e il fuoco serviva per allontanare la sfortuna e garantirsi un buon raccolto; era un modo per aiutare la natura a superare l’inverno. Anche questa è una tradizione legata alle festività della luce (vedi post su Halloween ) atte a favorirne il ritorno dopo il buio della stagione invernale.
Il falò è una pratica propiziatoria legata al simbolo del fuoco, uno dei 4 elementi, forse quello considerato più nobile, esso scalda, illumina e, soprattutto, trasforma.
Il fuoco può manifestare tanto una valenza negativa quanto una positiva, per esempio nei sogni, almeno in via generale, è diverso se compare un incendio piuttosto che un focolare oppure, appunto, un falò.
Nella psiche dell’uomo il fuoco è strettamente legato alle emozioni travolgenti, alle passioni, anche quelle violente che conducono all’esaltazione o al blocco psicologico, letteralmente ci si “infiamma” per qualcosa e nasce un incendio che letteralmente brucia le capacità di adattamento della psiche. In questo caso emerge l’aspetto incontrollabile delle fiamme, l’ardore si impossessa di noi nei momenti meno opportuni e proprio come il fuoco può essere ingestibile; è vero che a volte le emozioni violente hanno breve durata (un fuoco di paglia) ma è anche vero che se non vengono comprese e gestite ritornano in qualunque momento si rinnovi il motivo scatenante (come il fuoco che cova sotto la cenere) continuando a creare dolore. L’incendio rappresenta l’incapacità di gestire le emozioni, fino a poter simboleggiare la psicosi, uno stato di isolamento dalla realtà; non per niente esiste un detto africano secondo il quale “il fuoco non ha fratelli” indicando quelle passioni esclusive che letteralmente consumano la persona fino a portarla all’autodistruzione all’interno di una sorta di spirale della violenza in cui si diventa gli unici referenti di se stessi e non si ascolta la ragione di nessuno.
Basti pensare alla bruciante passione della sessualità e dell’amore in generale; è proprio in questo campo più che in altri che si tende a non sentire ragioni, quanti iniziano storie nonostante, ad una riflessione posteriore, era chiaro non ci fosse il minimo di base per portarla avanti? Ma accecati si segue la luce del fuoco interiore senza rendersi conto se le basi per far ardere in futuro quelle fiamme esistono realmente o solo nella nostra fantasia. Ma è proprio l’amore che, se da un lato si nutre degli impulsi più incontrollati, può raggiungere picchi altissimi di “spiritualità”, basti pensare alle relazioni che riescono a superare indenni, anzi, trasformate, il tempo e legano per sempre le persone.
Se quindi da una parte il fuoco rappresenta le passioni incontrollate, dall’altro rappresenta anche la possibilità di domarle ed incanalarle; è proprio questo che ci racconta il mito di Prometeo, colui che rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini, insegnando loro ad usarlo. Si perché il fuoco ha valore divino più che umano (può travolgere), anche quello delle passioni, e non è facile per l’uomo gestirlo; una volta che però ci si riesce appare in tutto il suo fulgore il suo valore trasformativo e rigenerante.
Il fuoco fonde i metalli, cuoce le pietanze; come a dire che le emozioni se accuratamente “coltivate” permettono di vivere meglio la vita, è grazie ad esse che possiamo radicarci nel mondo e sentircene parte, grazie a loro sentiamo di fare parte di un gruppo, grazie ad esse possiamo metterci nei panni degli altri e sentirci vicini (un amico può essere il migliore focolare a cui scaldarsi ed a cui confidare i pensieri); non si può comprendere una emozione in qualcuno se non la si è provata sulla propria pelle.
Sotto questo aspetto il fuoco, più che simbolizzare l’impulsività inconscia, rimanda all’aspetto spirituale dell’uomo; la fiamma che sale verso il cielo sembra liberarsi, spogliarsi della materia e salire verso la divinità; intorno ai falò si prega sperando che le sue fiamme, salendo leggere al cielo, possano portare le richieste degli uomini a Dio. La Von Franz ci dice che il fuoco era chiamato il Grande Giudice perché separa ciò che è degno di sopravvivere da ciò che non lo è; qui siamo nell’ottica dell’abbandono del controllo sulla vita; in questo senso il fuoco brucia l’Io e soprattutto brucia la sua arroganza, da un punto di vista psichico significa che il nostro Ego si libera dalle manie di controllo per far si che la persona possa godere delle sorprese che la vita gli riserva ed esprimersi in modo più libero e creativo; il fuoco rappresenta anche l’attitudine creatrice.
Nella sua capacità di distruggere la materia e trasformarla in fiamma è rivelatore della quintessenza, quel quinto elemento che si trova uguale dentro tutti gli altri, che accomuna tutte le cose create; secondo gli alchimisti permette di separare “il sottile dallo spesso”, liberando la scintilla divina che giace nascosta in ogni elemento della materia.
In conclusione il fuoco ci parla delle nostre emozioni, che possono divorarci e farci compiere gesti inconsulti come se fossero un incendio ma che, se comprese e condivise con chi ci sta vicino, possono aiutarci a ritrovare quella parte di noi che, come detto nella Bibbia, ci rende simili a Dio permettendoci di sperimentare a fondo l’esistenza e trovare un senso nuovo alla vita; anzi, di vedere in ogni giorno un giorno nuovo da cui poter ricominciare.

mercoledì 30 novembre 2011

La fine delle passioni

Le passioni ci spaventano, è vero che ogni tanto ci troviamo a provarne di travolgenti, amorose, sessuali, politiche, paurose etc., ma possiamo davvero chiamarle passioni? In realtà sono spesso emozioni (rabbia, paura, disgusto, gioia etc.) che durano poco, le vere passioni comportano riflessione, sono durature e spesso provocano sofferenza e proprio per questo ci fanno paura, ci fanno perdere il controllo e di conseguenza cerchiamo di spegnerle. Il problema è che più che sparire finiscono per trasformarsi in ansia o depressione e più che “passioni” finiscono per diventare veri e propri “patimenti” dell’anima.
Per capire come mai le passioni stiano sempre più sparendo è necessario riflettere sul significato della parola passione; dal latino “soffrire” “sopportare”, quindi passione vuol dire provare una sofferenza ma anche sopportarla e quindi bisogna andare a cercare il significato, tra gli altri, di sopportare; dal latino “supportare, sostenere”, indica quindi uno sforzo per portare su di sè qualche cosa, in questo caso potremmo pensare ad una emozione tanto forte e travolgente da fare quasi male.
Fino a qui tutti bene, tutti soffriamo e sosteniamo quindi non si potrebbe dire che le passioni siano in estinzione, anzi tutt’altro. Però il termine “sopportare” ha anche un ulteriore significato più specifico: “resistere” ed in questo caso invece si può spiegare il titolo di questo articolo.
Se alla base della passione c’è anche la resistenza il discorso potrebbe cambiare; le passioni sono lì per insegnare qualcosa, per parlarci di noi, ma noi non vogliamo ascoltarle proprio perchè portano con sè la sofferenza prolungata. Oggi però è sempre più difficile trovare chi piuttosto che chiudere gli occhi di fronte alle cose che non vanno decide di analizzarle e trovare una risposta.
Le emozioni travolgenti esistono ancora, ma le passioni, che durano a lungo, no, non c’è voglia di resistere, se una cosa non può essere ottenuta viene abbandonata per un’altra, c’è sempre meno voglia di combattere ed impegnarsi per ciò che si desidera, e il combattimento è “passione”.
Non è possibile comprendere le passioni senza prendersi il giusto tempo per ascoltarle, ed il problema è proprio il tempo, sempre più prezioso e sempre più centellinato.
Non è altrettanto possibile comprendere una passione senza entrarci in relazione, ma come si può fare per rapportarsi con essa? Solamente sperimentandola; ma allora come sperimentarla? Vivendola nella vita reale.
Alla base di questo meccanismo c’è quella che in psicologia dinamica viene chiamata proiezione, l’attitudine prettamente umana a rispecchiarsi negli altri; Jung diceva che per scoprire la propria Ombra personale (il lato nascosto ma anche sconosciuto di sè) poteva essere un buon inizio osservare ciò che meno piace degli altri e vedere se per caso quelle caratteristiche non albergassero anche in se stessi; ovviamente questo può valere tanto per caratteristiche negative quanto positive (anche se in via generale ciò che appartiene all’Ombra tende a fare paura). Questo principio quindi parla della naturale tendenza dell’uomo a cercare di conoscersi, e rivedersi negli altri è un modo come un altro per farlo, forse anzi il modo migliore.
Riconoscere le proiezioni comporta appunto tempo e sofferenza, comporta passione. La passione che ci lega al partner, ai figli, la passione sessuale e travolgente, il senso di appartenenza a qualche cosa, tutto avviene tramite questo meccanismo di base che quindi è prima di tutto un mezzo di conoscenza a nostra disposizione.
Provare passioni significa vivere nel mondo e rapportarsi ad esso, alle persone, agli eventi, significa riuscire a condividerle prima ancora di riuscire a capirle, significa stare con gli altri.
Il tempo diventa un elemento fondamentale; le passioni nascono dalle emozioni e le emozioni sono delle reazioni corporee che lasciano il tempo che trovano; per un momento abbiamo una certa reazione emotiva che però, come tutto ciò che comporta una scarica chimica fisiologica, tende ad esaurirsi per poi ripropoporsi quando ce ne sono i motivi scatenanti; le emozioni per essere capite, si potrebbe dire “patite”,  hanno bisogno di tempo.
Per appassionarsi allora bisogna vivere il mondo e le persone ma anche darsi il tempo di vivere le emozioni che ciò che ci circonda provoca in noi, nel cuore e nello stomaco prima ancora che nel cervello.
Solo dando spazio dentro di sè a ciò che si prova è possibile trovare un senso ai sentimenti, e questa attesa è l’attesa della passione, del sentimento travolgente.
Questo ascolto provoca patimento al nostro Io, alla parte cosciente di noi che vorrebbe tenere sotto controllo la situazione e spegnere le avvisaglie dell’incendio prima che possa provocare degli sconvolgimenti nell’anima.
E qui sta il punto, pur di non perdere il controllo vengono soffocate le passioni, basta pensare che questo è il comportamento alla base dell’ansia, ossia il tentativo di prevenire ciò che non ci aspettiamo, un tentativo che a volte raggiunge livelli patologici che a loro volta provocano comunque sofferenza psichica.
Ma non è solo l’ansia il nemico delle passioni, lo è anche la depressione, lo stato di anestetizzazione verso il mondo (anche verso quello interno) che impedisce le emozioni sul nascere, le congela prima ancora che arrivino sulla soglia, per evitare il riproporsi di un dolore.
Il tentativo, in sintesi, è proprio quello di bloccare il tempo, perchè pensare che lo sconosciutoche  bussa alla porta possa generare solo sconvolgimento negativo non è altro che chiusura in un passato negativo che magari spaventa, è mancanza di apertura verso un presente ed anche un futuro che invece potrebbero essere migliori.
Ma la paura di soffrire è troppo forte, il tenere fermo il tempo dà maggiore sicurezza, la sicurezza che ci viene da un mondo che anche se insoddisfacente è conosciuto, Fromm diceva, non per niente, che la più grande paura dell’uomo è la libertà; e si potrebbe aggiungere, le passioni liberatrici.
Ma allora come fare; il bisogno di sicurezza non è così facilemte superabile, come non lo sono l’ansia o la depressione.
Forse sarebbe necessario considerare bisogno di sicurezza, ansia e depressione delle passioni; esse infatti provocano comunque sofferenza consapevole, in particolare l’ansia, e quindi è necessario dare loro libertà di cittadinanza nel regno delle passioni.
Allora, se anche loro sono passioni, bisognerebbe lasciargli spazio; il dolore psichico migliora nel momento in cui viene ascoltato, nel momento in cui gli viene riconosciuto un senso ed uno spazio, è proprio questa per esempio la  prima utilità di una cura psicologica, appunto basata sull’ascolto.
Cercare di ascoltare i sintomi piuttosto che cancellarli o negarli, tramite l’esclusivo uso di farmaci per esempio, dà il via al loro riconoscimento e permette di trovargli un senso ma, soprattutto, è anche un modo per entrare in contatto con se stessi; un percorso di certo lungo e sofferto ma sicuramente ed autenticamente liberatorio.
E non è neanche detto che questo significa passare attraverso una lunga psicoterapia; quando il dolore psichico è  moderato può essere sopportato e compreso nel suo significato con l’aiuto degli altri; Borgna in un recente libro parla di “comunità di destini”, intendendo con ciò la possibilità di condividere il disagio e la sofferenza; confrontarsi con altri che provano lo stesso disagio permette di comprendere quale sia lo scopo ultimo del dolore psichico, permettere l’incontro con l’altro, tanto l’altro fuori di noi (le altre persone) quanto l’altro (il diverso da sè) che ospitiamo nella nostra anima.

sabato 26 novembre 2011

Psicologia e saggezza orientale

È capitato a tutti almeno una volta nella vita di provare un travolgente senso di autenticità, di libertà e di forza, magari solo per un momento; A. Maslow ha chiamato questi improvvisi stati di libertà e sollievo “peak experiences”, esperienza picco. Quello che forse non sapeva è che dei concetti simili erano presenti nella filosofia cinese secoli fa e sono espressi nel “I Ching”, il libro dei mutamenti.

Peak experiences e Plateau experiences
Maslow coniò il termine Peak experiences, ossia esperienza culmine, esperienza massima per descrivere quei momenti in cui si manifesta un forte senso di piacere e di sollievo, in cui ci si sente un tutt’uno con il mondo. Descrisse l’esempio di una giovane madre che mentre osservava il marito ed i figli fare colazione si sentiva allegra e rilassata; mentre entrò un raggio di sole attraverso la finestra la sua visione la portò a rendersi conto di quanto fosse fortunata; lo era sempre stata ma solo ora si rendeva conto di ciò che davvero significasse, in qualche modo il raggio di sole aveva portato alla sua consapevolezza qualcosa che sapeva già dentro di sé.
Maslow si accorse anche che era possibile rievocare questo stato di massima esperienza avuta e poi dimenticata ed il rievocare le esperienze di picco porta a sperimentare di nuovo la stessa sensazione, è come vedere quelle immagini composte da molti particolari all’interno delle quali si nasconde un disegno, uno volta che è stato visto diventa visibile in qualunque momento.
Maslow descrisse inoltre le Plateau experiences, letteralmente esperienze “altopiano”; una sorta di stato ottimistico di sottofondo, sensazioni di pace interiore in cui si sente di avere il proprio posto nel mondo, e di meritarlo. Questo tipo di sensazione è diverso dalle peak experiences; mentre queste sono improvvise e travolgenti, le Plateau sono più durature e maggiormente sfumate, sono lo sfondo attraverso cui poter favorire il ripetersi delle prime.
La sensazione provocata da queste esperienze è quella di essere anche noi a poter trasformare il mondo che ci circonda e non viceversa, anche perché con il mondo ci sentiamo in uno stato di coesione e partecipazione.
Questo tipo di esperienze sono fondamentali per riuscire a sentirsi pienamente realizzati e soddisfatti, in armonia con il creato, propositivi e creativi.

Dalla psicologia umanistica alla filosofia orientale
Gli stessi concetti di stati di estasi e stati di durata e stabilità li troviamo descritti nel “I Ching”, il libro dei mutamenti, un testo oracolare cinese antichissimo che è anche un concentrato di filosofia.
Le origini di questo libro sono considerate lontanissime nel tempo agli albori della storia cinese, nasce come libro oracolare, attraverso il quale, lanciando delle monete e vedendone il risultato numerico, si otteneva una risposta, all’inizio semplicemente si o no, nel tempo sono nate delle “sentenze” scritte nel libro che lo hanno reso più complesso; esso è formato da 64 combinazioni di simboli, per ogni simbolo esiste una descrizione o sentenza che dà la risposta alle domande.
Il libro dei mutamenti è però anche la base delle due religioni cinesi, il confucianesimo ed il taoismo, che sono state influenzate dai suoi contenuti filosofici e che a loro volta hanno influenzato l’I Ching. Il termine mutamenti è ciò che lo caratterizza sotto l’aspetto filosofico, tutta l’opera si basa infatti su un principio di base, quello che noi chiameremmo trasformazione della materia, il mutamento di stato delle cose appunto.
Comunque tutto il libro dei mutamenti si basa su due simboli principali: Ch’ien, il cielo, il creativo e K’un, la terra, il ricettivo.
Il creativo corrisponde alla forza luminosa, spirituale ed attiva, il suo fondamento è il movimento temporale e la perseveranza, va a rappresentare l’impulso creativo dell’uomo ed il senso di totalità.
Il ricettivo corrisponde alla forza in ombra, ancora oscura; la sua qualità è la dedizione e l’estensione dello spazio, nell’uomo rappresenta la solidità e la capacità di accogliere e contenere.
Questi due segni sono in rapporto stretto, il creativo può realizzare solo nel momento in cui collabora con il recettivo; in altri termini quest’ultimo fornisce la base operativa del primo.
Si potrebbe dire che il creativo senza il recettivo non porterebbe nulla a compimento, esattamente come le esperienze di plateau sono la base attraverso la quale rievocare esperienze di picco.
Inoltre nel simbolo del creativo è possibile individuare le “idee” allo stato puro, la forza e l’intensità caratteristiche delle esperienze di picco; nel recettivo può essere vista la stabilità e il profondo stato di quiete caratteristiche delle esperienze plateau.

Ri-evocazioni
A questo punto ci si potrebbe chiedere come sia possibile vivere nuove esperienze “picco”.
Uno stato di plateau experience provoca l’aumento delle possibilità di avere delle peak experience quindi il primo è uno stato d’animo non prescindibile per le seconde.
Uno stato di ottimismo e disponibilità verso la vita è sicuramente qualcosa che si basa sulle esperienze di vita, sulla certezza di poggiare su solide basi, ed in questo caso l’ambiente in cui si è vissuti sembra fondamentale; bisogna però pensare che la sicurezza può essere acquisita nel tempo, non per forza dall’inizio, chiunque potrebbe avere la fortuna ( o la capacità) di crearsi un ambiente adeguato allo sviluppo della propria sicurezza interiore, indipendentemente dal passato; è un po’ come per la rievocazione delle esperienze picco, da un ricordo è possibile ristrutturare un proprio modo di essere diverso dal passato, certo ci vuole tempo ma è possibile.
In questo circuito quindi non è importante da dove si parte, si può iniziare da una esperienza improvvisa e folgorante quanto da uno stato di tranquillità di sottofondo, entrambi possono condurre allo stesso obiettivo; la cosa veramente importante è l’esperienza di vita.
In realtà questi due tipi di esperienze, picco e plateau, si rinforzano a vicenda; più si vivono le prime più, nel tempo, si stabilizza la seconda e più questa è stabile maggiore è la possibilità di avere di nuovo le prime e così via, in un circolo dinamico che si rinforza da sé.
Spostandoci di nuovo sui simboli dell’I Ching ci viene detto dal libro dei mutamenti che quando i due simboli principali non sono in armonia tra loro e si allontanano non si produce la vita; essi lavorano insieme; il recettivo rimane sterile senza l’intervento del creativo (l’esperienza di plateau non si stabilizza se non avvengono più di una esperienza picco nel tempo ) mentre il creativo non può realizzare se non ha la base del recettivo (se le peak experience non hanno una base plateau non riescono ad essere prodotte).

Co-incidenze
Nella realtà la possibilità di entrare in questo circuito auto rinforzante non è così semplice, richiede la disponibilità ad entrare in un’ottica diversa dal solito, lontana dalla visione stretta e controllante che abbiamo della vita.
Siamo abituati a vivere la consequenzialità, a vedere la causa degli eventi ma non il loro valore intrinseco, Jung direbbe che viviamo immersi nel pensiero causale, in cui ad ogni azione corrisponde una reazione conseguente ed adeguata, ma non riusciamo a lasciarci sorprendere dalla casualità, dal fatto che le cose avvengano anche per caso e che non possiamo controllarle (come per caso ed in modo incontrollato si manifestano le peak experience).
Per esempio gli antichi cinesi più che interessarsi alle cause si interessavano al caso; per fare un esempio; noi diciamo che è successo il fatto “C” perché prima era accaduto “B” a sua volta provocato dal fatto “A”, spieghiamo gli eventi mettendoli uno di seguito all’altro, in nessi di causa effetto; gli antichi cinesi si sarebbero invece chiesti come mai sia successo che A B e C siano accaduti insieme, interpretando il collegamento tra i fatti come un evento casuale, fortuito portatore di un suo specifico significato.
Le esperienze picco sono appunto eventi fortuiti, casuali, che hanno un grande valore ma che bisogna essere capaci di vedere; Per tornare all’esempio dell’inizio, se la giovane madre fosse stata solo a preoccuparsi dell’orario e della preparazione, per esempio, della cartella dei figli il raggio di sole non lo avrebbe visto e si sarebbe persa l’opportunità di vivere una esperienza soddisfacente che ha dato all’improvviso un senso nuovo alla sua vita, il senso di una vita fortunata.
Per noi occidentali è banale, dice Jung, pensare che la cosa che sta avvenendo in un certo momento ha le caratteristiche peculiari di quello specifico momento, tanto banale da non farci caso, per la mentalità cinese non sarebbe così perché il singolo momento può lasciare segni molto stabili e duraturi nel tempo; sentirsi fortunati in un certo istante può cambiare il modo di vedere la vita ed innescare una serie di eventi fortunati ( è importante sentirsi fortunati per esserlo davvero).
In definitiva diventa necessario riuscire a slegarsi almeno per un attimo dalla catena di controllo con cui teniamo stretta la vita, lasciando spazio agli eventi che sembrano inutili o banali ma che guardati dal lato giusto possono nascondere la possibilità di trovare un senso nuovo alla nostra esistenza.

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sabato 12 novembre 2011

Questioni di politica incoscienza

Siamo attualmente in balia di una fortissima crisi, non solo economica, quanto anche politica. Ma nonostante ciò possiamo davvero prendercela esclusivamente con i politici? Forse no, o almeno non del tutto; in fin dei conti da qualcuno sono stati eletti, e da questo qualcuno dovevano essere osservati e valutati; forse è questo il passaggio che è mancato?
Quello che viene sempre di più a mancare è l’interesse di ognuno per la politica e per la democrazia; viene detto che siamo sempre più individui nevrotici ma così si dimentica quanto sia malata la moltitudine di noi individui, il gruppo e, per rientrare nel tema, la “polis”, intesa non come città ma come moltitudine, folla, elemento fluido in movimento che ormai tanto fluido non è più.
Perché se come individui siamo sempre più capaci ed acculturati, più “coscienti”, come moltitudine appariamo più che altro ciechi e, soprattutto, disinteressati; è nell’insieme che non funzioniamo più; in termini psicoanalitici si può dire che stiamo sempre più ritirando le proiezioni dal mondo; ma le proiezioni sono proprio quelle che il mondo ci permettono di viverlo, di entrarci in risonanza; è fondamentale diventarne consapevoli, altrimenti siamo trascinati dalle emozioni che proviamo, ma non annullarle, altrimenti il mondo esterno perde di significato e non riusciamo più a conoscerlo.
L’insieme è una “cosa” che esiste fuori dall’individuo, così come la “res-publica”, la cosa pubblica, Repubblica; perso l’interesse partecipe al mondo perdiamo anche l’interesse per la politica e non la seguiamo, smettiamo di proiettare le nostre emozioni su di essa e quindi finisce per trasformarsi in qualcosa che non ci interessa perché non ha più niente da dirci.
Interesse partecipe significa interesse approfondito; quando mi occupo in profondità di una cosa la vivo e ci metto dentro qualcosa di me, i miei interessi, le mie speranze, le aspettative; una volta conclusa l’occupazione l’oggetto che mi ha interessato è diventato anche mio.
È necessario in ogni caso porre una differenza, è possibile interessarsi alle cose in due modi; Jung diceva che possiamo rapportarci al mondo secondo due modalità; una estroversa ed una introversa. Semplificando si può dire che nel primo caso (estroversione) prendo la mia energia interna e la realizzo nel mondo esterno modificandolo, nel secondo (introversione) prendo energia dal mondo e la realizzo dentro di me modificando me stesso; entrambe sono fondamentali nell’economia psichica, entrambe devono essere presenti, la rimozione di una di esse può generare la nevrosi.
In questo senso si può dire che la modalità di relazione verso l’esterno che prevale oggi sembra essere di stampo introverso; questo vuol dire che il nostro rapportarci al mondo avviene sempre più in un’ottica di esclusiva introversione, il mondo ci serve ma a noi non interessa servire al mondo.

Dal gruppo alla massa
Nel momento in cui vengono effettuate proiezioni verso un insieme di persone si può parlare di gruppo; una unità vitale che può essere biologica come nella famiglia o istituzionalizzato come i gruppi di lavoro. La sua formazione dipende da proiezioni inconsce che creano rapporti emotivi tra i componenti stabilendo collaborazioni durature, che non si scindono a causa di avvenimenti esterni e mantengono carattere di affettività nel tempo. 
Diverso è il discorso della massa, la cui caratteristica è la mancanza della proiezione o la mancanza della sua gestione da parte di un centro organizzatore come il gruppo; se nel gruppo la coscienza individuale viene mantenuta e lotta per farsi ascoltare dal gruppo, all’interno della massa resta invece come addormentata; senza proiezioni il senso dell’uomo si svuota e nel contempo la personalità si appesantisce, dovendo fare tutto da sé, in un’ottica sempre più narcisistica.
A questo punto il movimento di massa permette di sfogare tutto ciò tramite un “agito” ossia una partecipazione non consapevole e superficiale. La partecipazione alle “cose pubbliche” insieme alle altre persone viene motivata solo come sfogo momentaneo al fine di un alleggerimento, quindi è una partecipazione di tipo esclusivamente introverso, fatta per sé. Diventando massa le persone non riescono a costituire una unità psicologica che si identifichi in qualche modo con il gruppo e la sua psicologia e restano rassegnate dopo essere state inebriate dalla partecipazione al movimento di massa, lo sfogo, infatti, non è mai risolutivo perché al suo interno non si produce consapevolezza ma solo scarica istintuale. Nel contempo le persone tornano ad essere sole perché non esistono affetti/proiezioni che soddisfino il bisogno primario di relazione.
Il sentimento politico oggi appare sempre più così, fatto di esaltazioni immediate, di superficiale stampo rivoluzionario,fuochi di paglia che sempre si riaccendono senza però riuscire a produrre quel calore che sarebbe necessario per sentirsi partecipi; fatto quindi di continui abbandoni improvvisi e demotivazione, un disinteresse che permette alla classe dirigente di fare quello che vuole perché tanto nessuna la guarda veramente.


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domenica 30 ottobre 2011

Halloween e le eterne paure dell'uomo


Oggi in molte parti del mondo si  festeggia Halloween, una festività che ha radici molto antiche, nata prima ancora della cristianizzazione, già presente nella religione dei Celti per i quali  rappresentava il capodanno, il passaggio dall’estate all’inverno, che veniva chiamata Shamain; era un giorno molto particolare che per il suo carattere di passaggio non apparteneva né ad una stagione né all’altra e quindi, per conseguenza, un giorno in cui la distinzione tra il mondo dei vivi ed il mondo dei morti perdeva i suoi confini invalicabili.
Halloween è anche una festività che parla profondamente della psiche umana, del suo funzionamento, perché ogni volta che l’uomo crea un rito lo fa per esorcizzare delle paure sconosciute che gli salgono da dentro, dall’inconscio.
Halloween si inserisce in quella serie di festività attraverso le quali veniva ritualizzato l’eterno conflitto fra la luce ed il buio, e che possono essere metafora del conflitto che vive l’uomo nel momento in cui si accorge di non riuscire più a gestire la sua vita, quando si rende conto che non riesce ad uscire dalla rabbia, dalla depressione, dall’ansia etc , emozioni che magari erano nascoste nel buio e che gli hanno preso la mano di nascosto, al di fuori della coscienza e della sua volontà.
Questa serie di feste esistono ancora oggi; la candela nella zucca non è altro che la prima di una lunga serie di luci che andranno a costellare le festività per tutto il periodo che va dal primo di novembre fino all’Epifania, passando per Natale e Capodanno; tutte feste durante le quali si accendono e vengono mantenute luci accese o durante le quali si fanno falò.
Halloween si pone fra l’equinozio, in cui il giorno ha durata uguale alla notte, ed il solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno; è quindi una sorta di “soglia” del periodo dell’anno più buio e appunto da qui si iniziano ad accendere luci che rischiarano l’attesa del ritorno della luce.
Le origini di questi antichi culti vanno ricercate in ciò che è il "principio" della vita sulla terra e che dal principio è stato oggetto di venerazione; il sole. Agli albori dell'umanità, la natura appariva indecifrabile, potente espressione di forze che era necessario accattivarsi; era un mondo magico. L'uomo antico si sentiva parte di quella natura, ma in posizione di debolezza. Per questo, attraverso il rito, cercava di "fare amicizia" con questa o quella forza insita in essa. Per l'uomo, temere che il sole non sorgesse più, vederlo perdere forza d'inverno riducendo sempre più il suo corso nel cielo, era un'esperienza paurosa che minacciava la sua stessa vita. Perciò, doveva essere esorcizzata con riti che avessero lo scopo di evitare che il sole non si allontanasse ancora o di aiutarlo nel momento di minor forza. E' proprio partendo da questa considerazione che possiamo individuare le origini dei rituali e delle feste di questo periodo dell'anno fino a gennaio. Durante queste feste venivano accesi dei fuochi che, con il loro calore e la loro luce, avevano la funzione di ridare forza al sole indebolito, e di dare speranza agli uomini nel momento di attesa della primavera. 
Questi riti parlano dell'eterna paura dell'oscurità e del buio e che oggi esiste ancora nell'uomo moderno sotto un'altra forma, quella della paura di se stesso e dell'ombra inconscia che sotto sotto sente di avere dentro.
Jung diceva che nella nostra personalità c'è un'area che chiamò Ombra, una parte di noi che ci resta ignota e sconosciuta di cui abbiamo solo un vago sentore, in cui sono relegate tutte le cose che non amiamo di noi, che abbiamo paura di mostrare, o di cui non siamo consapevoli; una parte di noi che non dovrebbe mai uscire (secondo noi) altrimenti ci metterebbe in imbarazzo. Una parte di noi in cui potremmo perderci (in essa si nascondono la depressione, il bisogno, la rabbia etc.) e da cui potremmo essere "posseduti"; l'unico modo per non perderci in essa è quello di accendere delle piccole luci, metafora del continuo sforzo di comprendere e comprenderci.
Ecco che la festa di Halloween sembra parlare proprio di questo, della paura che il confine tra la mente cosciente (illuminata, che conosciamo) e quella inconscia (buia e sconosciuta) si assottigli fino a sparire e faccia emergere i nostri mostri personali. L'unico modo per vincere questi mostri è "prendere confidenza" con loro illuminando poco a poco le loro sagome tramite il flebile lumino della consapevolezza; esattamente come durante le feste legate all'accensione di luci si cercava di familiarizzare con la paura dell'inverno, con la paura di non superarlo, con la paura della morte.
La natura della ricerca di noi stessi, il percorso che porta alla scoperta dei nostri aspetti sconosciuti, è un viaggio incerto, fatto nel buio, e con lungo tempo, fino a riuscire ad "illuminare" questi aspetti scuri e vederli bene in volto; un viaggio che, però, non termina mai, ogni volta ci sono nuovi angoli bui, esattamente come ad un anno ne segue un altro, ad ogni estate un nuovo inverno......ed un nuovo Halloween.