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lunedì 16 giugno 2014

Ad ogni musica la sua età. Perché amiamo tanto la musica e come cambiano i nostri gusti musicali nel tempo.

La musica ci fa provare emozioni, ci fa sognare, ci rappresenta, ci descrive agli altri, scandisce gli eventi importanti della nostra vita…volenti o nolenti è sempre presente nelle nostre giornate.
Ma avete mai provato a chiedervi perché la ascoltiamo tanto volentieri….in fin dei conti, a cosa ci serve ascoltare musica?
Oppure, avete notato se i vostri gusti musicali sono cambiati nel tempo?
Ognuno darà la sua personale risposta, ma alcuni studiosi hanno cercato di individuare delle motivazioni che fossero universalmente valide, che potessero far comprendere quale è il valore psicologico della musica. Secondo uno studio pubblicato sul British Journal of Psychology esistono sei principali motivazioni all’ascolto di musica:

-         Aiuta ad essere di buon umore: questa è la motivazione più importante, migliora il tono della giornata, rilassa, entra in risonanza con le emozioni che proviamo. Da uno studio del 2011 è risultato che l’ascolto di musica positiva dopo aver svolto male un compito ha permesso ai soggetti di mantenere una maggiore speranza di poter migliorare rispetto a chi non ha ascoltato musica subito dopo l’esperimento.
-         Serve come diversivo: in altre parole può riempire momenti vuoti o noiosi, ed è per questo che durante i viaggi, in particolar modo quelli lunghi o con attese, ci sentiamo persi senza le cuffiette!
-         Aiuta a gestire il cattivo umore: per esempio durante i momenti tristi la musica (in questo caso anch’essa triste) può permetterci di entrare in risonanza con la nostra emozione e in qualche modo ci aiuta a sentirci meno soli col dolore. Esistono comunque molti studi che dimostrano quanto l’ascolto di musica rilassante possa aiutare a diminuire il senso di ansia o panico o addirittura il dolore fisico.
-         Crea rapporti interpersonali: questa è la funzione principalmente sociale della musica, è presente in tutti i luoghi di socializzazione, scandisce i nostri incontri con gli altri….e spesso con il partner, pare infatti (secondo uno studio francese) che l’ascolto di musica romantica renda più probabile che l’altra persona sia propensa ad accettare di approfondire un rapporto, magari con un appuntamento a due.
-         Aiuta a definire la propria identità: ci si identifica con il genere musicale che si ascolta e, ancora di più, con gli idoli musicali che lo propongono; attraverso la musica comunichiamo agli altri (ma anche a noi stessi) chi siamo e cosa ci piace, a cosa sentiamo di appartenere e cosa rifiutiamo.
-         Infine sembra aiuti a conoscere il mondo: a seconda dei vari paesi abbiamo generi musicali differenti, legati all’identità etnica, ascoltare musica di altri continenti ci aiuta a capire (per lo stesso principio illustrato al punto precedente) come è il mondo fuori dalle mura di casa nostra. Inoltre non bisogna dimenticare che l’evoluzione degli stili musicali nel tempo, la maggiore presenza di uno rispetto agli altri, ci indica in qualche modo quello che potremmo definire lo “spirito del tempo”, ossia come si sta muovendo il mondo intorno a noi.

La musica quindi scandisce le nostre giornate, ci aiuta a migliorarle, ma scandisce in questo modo anche tutto l’arco della nostra vita; e mano a mano che si avanza con l’età i gusti sembrano cambiare, almeno a detta di uno studio del 2013 pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology. I ricercatori hanno diviso i generi musicali in 5 categorie;
-Dolce
-Senza pretese
- Sofisticato
- Contemporaneo
- Intenso,
e individuato le preferenze in base all’età degli ascoltatori.
Durante l’adolescenza, quando l’ascolto di musica appare in genere maggiore, sembra prevalere la musica “intensa”. In questa fase della vita la cosa più importante è l’indipendenza e la formazione della propria individualità, l’ascolto di musica “forte”, aggressiva, che usi suoni distorti, ha una connotazione di ribellione che è estremamente importante per definire la differenza dai propri genitori e dalla famiglia di appartenenza.
Arrivati all’età adulta la preferenza per l’intenso lascia il campo alla musica “dolce” caratterizzata da suoni più soft, ed alla musica “contemporanea” o elettronica, che indicano un maggiore bisogno di accettazione sociale. In effetti questa è la fase della vita durante la quale si ricerca la stabilità (sociale ed emotiva), un partner, e queste forme musicali sono quelle che caratterizzano i luoghi di socializzazione oppure che favoriscono un rapporto di maggiore intimità con l’altro.
Con la mezza età inizia l’epoca delle sonorità più “sofisticate” e ricercate (maggiore interesse per generi di nicchia come il jazz o la musica classica) oppure della musica “senza pretese”; sono generi visti come rilassanti, i primi esprimono maggiormente lo status o la cultura mentre i secondi riflettono l’esperienza della famiglia, parlano dei sentimenti che tutti possiamo provare.

Questo è quanto dicono gli studiosi, e voi, vi ritrovate in queste descrizioni??

domenica 23 giugno 2013

Paura d'amare; cos'è e come affrontarla

Innamorarsi è una delle esperienze più belle ( e spesso sconvolgenti) che si possano provare, ma non è così per tutti, ci sono persone che hanno paura di amare ed essere amati, magari per paura di essere traditi o di perdere il controllo sui propri sentimenti. Di questa paura se ne è spesso occupato il cinema, vedi il film che proprio “Paura d’amare” si intitola….pensiamo alla protagonista Julia Roberts che in “Se scappi ti sposo” fugge da ben 4 matrimoni…e l’elenco potrebbe anche essere molto più lungo; però a questo fenomeno si è anche interessata la psicologia, ovviamente, anche se trovando un termine più “scientifico” per chiamarlo, la cosiddetta Philofobia, che indica appunto la paura di innamorarsi e di essere amati da qualcuno. Desiderare immensamente una persona, lasciarsi andare, fidarsi pienamente, aprirsi e perdere parte della propria razionalità sono solo alcune delle sensazioni che vengono provate durante un vero e proprio innamoramento ma, nel momento in cui tutto ciò spaventa, scatta una sorta di meccanismo difensivo che è appunto la philofobia; molte persone avvertono infatti una grande difficoltà ad approcciarsi all’altro, data da profondi timori, ansie, incertezze, che si basa sulla paura dell’altro e sulla mancanza di fiducia. La gioia di sentirsi parte di una coppia viene vissuta come una minaccia alla propria stabilità emotiva, e viene vista con diffidenza.


Questa paura, nelle sue fasi acute e nei casi più estremi, si manifesta addirittura con gli stessi sintomi di una attacco d’ansia o di panico. Come sintomi possiamo trovare infatti: sudorazione eccessiva, nausea, tachicardia, agitazione ed altri sintomi tipici dell’ansia, ma anche difficoltà legate alla sfera sessuale come la difficoltà a raggiungere l’orgasmo nella donna o le disfunzioni erettili nell’uomo.
Ma quali sono le cause che creano questo meccanismo difensivo?
Alcune possono essere definite reattivo-situazionali, quali ad esempio una passata e profonda delusione sentimentale che ha profondamente ferito al punto di non volerne più sapere d’innamorarci per il timore di soffrire di nuovo o di essere nuovamente delusi.
Altre volte l’amore può venire considerato un fattore invalidante in quanto può far sentire deboli. È tipico delle persone che vogliono mostrarsi forti e confermare la propria autosufficienza, in questo contesto l’amore  viene visto come una minaccia perché entra in gioco anche la paura di perdere la propria libertà o il controllo delle proprie emozioni. L’amore procura infatti cambiamenti radicali nelle abitudini e nello stile di vita; quindi se nella persona c’è una forte resistenza al cambiamento innamorarsi o essere amati può fare paura (vedi: Paura di cambiare).
Spesso le cause sono rintracciabili nel rapporto con i genitori; sono appunto loro a tracciare le modalità con cui poi da adulti rispondiamo all’amore. Se un genitore non esprime correttamente i suoi sentimenti oppure non riconosce quelli di suo figlio si può contribuire a creare una grossa confusione dal punto di vista affettivo. A causa di questa confusione il bambino può essere portato a nascondere i suoi sentimenti o a negare tutto un vissuto emotivo ed affettivo che nell’età adulta diventerà la caratteristica che gli impedirà di avere delle relazioni affettive soddisfacenti.
Non bisogna poi dimenticare che può esistere un fattore cosiddetto “ auto lesivo” che porta le persone a sabotare in tutti i modi la propria storia d’amore.
La naturale conseguenza della Philofobia è che si tende a scegliere rapporti impossibili la cui conclusione è la rottura; si trovano pretesti per litigi e vengono preferiti rapporti tumultuosi. Talvolta ci si concentra su particolari o difetti impercettibili o si creano situazioni atte a distruggere il rapporto. Il problema è che nonostante tutto questo la fuga dal rapporto non elimina bensì intensifica la paura stessa, che finisce per nutrirsi di se stessa.
Ma, a questo punto, cosa è possibile fare per comprendere e provare a gestire questa paura?
  • Innanzitutto è necessario smettere di fuggire dai rapporti ma cercare di comprendere i sintomi del disagio, per aumentare la consapevolezza e, tramite la riflessione, ridurre l’intensità della paura.
  • È importante evitare il più possibile i confronti con le storie passate; restare concentrati nelle storie passata fa infatti aumentare la paura di un nuovo fallimento ed impedisce di godersi i momenti belli della storia attuale.
  • Bisogna ridurre le aspettative per il futuro, che potrebbero intensificare i sintomi e cercare di vivere nel presente, cercando di affrontare ogni giorno come se fosse nuovo.
  • Una cosa che sicuramente non guasta mai è il coraggio di parlare con il partner delle proprie paure e raccontargliele. In questo modo si intensifica l’entità della fiducia canalizzando il rapporto di coppia in modo positivo; l’unica cosa a cui fare attenzione è che questo non sia un cosiddetto argomento Tabù che va affrontato con maggior attenzione (vedi: Di cosa parlare in coppia?).
È chiaro che queste indicazioni non sono la panacea per tutti i mali, ma almeno permettono di diventare consapevoli del problema; la consapevolezza della situazione in cui ci troviamo ha il potere di farci sentire responsabili per essa, ci fa smettere di prendercela solo con gli altri, ci fa capire che la responsabilità di un rapporto che non va è anche la nostra.

Detta così sembrerebbe che diventare consapevoli sia solo una sofferenza, ma questo non è vero,  solo nel momento in cui percepiamo che un certo problema ci appartiene siamo capaci di mettere in atto le strategie per affrontarlo e quindi stare meglio; come diceva R. Carckhuff, solo quando ci si sente responsabili del proprio stato di sofferenza si riesce a trovare dentro di sé la forza per risolverlo e per trasformarlo in qualcosa di buono.

martedì 11 giugno 2013

Elogio della depressione.....matrice di creatività

Illustrazione dal "Libro Rosso" di C. G. Jung

Spesso i comportamenti frettolosi, accelerati della nostra epoca nascondo una forte paura del vuoto e della depressione. Ma se da un lato questa patologia provoca dolore e solitudine, dall’altro può portare, se ben affrontata, delle insospettate risorse creative.

Della nostra epoca si dice sia “l’epoca della maniacalità”, della fretta e dell’ansia; in effetti è vero che siamo sempre più “di fretta”, perfezionisti, preoccupati, accelerati….e di conseguenza anche un po’ più superficiali.
Ma quante volte il perfezionismo nasconde la paura dell’abbandono e del biasimo? Quanto spesso l’accelerazione e la fretta mascherano la paura del vuoto? Quanto la possibilità di avere molte più informazioni e competenze superficiali si trasforma in paura dell’approfondimento, in svogliatezza?
In psicologia si dice che l’ansia vada “a braccetto” con la depressione, indicando con questo che spesso, molto spesso, la prima non è altro che la maschera della seconda.
Allora, forse, più che vivere in un’epoca maniacale viviamo “anche” nella sua controparte, un’epoca depressiva; qualcuno che non ricordo spiegava molto bene che in tempi come i nostri la depressione diventa una specie di “bene fondamentale”, perché va a soddisfare la naturale esigenza dell’uomo di approfondire sé stesso, le sue motivazioni e il senso della sua vita. Vivendo in continuo movimento e mutamento viene a mancare la possibilità di fermarsi, di sostare dentro se stessi e comprendersi un po’, fare il punto della propria situazione esistenziale. A questo punto il comparire di periodi di depressione (ovviamente non stiamo parlando della vera e propria depressione patologica descritta nei manuali diagnostici ma di quei momenti di profondo abbattimento in cui capita di incappare nella vita), diventa funzionale proprio a questi obiettivi.
Con questo non si vuole assolutamente minimizzare la portata “deflagrante” di un episodio depressivo, che provoca sempre una sofferenza acuta quanto “sorda” e di difficile risoluzione. La solitudine è forse una delle principali sofferenze di una persona depressa, quella straziante sensazione che non si possa fare affidamento su nessuno al di fuori di se stessi, quel circolo vizioso che continua a far sentire separati dal resto del mondo, una sofferenza che sembra nutrirsi e vivere di se stessa. Le persone che soffrono di più sono proprio quelle che non hanno la possibilità di dialogo, di confronto con gli altri; noi tutti infatti siamo prepotentemente sospinti a ricercare rapporti, perché è solo tramite questi che possiamo veicolare fuori di noi, e conoscere, le nostre emozioni.
Nei casi più gravi l’impressione è quella di una caduta senza ritorno; non c’è più nulla nel mondo esterno che possa aiutare, nessuno stimolo che solleciti l’interesse o che possa accendere un barlume di progettualità.
Ma allora come si fa per uscirne e, ancora, come si fa per convivere con questo stato dell’anima quando si presenta? L’unica soluzione pare essere quella di attribuire un senso agli eventi che provocano questo dolore. In questo caso è interessante quanto affermato da Carotenuto:
“ Le ferite dell’anima, però, possono trasformarsi in principi attivatori del nostro risveglio psicologico, capaci di innescare la nostra rinascita, il cambiamento a cui tutte le esperienze vissute ci hanno preparato. La particolarità della sofferenza, infatti, consiste nella possibilità che essa ci offre di trarre nutrimento dallo sviluppo della nostra vita interiore…… la sofferenza e la “prigionia” della nostra anima illuminano e rendono visibile il patrimonio più prezioso e nascosto delle nostre risorse psichiche.”
Uscire da una depressione significa portarsi dietro un pesante ma ricco fardello: tutte le esperienze psicologiche e tutte le riflessioni generate dalla depressione stessa. È per questo che in genere dopo un episodio depressivo se ne manifesta uno maniacale, di entusiasmo e di confusione, ricco di idee e spunti creativi che se si avrà costanza potranno essere messi a frutto. Non per niente molti artisti riferiscono di aver creato le loro opere migliori in una sorta di “incendio creativo” conseguente ad un periodo di depressione e profonda solitudine; questa infatti più di altre sofferenze psicologiche rappresenta una possibilità di metamorfosi e, spesso, fonte di arricchimento interiore.
Ovviamente questo non vuol dire che una depressione sia qualcosa di auspicabile; tutt’altro, dovremmo però essere capaci di entrare più spesso in contatto con le nostre profondità inconsce, trovare più spesso dei momenti per stare da soli con noi stessi; nel momento in cui le occasioni di “introversione” trovano libera espressione nella vita quotidiana diminuisce il rischio di affrontare un vero e proprio episodio depressivo.
Avremmo così più momenti di consapevolezza e saremmo capaci di trovare soluzioni creative alle nostre difficoltà molto più spesso e senza dover necessariamente attendere di sprofondare nel buio.

Per l’articolo completo clicca qui

mercoledì 5 giugno 2013

Di cosa parlare in coppia? Attenti ai Tabù

E. Hopper "Summer Evening

Si dice che nella coppia i partner dovrebbero comunicare il più possibile; ma questo è sempre vero? E’ davvero necessario dire tutto? Pare di no, ci sono infatti degli argomenti Tabù che a volte è meglio evitare, pena la perdita della calma da parte di entrambi.
Gli psicologi ci hanno sempre consigliato che nella coppia i partner dovrebbero cercare di parlare di tutto ciò che li riguarda, a partire dai sentimenti individuali per finire agli argomenti inerenti alla coppia stessa. Tutto questo è sicuramente un bene, e molti sono i vantaggi: aumenta la conoscenza reciproca e quindi il livello di comprensione, ci si sente più liberi e più adeguati, parlare di sé aiuta a trovare i propri spazi individuali nella vita insieme, e dall’altro lato aumenta il senso di intimità e di sicurezza.
Succede però che ogni tanto anche nelle coppie più affiatate emergono nelle discussioni tematiche che preannunciano grosse tempeste; sono i cosiddetti argomenti Tabù, di cui non si può parlare senza far scattare una lite furibonda.
Qualunque coppia ne ha almeno uno e in genere fa di tutto per evitarlo appunto perché ne conosce le conseguenze.
Questi tabù possono riguardare qualunque argomento, da quelli più seri a quelli più leggeri come le più piccole incoerenze personali; ed è così che il detonatore viene attivato dall’educazione dei figli, la gestione dei soldi o i rapporti con le famiglie di origine, ma anche dalla mancanza di alcune piccole attenzioni, come dire ti amo, o da come ci si veste o per i panni che si lasciano in giro etc etc.
Indipendentemente dall’argomento la cosa importante è che in esso è contenuto un significato molto più importante che urta la sensibilità di entrambi i partner e che porta all’esasperazione emotiva; allora ecco che un metodo educativo troppo serio di lui verso i figli risveglia in lei l’energia di tutte le battaglie che ha combattuto per rendersi autonoma dai genitori; oppure, altro esempio, il rapporto troppo stretto di lei con sua madre entra in conflitto con la storia di lui, che magari ha una storia personale di carenze affettive da parte dei genitori che lo rendono allergico a forme di attaccamento che gli sanno di dipendenza affettiva.
Ma allora che bisogna fare, questi argomenti entrano nel novero di ciò di cui bisogna parlare oppure è meglio lasciarli perdere?
La storia ci insegna che il tabù è una forma necessaria utilizzata per mantenere la coesione all’interno di un gruppo sociale, come i famosi “Comandamenti” tra i quali abbiamo “non uccidere” e “non rubare”, sono quindi delle forme difensive naturali che nel nostro caso andrebbero a proteggere la coppia dalla rottura. Come tutte le difese quindi, se da un lato impedisce di raggiungere delle soluzioni dall’altro rappresenta un elemento protettivo.
Questo significa che in via generale l’argomento potrebbe pure essere trattato ma con un numero molto maggiore di attenzioni ed un accurata riflessione prima di affrontarlo.
Innanzitutto bisogna capire, nel momento in cui si crea il tabù, che ci sono dei motivi importati che riguardano entrambi i partner; ferite ancora aperte, traumi inconsci, situazioni non risolte, paure poco chiare, somiglianze con sofferenze del passato insomma, ma anche giudizi sul partner che se espressi lo ferirebbero troppo. È importante essere obiettivi al massimo nella riflessione e farla innanzitutto da soli, cercando di comprendere se quel certo argomento stia o meno minando effettivamente la stabilità della coppia e la sua intimità più profonda.
A questo punto è importante scegliere anche il momento per parlarne, infatti se venisse tirato fuori in momenti emotivamente carichi non sarebbe altro che un modo strumentale all’espressione ed allo sfogo della rabbia ma non alla comprensione reciproca; quindi meglio aspettare i momenti in cui c’è maggiore tranquillità, evitando quelli felici però, che altrimenti ne uscirebbero sciupati.
Riuscire ad eliminare o gestire un argomento tabù è comunque una conquista, che rende più liberi anche per il solo fatto di averlo compreso meglio e che può indurci, tramite questa comprensione, a capire di più l’altro ed amarlo meglio, in modo più maturo.

mercoledì 15 maggio 2013

Superstizione e gioco d'azzardo patologico

Il gioco d’azzardo patologico, o Gambling, si sta connotando come una vera e propria “piaga” della nostra società, che porta agli onori della cronaca storie di vite e famiglie distrutte tanto economicamente che moralmente, quando non storie di suicidi. Tra le varie componenti di questa nuova dipendenza un articolo di Psychology Today analizza l’aspetto legato alla superstizione ed alle credenze magiche. La componente “magica” non riguarda solo i “pivelli” del gioco d’azzardo ma anche i più abili e competenti tra di essi. Indicata come una fede nella magia, la superstizione può coprire molti ambiti tra i quali la credenza in azioni fortunate o sfortunate, nella simbologia dei numeri,  nell’astrologia, l’occulto, il paranormale fino ai fantasmi. Quando si tratta di gioco d’azzardo l’ambito in cui si esprime la componente superstiziosa è la credenza che una data azione possa portare fortuna o sfortuna, nel momento in cui non ci sono motivi razionali o generalmente accettabili per l’eventuale buona riuscita del gioco.
Le ricerche indicano che circa un terzo di noi è superstizioso e che la maggior parte della gente tende ad avere quelle che sono chiamate mezze-superstizioni. Si tratta di persone in genere razionali ma che in situazioni di incertezza, di stress o di bisogno di aiuto cercano di riprendere il controllo personale sugli eventi tramite la superstizione, ossia cercando di controllare il caso; questo è quello che spesso accade nel gioco d’azzardo. Non è quindi casuale che l’aumento del gioco d’azzardo patologico avvenga proprio in questo momento storico, un periodo di incertezza e di crisi, tanto economica quanto sociale, e non è forse un caso che l’Italia risulta essere uno dei paesi europei con la maggior quantità di casi di Gambling.
Lo psicologo Tedesco Willelm Wagenaar ipotizza che, quando le cause di qualcosa appaiono sconosciute, i giocatori attribuiscono gli eventi a cause astratte come fortuna o possibilità casuali; sulla stessa scia altri studiosi suggeriscono che la fortuna può essere immaginata come caratteristica di una persona mentre la possibilità casuale è vista come un evento non controllabile, casuale appunto. Riguardo ai giocatori patologici pare che la causa maggiormente addotta per le eventuali vincite sia il controllo sulla loro stessa fortuna, ossia su una caratteristica propria.
Nella realtà di studi sulla superstizione nel gioco d’azzardo ce ne sono pochi. Uno di essi, effettuato dalla Nottingham Trent Universty, ha individuato che i giocatori che spendono di più sono quelli che hanno più credenze superstiziose come quella avere un amico fortunate da portare con sè, credere nella “serata fortunate” o nella positività o negatività di alcuni specifici numeri.
Se da un lato si manifesta il bisogno di controllare gli eventi, dall’altro è però sempre presente anche la componente eccitatoria,  perchè i giocatori nel momento in cui giocano riferiscono di provare maggior divertimento ed eccitazione quando tirano in ballo queste credenze (è eccitante dire “questa è la mia serata fortunata” piuttosto che “questo è il mio numero (o posto) fortunato”).
In via generale questi studi individuano 2 elementi caratteristici del Gambling: da un lato c’è il bisogno di accedere a stati di eccitazione, il brivido del gioco, il bisogno di vivere esperienze intense che scopre un livello di attivazione piuttosto alto; in sintesi il fatto che alcune persone più di altre hanno bisogno di esperienze forti per provare uno stato di benessere adeguato e soddisfacente; dall’altro la necessita di una autocura; l’esistenza di uno stato di stress o malessere che si cerca di controllare simbolicamente tramite il controllo della fortuna al gioco.
Appare paradossale ma sembra che proprio nel momento in cui si sente di perdere il controllo sulla propria esistenza ci si rivolga a ciò che c’è di meno controllabile nella vita, la fortuna.
A tratti questo tipo di dinamica pare ricordare quello che secondo la psicanalisi è il rapporto tra la coscienza e l’inconscio, l’eterno tentativo dell’Io di controllare l’ignoto. Questa però, inserita nel disagio che il Gambling comporta, si configura come una dinamica profondamente individualistica e, visti i risultati, inutile; giocare d’azzardo per risolvere i propri problemi è come volere a tutti i costi cavarsela da sè, affrontare uno sforzo titanico che porta al fallimento, perchè cercare di controllare gli eventi della vita e le sue strane giravolte da soli è come combattere contro i famosi mulini a vento di Don Chisciotte. In questo caso l’attuale visione solipsistica della nostra cultura non aiuta, non è infatti una incorporea dea bendata che potrà risolverci i problemi ma bensì le persone in carne, ossa e sentimenti che ci stanno vicine tutti i giorni.

domenica 20 gennaio 2013

Quando i bambini hanno paura (1): le crisi dello sviluppo


La paura è una delle principali esperienze vissute dall’uomo, che lo aiutano a reagire ad eventi potenzialmente pericolosi e dolorosi, e come tale lo accompagna a partire dalla sua nascita. In questo senso i primi a vivere la paura sono proprio i bambini che vivono due tipi di paure: quelle legate ai compiti dello sviluppo (esempio la paura della separazione) e quelle cosiddette sociali (legate all’educazione impartita ).
La paura è un’emozione e come tale si dimostra utile all’uomo; ha una funzione di salvaguardia della sopravvivenza e rappresenta una preparazione psicologica per affrontare situazione pericolose. Le paura però richiedono anche di essere superate, affrontate con consapevolezza, altrimenti possono finire per schiacciare la vita, soffocarla; non per niente il termine angoscia, a volte associato alla paura, deriva dal latino “angustie” ossia “strettezza”.
Quindi nel momento in cui il bambino si confronta con la paura nel corso del suo sviluppo è anche costretto ad individuare strategie di superamento, imparando piano piano a confrontarsi con l’ignoto. In questo modo la paura resta ciò che dovrebbe essere, un naturale campanello d’allarme che permette di prevenire situazioni di pericolo o di dolore, senza per questo soffocare lo sviluppo.
Nel momento in cui, però, la paura assume dimensioni che impediscono una vita normale, perde il suo carattere di protezione diventando un ostacolo alla maturazione del bambino e mettendo a rischio lo svolgersi dei compiti quotidiani a cui è chiamato.
Ovviamente un mondo senza paure sarebbe solo una illusione quindi un’educazione che cerca di tenere lontane tutte le paure non aiuta affatto i bambini ad affrontare la vita; viceversa sarebbe importante che essi si confrontassero con le paure, perché così facendo possono crearsi lentamente la fiducia in se stessi e strutturare il proprio Io, ed è altrettanto importante che in questo processo di superamento possano contare  sull’appoggio dei genitori che hanno la funzione di “contenimento”, come se fossero una ideale “boa” che garantisce un appiglio sicuro in caso di difficoltà.
Le paure dei bambini possono essere legate tanto ad eventi traumatici quanto all’educazione ricevuta ma anche alle fasi che attraversano durante la loro crescita.
In quest’ultimo caso si può dire che la libertà di crescere, di cominciare qualcosa di nuovo, di andare incontro al mondo è sempre accompagnata dalla paura, che però è una paura stimolante, che rende costruttivi e creativi.
Le persone che non si confrontano con la libertà e con le paure rischiano di non poter diventare indipendenti, di non sviluppare l’autostima; scappando di fronte alla paura finisce per crearsi un circolo vizioso che è la paura di aver paura.
Lo sviluppo del bambino nei primi anni di vita è velocissimo, ad ogni passo si  aprono sempre più porte verso la vita, e con esse nuove paure; aprire queste porte richiede quindi un grande sforzo emotivo, uno sforzo che però il bambino è in genere più che disposto a correre visto che possiede una sorta di speciale sesto senso verso ciò che può aiutarlo a sviluppare la fiducia in se stesso.
Durante i primi 3 anni si manifestano 4 principali paure condizionate dalla crescita:
  1. Paura della perdita del contatto fisico, la forma primaria di paura; durante le prime settimane di vita il bambino riceve tutto ciò di cui ha bisogno dalla madre, vive in una specie di paradiso terrestre dove il cibo e la sicurezza sono infinitamente presenti ed in questa sorta di Eden si formano i presupposti per la fiducia primaria del bambino verso se stesso e verso le figure di riferimento e quindi la base emotiva sicura. Il bambino è quindi molto dipendente e nel momento in cui viene meno il contatto fisico con il “caregiver” si fanno strada le paure esistenziali che si trasformano in pianti e strilli che rappresentano per lui una vera e propria lotta per l’esistenza, questo in particolare nel momento in cui oltre alla distanza fisica si manifestano i bisogni, per esempio la fame; in questi casi è importantissimo che ci sia innanzitutto la rassicurazione ed il sostegno dei genitori tramite il contatto fisico, l’abbraccio, e poi a seguire, il soddisfacimento del bisogno specifico che viene dimostrato dal neonato.
  2. Paura dell’estraneo, intorno all’ottavo mese; a questa età il bambino ha appena iniziato a distinguere tra persone familiari e non e di conseguenza non è più disposto a farsi abbracciare da chiunque; si intimidisce quando un estraneo si avvicina troppo fisicamente, se da un lato ne è attratto come è sempre attratto dal nuovo, dall’altro il nuovo può apparirgli inquietante. Se l’altro non si avvicina allora il bimbo inizia le sue strategie di avvicinamento, sorride, cerca il contatto visivo e pian piano si avvicina con la scusa di giocare fino ad accettare il contatto fisico. In questi casi per evitare che si sviluppi una paura troppo forte è importante non costringere il bambino ad avvicinare l’estraneo ma aspettare e rispettare i suoi tempi.
  3. Paura della separazione, intorno al secondo anno; a questa età il bambino inizia ad avventurarsi verso nuovi territori ed in questa fase si vede in azione la sicurezza acquisita nel periodo precedente. Le paure di separazione accompagnano il bambino per tutta la durata dello sviluppo, e continuano ad agire anche nell’adulto, nella loro forma precoce si manifestano nel momento in cui il bambino può muoversi con maggiore autonomina, appunto dopo il primo anno, quando inizia a gattonare e poi a camminare stabilendo quindi le modalità di allontanamento fisico ed autonomo dalle figure di attaccamento. Questa nuova autonomia è però ancora fragile e va accompagnata, soprattutto perché facilmente minacciata da regressioni; allora è molto importante mostrare fiducia nel bambino e nelle sue capacità, lasciandogli lo spazio per fare esperienza del mondo ma contemporaneamente essendo disposti a riaccoglierlo quando dimostra di avere ancora bisogno di rassicurazione da parte dei genitori.
  4. Paura dell’annientamento, intorno al terzo anno; questo è anche il periodo della fase dell’opposizione, durante il quale i bambini sviluppano il senso di potere e di forza, fino a rasentare l’onnipotenza; parallelamente a tutto questo avviene l’educazione alla pulizia e il bambino sviluppa un  senso di controllo sul proprio corpo ma anche sugli altri (per esempio sui genitori che attendono ansiosamente che faccia i suoi bisognini). Contemporaneamente al controllo ed al potere c’è però anche un forte senso di impotenza, che si manifesta in particolare di notte, con la paura dei mostri e degli incubi, ma anche delle forze della natura. A questa età per gestire le paure i bambini iniziano ad affrontarle nel gioco o con piccoli rituali; è quindi importante essere il più sensibili possibile alle piccole ossessioni, in particolare quelle per andare a dormire, come la lucina accesa, oppure ai giochi con i mostri o a quelli aggressivi che se da un lato non vanno esasperati dall’altro sono necessari per dare forma alla paura ed affrontarla.
Queste sono tutte paure naturali legate allo sviluppo ed alle sue fasi, non è quindi auspicabile impedire al bambino di provarle ma come già detto è importante che i genitori gli siano vicini e lo aiutino a trovare le sue personali risposte e soluzioni perché solo così facendo il bambino può mettere le basi per la fiducia in se stesso.

domenica 13 gennaio 2013

Uomini che invidiano le donne: come stanno cambiando i sentimenti maschili (1)


Come da più parti affermato, e come visibile nella vita di tutti i giorni, pare che l’identità maschile stia vivendo una fase di cambiamento che assume a volte i tratti di una vera e propria crisi maschile.
Ora, questa crisi a volte viene descritta in maniera quasi fumettistica (l’uomo "mammo", quello narciso, quello insicuro, etc. etc. ), mentre in realtà non va per nulla presa “sotto gamba”; tra le sue conseguenze abbiamo anche le forme di aggressività incontrollata, che può sfociare, nelle situazioni più gravi, nell’atto suicida oppure omicida che a volte segue alle separazioni delle coppie, delitti passionali che arrivano sempre più spesso agli onori della cronaca; altrimenti, più spesso, si manifestano in forme depressive o ansiose, o nell’impotenza maschile, anch’essa, pare, in aumento.
Senza voler indagare quali sono le cause sociologiche e storiche che hanno portato agli attuali cambiamenti nei ruoli tanto maschili quanto femminili (per esempio la rivoluzione sessuale del ’68) può essere interessante valutare come questi cambiamenti si siano pian piano manifestati su un piano individuale, quello dei sentimenti.
Ma allora come stanno cambiando i sentimenti maschili? Questo cambiamento porta solo elementi negativi o può anche risvegliare delle potenzialità creative?
Un sentimento che fino ad oggi era rimasto praticamente inaccessibile alla coscienza maschile è l’invidia per le donne. Infatti mentre l’invidia della donna verso l’uomo è sempre stata tenuta in considerazione e anche studiata dalla psicanalisi questo non è avvenuto per l’invidia dell’uomo.
Una delle prime forme di invidia maschile presa in considerazione dalla psicanalisi è stata quella relativa al ruolo materno, alla capacità di procreare; ma nel passato poteva essere compensata dalla creatività dell’uomo nel proprio lavoro o nell’ambiente culturale, creatività che la donna non poteva esprimere perché tenuta lontana dai livelli decisionali del lavoro come dall’ambiente culturale.
Oggi questo equilibrio si è ribaltato a favore della donna che oltre ad essere pro-creatrice è creativa anche nel lavoro e può occupare delle posizioni decisionali, oppure può avere uno spazio considerevole nell’ambiente culturale; quindi una donna che oggi appare capace di realizzarsi anche in quei campi che in passato erano considerati strettamente maschili mentre l’uomo non potrà mai avere la possibilità di mettere al mondo un figlio, questo è un punto a favore delle donne, un punto che può generare l’invidia nell’uomo.
Inoltre oggi il mondo è sempre più globale, bisogna interessarsi di moltissime cose contemporaneamente, per utilizzare termini moderni l’uomo deve essere sempre più “multitasking”, capace di aprire sempre nuove finestre e di collegarle con quelle aperte in precedenza; insomma, quello  che si chiede è una sempre maggiore flessibilità. Il problema è che da che mondo e mondo si è sempre saputo che sono proprio le donne quelle capaci di fare più cose contemporaneamente, e lo hanno imparato perché si sono dovute sempre  occupare tanto del lavoro quanto dei figli (e del marito)…..cosa che l’uomo non ha mai dovuto fare. In effetti oggi anche l’uomo si trova a dover ricoprire ruoli diversi, compreso quello di padre, che però comporta l’acquisizione di capacità di accoglienza, quindi più materne, o della capacità di perdere il controllo senza creare catastrofi, caratteristiche che l’uomo fa difficoltà a conciliare con il lavoro; in sintesi per l’uomo è più difficile riuscire a vivere più ruoli tenendoli separati tra loro, per esempio il lavoro e la famiglia, cosa che invece alle donne riesce meglio……..provocando l’invidia maschile.
Un altro motivo di invidia maschile pare essere la capacità seduttiva femminile, per esempio, come afferma Slepoj, il fatto che mediamente le donne debbano fare “meno fatica” per avere un rapporto sessuale, possono rimanere in passiva attesa dell’uomo che le corteggerà. Quella che qui traspare è quindi l’invidia verso la passività, una svolta davvero notevole se si pensa che la passività è stata sempre vista dall’uomo come un disvalore; non abbiamo più qui l’uomo per forza cacciatore ma un uomo che cerca anche di sedurre ( etimologicamente: condurre a sé) la donna, un uomo che ha scoperto il piacere di essere corteggiato.
Per concludere bisognerebbe parlare un po’ dell’invidia, un sentimento che in passato, anche dalla psicologia, era considerato assolutamente deleterio e distruttivo e che invece oggi è stato rivalutato. L’invidia infatti, se non è troppo forte ha la stessa funzione dello stress, può cioè essere una forza propulsiva. In questo caso una forza propulsiva per l’uomo che può aiutarlo a conoscere i propri “tratti femminili”, ossia quelle qualità che culturalmente sono sempre state prerogativa della donna ma che in realtà appartengono a qualunque essere umano indipendentemente dal suo sesso. Ovviamente questo non significa arrivare ad una “femminilizzazione” dell’uomo ma ad una struttura di personalità più armonica e completa che può aiutare nell’affrontare con maggiore flessibilità e maggior successo la vita di tutti i giorni; una flessibilità che può essere utile per stabilire delle relazioni significative con gli altri, in particolare il partner o i figli, ma anche con se stessi..........continua

domenica 2 dicembre 2012

Siamo ancora capaci di "perderci"? Riflessioni sul tempo "perso"


Una non troppo vecchia pubblicità di automobili chiedeva al telespettatore se fosse ancora capace di “perdersi”, in effetti al giorno d’oggi questa domanda appare tutt’altro che banale.
La nostra si è trasformata in una cultura della fretta, corriamo sempre, per andare al lavoro, per tornare a casa, per accompagnare i figli da qualche parte….corriamo anche quando dobbiamo farci una vacanza “rilassante”, da un monumento all’altro, da un locale all’altro, durante il week-end facciamo la “movida” (termine sicuramente emblematico).
Ma tutto questo movimento non corrisponde a sua volta ad un “perdersi”?
Dipende da cosa si intende con questo termine. Se perdersi equivale ad essere disorientati nella vita allora, si, sicuramente ci perdiamo spesso a fare cose la cui reale necessità appare dubbia. Ma se perdersi equivalesse, al contrario, ad un lasciarsi andare a se stessi, ad aspettare che si creino delle esigenze reali, fossero esse concrete o “dell’anima”, allora di questo oggi siamo meno capaci che mai.
È il famoso contrasto tra mondo esterno e mondo interno; equivale al chiedersi se le nostre azioni siano dettate da motivazioni personali o da esigenze esterne a noi, ossia dall’influsso sociale.
A ben guardare il nostro essere persi nel mondo corrisponde spesso ad un tentativo di riempire i “buchi” della vita; fino a che corriamo dietro alle centomila cose da fare non abbiamo il tempo di pensare a noi stessi, non abbiamo tempo di “prenderci il tempo”; ma basta un fine settimana durante il quale non ci siamo organizzati a fare qualcosa di specifico (fosse solo seguire il calcio) che ci sentiamo veramente “persi”, non sappiamo cosa fare, ci annoiamo.
In questo senso il termine “prendersi il tempo” è molto significativo, indica una posizione “attiva” nei suoi confronti.
Cercare di “riempirlo” è un modo come un altro per significare che ne abbiamo paura e che quindi ci limitiamo a “subirlo”, in sintesi assumiamo nei suoi confronti una posizione passiva, finiamo per esserne determinati, facciamo le cose per evitare di confrontarci con i tempi morti.
Al contrario allora prendersi il tempo corrisponderebbe ad un atteggiamento attivo, creativo; per esempio accettare la noia ed aspettare che si trasformi in qualcosa oppure in niente, in questo modo i “tempi morti” vengono accettati e ci si confronta con loro alla pari, il tempo magari trascorre “vuoto” ma non provoca sensazioni di disagio.
Winnicot, un famoso psicanalista del passato, affermava che il contrario di esistere non è “non esistere” ma bensì “reagire”; se ogni volta che facciamo qualcosa è solo come reazione a qualcos’altro vuol dire che non esistiamo per noi stessi ma che facciamo le cose in reazione a conflitti (con il mondo o con noi stessi) con i quali combattiamo le nostre personali guerre; questo significa che determiniamo quello che siamo esclusivamente in confronto con qualcosa di altro, dimenticando di guardare ciò che siamo davvero nel nostro profondo. È ovvio che entrambi gli atteggiamenti sono necessari, ma non dovrebbero mai essere sbilanciati troppo a lungo.
Il nostro perderci oggi corrisponde al continuo cercare alternative per riempire momenti vuoti, noi non ci perdiamo mai realmente, lasciandoci andare a quello che capita, noi in realtà abbiamo già molte alternative da attivare; la noia non fa in tempo ad arrivare che già sappiamo cosa fare, come “reagire” ad essa.
Da un punto di vista psicopatologico finiamo per soffrire di continua ansia anticipatoria, ossia la paura per quello che succederà, al cui fondo c’è sempre la paura del vuoto. Oggi la nostra è definita una società ansiosa ma a ben guardare forse bisognerebbe chiedersi se non sia una società depressa.
L’ansia infatti va spesso a “braccetto” con la depressione, è lo “psicofarmaco” più utile (ed utilizzato) contro il senso di vuoto, ossia la depressione. Questo significa che abbiamo paura di noi stessi e di ciò che ci alberga dentro, e che non vogliamo vederlo; la depressione, almeno nella sua forma reattiva, secondo qualcuno può essere una reazione a questa poca attenzione a sé, un tentativo estremo che la nostra psiche fa per farci confrontare con i nostri aspetti inconsci, tra cui le nostre necessità più profonde alle quali non diamo attenzione.
Senza voler davvero andare così lontano basti pensare che la noia per esempio è anche una possibilità creativa, nel suo manifestarsi crea la frustrazione, l’insoddisfazione, che ci costringe a trovare soluzioni alternative; in questo senso basta guardare i bambini ed i giochi che si inventano quando non sanno cosa fare, i giochi più strani ma anche i più divertenti. E questo è molto diverso dall’avere una soluzione già pronta, ha il sapore del “sorprendendente”, quante volte ci scopriamo o ci siamo scoperti a divertirci più del solito, magari con il partner oppure in famiglia o con gli amici, proprio nelle situazioni noiose? Questo perché le soluzioni che emergono sul momento sono più significative, parlano di quello che siamo in quel preciso momento della vita, al contrario delle alternative che vengono preparate in anticipo ed appaiono vuote di senso.
Allora diventa sempre più importante oggi riuscire a perdersi davvero, con consapevolezza e tranquillità, e lasciarsi andare al momento, un momento che più di ogni altro ci parla di quello che siamo ora e ci fa sentire profondamente dentro noi stessi, e ci può aiutare più di qualunque altra cosa a conoscerci o riconoscerci per la nostra speciale unicità.

sabato 24 novembre 2012

Aggressività vs Assertività (2): Esprimersi con sicurezza


Quante volte pur avendo ragione si finisce dalla parte del torto? A volte succede che nonostante le nostre opinioni siano corrette non riusciamo a difenderle, e questo perchè non riusciamo ad esprimerle nella forma più adeguata; può capitare che ci arrabbiamo troppo rischiando di passare per persone impulsive ed aggressive (nonostante, magari, ci stiamo solo difendendo) oppure ci dimostriamo insicuri, incerti in quello che affermiamo, dando all’altro la possibilità di dubitare di noi e delle nostre affermazioni.
Per poter esprimersi con sicurezza ci viene in aiuto quella che gli psicologi chiamano assertività. Già il termine dà qualche spiegazione; dal latino “ad serere”, condurre a sè, e da qui “asserire” ed asserzione, affermazione di sè, caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni ed opinioni.
Dimostrarsi assertivi significa sviluppare alcune specifiche competenze tramite le quali si esprime il comportamento assertivo;
  • Innanzitutto essere capaci di dire No, senza però svalutare l’altro o rifiutarlo. Questo significa riuscire a superare la paura di poterlo ferire.
  • Saper rischiare e saper chiedere; in questo modo ci si dimostra capaci di assumersi le responsabilità delle proprie richieste e di comunicare agli altri le proprie aspettative anche se questo può portare ad un conflitto; uno dei modi migliori per imparare a rischiare in questo senso è fare richieste in maniera diretta, evitando giustificazioni, e poi riflettere su quali risultati si sono ottenuti per poter eventualmente modificare la modalità.
  • Saper criticare; questo significa passare da una modalità esclusivamente “giudicante” ad una più “osservante”, giudicare non tanto la persona quanto la situazione o il comportamento dell’altro ed esprimere il giudizio come una opinione personale piuttosto che “assoluta”.
  • Saper rispondere alle critiche, accettando gli eventuali errori commessi ed imparando da essi.
  • Saper decidere e realizzare obiettivi concreti, ossia legati alla consapevolezza dei propri limiti e delle reali potenzialità.
  • Saper perseverare, senza perdersi troppo d’animo se non si è riusciti a realizzare degli obiettivi ma cercando comunque di migliorarsi per la prossima volta (nel tentativo di migliorare noi stessi non ci deve “correre dietro” nessuno!).
Queste sono, per così dire, le “evidenze” comportamentali di un “pensare” assertivo, ossia di un lavoro sui pensieri appunto, che comporta l’abbandono delle convinzioni svalutative su noi stessi, che spesso sono legate al nostro passato ed a vecchie esperienze, magari dolorose, dalle quali non riusciamo a separarci. Oltre all’area comportamentale e cognitiva però va considerata anche quella emotiva; è fondamentale conoscere cioè le proprie emozioni, senza giudicarle, perchè solo così facendo perdono il loro carattere “travolgente” e possono diventare gestibili.
In sintesi si potrebbe dire che al fondo dell’assertività si cela la consapevolezza di sè, innanzitutto del proprio stile comunicativo, sia esso aggressivo o anassertivo-passivo, che va accettato (come vanno accettate le esperienze passate alla base dei pensieri svalutativi di cui sopra). Ancora è importante lavorare sulla consapevolezza di quella che Jung chiamava Ombra, ossia tutto ciò che non ci piace di noi stessi, che non vorremmo vedere o che abbiamo rimosso nell’inconscio; in questo modo ci sentiremo liberi di dare maggiore spazio ai nostri bisogni ma anche ai nostri sogni, ai pregi come ai difetti, dando voce alla paura, alla rabbia e ad ogni altro desiderio che non abbiamo il coraggio di pensare.
Fatto questo diventa possibile agire il cambiamento, provando a modificare concretamente i nostri comportamenti assumendoci con coraggio le rispettive responsabilità, iniziando da modifiche in quelle aree della nostra esperienza che ci garantiscano un buon margine di successo, per poi muoverci gradualmente verso aree più “rischiose”.
Per ultimo, ma probabilmente è l’elemento più importante, non bisogna dimenticare che l’assertività è il mondo della libertà di scelta e questo significa che non è possibile nè utile essere sempre assertivi, perchè si finirebbe in un corpo a corpo con le pulsioni e gli istinti più profondi da cui non si può uscire vincitori usando la razionalità; quindi è necessario dare spazio a tutto ciò che di irrazionale alberga in noi potendo però decidere come, quanto e quando esprimerlo….e questo vuol dire decidere come, quanto e quando essere assertivi e quando invece dare spazio a quel briciolo di follia che alberga in tutti noi e che sta alla base della creatività. 

martedì 20 novembre 2012

Bambini nella guerra: il trauma e le sue conseguenze


In questi giorni l’UNICEF è intervenuto sulla situazione di conflitto tra Israele e Gaza dicendosi “ profondamente preoccupato” per il suo impatto sui bambini. L’infanzia dovrebbe essere dedicata alla libera e tranquilla sperimentazione di sè e del mondo, ma come è possibile sperimentare con serenità ed apprendere di conseguenza quando si vive una perenne allerta ed un continuo rischio di perdere la vita o qualcuno dei propri familiari?
A ieri risultavano almeno 18 i bambini palestinesi che hanno perso la vita; svariati bimbi feriti anche tra gli israeliani. Enormi sono i problemi nella striscia di Gaza soprattutto per la carenza della situazione sanitaria ed il lancio di razzi continua indiscriminato su entrambi i fronti; questa situazione sta mettendo a rischio i bambini ambo le parti lasciandoli esposti a danni fisici e psicologici.
Di nuovo, quindi, si tende a dimenticare i diritti dei minori che vengono regolarmente subordinati ad interessi di parte mai ben specificati. Eppure vivere perennemente in guerra è una esperienza traumatica ripetuta che lascia profondi segni se non nel corpo sicuramente nella mente, e lascia una seria ipoteca sulla possibilità di uno sviluppo sano di questi bambini.
Le conseguenza di questo “disastro” sono tanto emotive quanto cognitive.
Per esempio la psicologia ci dice che tra i 4 e i 6 anni avviene la cosiddetta “regolazione delle emozioni”, infatti in questo periodo i bambini vengono incoraggiati a controllare gli scoppi di rabbia ed imparano a rispettare i loro compagni; in definitiva diventano capaci di riconoscere il valore dell’altro ed a mediare in caso di conflitto. Questo avviene perchè l’ambiente sociale e culturale inizia ad influenzarli; cosa può avvenire nel caso che l’ambiente intorno a loro è un ambiente di guerra? Chi può insegnare loro che gli scoppi di aggressività incontrollata sono pericolosi? Pare infatti che i bambini che sono vissuti in prolungate situazioni di conflitto manifestino da grandi comportamenti maggiormente aggressivi e che l’impulsività diventa un atteggiamento comune. La tendenza può essere quella a trasformare I sentimenti e le tensioni direttamente in “azioni” irriflessive, dimostrando una mancanza di capacità di trasformare le emozioni e gestirle. In sintesi tanta è la paura che si ripropongano vissuti traumatici come quelli dell’infanzia che i comportamenti sono sempre di allontanamento dal pericolo, come se nella mente si fosse creato uno schema di autoprotezione che si è congelato e si  manifesta in maniera ripetitiva ed automatizzata, quindi senza possibilità di riflessione o mediazione razionale.
Laddove l’affettività appare lesa si provoca un blocco di tipo cognitivo. La possibilità di apprendere competenze “razionali” si basa su una buona base emotiva che in questi casi può essere mancante perchè messa a rischio dalla guerra. Pare che l’esposizione al trauma renda i processi di pensiero e mnemonici “parziali” ed appunto “rigidi” e “ schematici”, diminuendo la capacità di attenzione e concentrazione. Come conseguenza la capacità di apprendere diminuisce provocando senso di depressione e fallimento in questi bambini, creando un circolo vizionso che porta ad un ulteriore aumento dello stress fornendo un ulteriore rischio per la loro salute mentale.
In via generale esistono dei fattori protettivi che possono aiutare ad elaborare positivamente i vissuti traumatici, e sono le relazioni familiari e quelle sociali più in generale. Anche qui però esiste il rischio che il vissuto traumatico stesso “alteri” la qualità di queste relazioni; pare infatti che i bambini palestinesi esposti ad elevati livelli di trauma da guerra riportino una minore qualità nelle amicizie ed una maggiore conflittualità tra fratelli. Già da quanto detto appare come le situazioni familiari stesse di questi bambini non possano più di tanto aiutarli a “reggere” il trauma che rappresenta un enorme fardello per i genitori stessi. Per esempio sembra da alcuni studi effettuati che i genitori del medio oriente vivano dei forti sensi di colpa dal momento che non si sentono nella possibilità di garantire una sicurezza di base ai loro figli; infatti il compito principale dei genitori è proprio quello di proteggere I figli dal pericolo e dalle situazioni stressanti e quindi avere bambini vittime di traumi causa impotenza e senso di fallimento. Il problema è che i bambini a loro volta sono fortemente influenzati dallo stato d’animo dei genitori e quindi anche in questo caso finisce per strutturarsi una sorta di circolo vizioso in cui i figli soffrono perchè leggono la paura negli occhi dei genitori che a loro volta individuano lo stesso sentimento nei figli e si sentono ancora più in colpa. Quanto sia importante la sintonizzazione emotiva tra genitori e figli può essere spiegato partendo dalla relazione primaria madre-bambino; il bambino già appena nato è capace di registrare lo stato d’animo della madre e le sue espressioni facciali; immaginiamo cosa può succedere quando un neonato legge lo sconforto e la paura nello sguardo materno. In questi casi i bambini reagiscono in due modi, entrambi non funzionali ad un adeguato sviluppo; da un lato possono “iper-attivarsi” diventando agitati e provocando anche delle alterazioni fisiologiche nel loro corpo, come l’aumento del battito cardiaco; dall’altro possono reagire con il ritiro dal mondo esterno, isolandosi e smettendo di cercare comunicazione con le figure di attaccamento. Questo tipo di esperienze poi si stabilizzano nella cosiddetta memoria implicita, ossia quella che non può essere rievocata coscientemente ma che lascia tracce in tutto il comportamento.
Questo non vale comunque solo per il neonato, perchè anche i bambini più grandi si aggrappano ai genitori per essere protetti, e nelle situazioni di guerra vivono nel terrore costante che possa accadere qualcosa di grave ai membri della propria famiglia; come si può crescere bene con la costante preoccupazione di perdere il proprio padre o la propria madre, quando non addirittura la propria vita?
Lo scenario che si disegna leggendo questi dati è davvero preoccupante; rappresenta un quadro in cui il bambino si trova chiuso in una spirale di paura dalle quale non gli è possibile uscire perchè le uniche vie di fuga, le relazioni familiari e sociali, sono a loro volta compromesse e “traumatizzate”. Uno scenario dove esiste solo una eterna, angosciante attesa del prossimo bombardamento, dove passa anche la voglia di sopravvivere.
E (mi scuso per il pensiero banale) nonostante ciò le guerre continuano indiscriminatamente per interessi sempre poco chiari.
La cosa più paradossale che a lanciare razzi sono proprio i genitori di questi bambini, i loro fratelli, ossia proprio coloro che dovrebbero difenderli; ma forse è proprio nell’illusione di dare loro un futuro più sicuro che lo fanno……….perchè se la situazione continua così da anni vuol dire che c’è in gioco qualche motivazione profonda radicata nell’anima. Spesso le guerre tra popoli non sono altro che tentativi di distruggere e negare l’esistenza degli “altri”, di altri che creano paura, che sono visti come una minaccia per la propria esistenza; ed è proprio questo che sta accadendo tra Israeliani e Palestinesi…..e purtroppo fino a che le due parti non decidono di accettare l’una l’esistenza dell’altra la guerra continua….indifferente ai bisogni dei più piccoli e, paradossalmente, proprio nel pensiero delirante che sia tutto per garantire loro un futuro più sicuro.

venerdì 16 novembre 2012

Piccoli bambini per grandi bugie: come reagire di fronte alle bugie dei piccoli


 Un bambino all’età di 2/3 anni è capace di dire davvero delle grandi fandonie; può incolpare di un suo misfatto il fratellino o la sorellina appena nati (e che ancora non sanno neanche camminare) o il cane (che però magari non entra mai in casa), può dire con la massima sicurezza di aver visto un coccodrillo al supermercato…..ma sono bugie innocue, trasparenti, un gioco con la fantasia. A partire dai 6 anni le cose cambiano, cambia il bambino e cambiano le sue bugie, proprio come lui diventano più furbe, e anche più intenzionali; intorno a questa età si comincia a distinguere più chiaramente il vero dal falso, ed a riconoscerli, e quindi solo a partire da qui si può parlare davvero di bugie nell’accezione che intende un adulto. La principale differenza è che ora sa di mentire mentre prima era lui stesso il primo a credere alle sue “assurdità” ed a stupirsi che gli altri non lo facevano; questo perchè la differenza tra realtà e fantasia era meno chiara, se negavano di aver fatto un danno è perchè desideravano davvero non averlo fatto, e pensavano che negandolo avrebbero potuto in qualche modo modificare il passato. Quando crescono iniziano a rendersi conto che non è più sufficiente negare ciò che è accaduto per trasformarlo; nonostante questo però possono continuare a farlo e se la cosa assume una rilevanza “massiccia” diventa un problema.
Un esempio può essere quello dell’accusare altri per ciò che lui ha fatto; come già detto fino ad una certa età è naturale, in questo modo il bambino si libera del “bambino cattivo” che c’è dentro di lui. Comunque nel tempo inizia a conoscere ed accettare anche questa parte “negativa” di sè e piano piano ad assumersi le sue piccole responsabilità, tutto questo perchè inizia a sentirsi più sicuro di sè, e ad acquisire maggiore fiducia nelle sue capacità, tra cui, appunto, quella di sopportare eventuali giuste punizioni e la capacità di ridimensionare le sue colpe, che fino ad ora poteva apparirgli enormi anche se erano bazzeccole agli occhi degli adulti.
Se questo comportamento continua (in maniera esagerata) indica che il bambino non riesce ad accettarsi, che ha paura della sua cattiveria e che non riesce a gestirla, che è troppo intransigente con se stesso; questo atteggiamento può comunque essere risultato di uno stile educativo troppo intransigente a sua volta; se per esempio il bambino viene giudicato troppo severamente la bugia si trasforma in una difesa dalla paura di deludere mamma e papa…fissandosi stabilmente nel comportamento. Inoltre può portarlo all’abitudine di dare la colpa agli altri, cosa che risulterà controproducente anche alla sua socializzazione visto che per salvare se stesso finisce per “colpire” gli altri.
In questi casi è importante non essere troppo duri e severi nel giudicare le bugie, gli vanno fatte notare senza infierire, facendogli capire che non è la fine del mondo ma anche che non è giusto incolpare altri per i propri errori. Gli si può chiedere qualche spiegazione per il suo comportamento lasciandogli però qualche “via di fuga”, magari accettando qualcuna delle sue giustificazioni. Così facendo lo si aiuta a ristrutturare la stima in se stesso che probabilmente è venuta a mancare.
Comunque anche dopo i 6/7 anni i bambini possono continuare a dire bugie per cercare di modificare la realtà tramite il cosiddetto “pensiero magico”; non si limitano a fantasticare ma trasformano i loro desideri in racconto, per esempio tendono ad esagerare qualche loro impresa o le condizioni socio-economiche della famiglia; in genere enfatizzano elementi di verità. Il motivo di questa megalomania è che il bimbo cerca di contrastare il suo essere “piccolo” usando il senso di onnipotenza. Fino a qui tutto normale, ma sulla scia della fantasticheria e dell’onnipotenza può anche emergere un forte bisogno di autoconsolazione dal sentirsi poco amati o poco apprezzati. A volte infatti questo tipo di bugie può segnalare uno stato di disagio che viene appunto trasformato in fantasia, per esempio raccontare di aver passato delle fantastiche feste in famiglia mentre magari nella realtà I genitori stanno separandosi, oppure di aver avuto un bellissimo voto a scuola quando invece è vero il contrario. In questo caso per il bambino è difficile sopportare la frustrazione ed il dolore, che spesso sono davvero troppo per lui, e così facendo prova a negarli e spera che raccontando cose belle queste potranno davvero realizzarsi.
Anche in questo caso non serve riprendere duramente il bambino, anzi è necessario comprenderlo ed aiutarlo a capire che non è possibile cambiare la realtà di punto in bianco in modo “magico” ma che serve tempo per farlo; l’attenzione va  posta non tanto sulla bugia quanto sul tentativo di accettare le sofferenze del bambino, il suo possibile senso di inferiorità o le sue paure.
Comunque al di là di queste particolari situazioni per evitare un eccesso di bugie è importante che i genitori siano esempio di sincerità.
Per esempio se chiede di cose che non può ancora sapere è sufficiente dirgli chiaramente che non sono cose che devono interessarlo piuttosto che raccontargli una falsa verità. Inoltre è importante mantenere le promesse; in caso contrario il bambino si sente ingannato, quindi è meglio essere il più chiari possibile piuttosto che trovarsi poi a non mantenere ciò che si è promesso.
Inoltre i bambini possono perdere fiducia nel genitore anche quando non mente direttamente a loro ma ad altri, magari coinvolgendoli nella bugie (per esempio farsi negare al telefono!). E’ ovvio che non si può essere sempre sinceri neanche (e soprattutto) tra adulti, però in questi casi è meglio ammettere che anche gli adulti mentono oppure che a volte alcune bugie possono essere necessarie, per esempio per non far soffrire gli altri o per non complicare i rapporti, magari non tanto “falsando” ma “ammorbidendo” la verità.
Per evitare che la bugia si stabilizzi come forma di difesa è necessario non dimostrarsi troppo intransigenti. Anzi, c’è da dire che la bugia è anche segno di autonomizzazione del bambino, per esempio a partire dai 5/6 anni iniziano i primi segreti, a volte protetti proprio da qualche bugia, che però indicano che è avvenuta una separazione e che il bambino ha strutturato la propria individualità ed il proprio mondo interno e privato.
Infine è importante evitare le confessioni a tutti i costi, sono dolorose per i bambini e li fanno sentire esposti ed indifesi; se la bugia non viene ammessa in nessun modo meglio non insistere troppo, se i motivi per cui non deve dirle gli sono chiari il bambino non esagererà più.
Comunque bisogna ricordare che  tutti i bambini mentono, è inutile farne un dramma anzi ci sarebbe da preoccuparsi del contrario; per dire una bugia, infatti, è necessario riuscire a comprendere come l’altra persona pensa, quali cose si aspetta, quali sono le sue opinioni, altrimenti si verrebbe scoperti facilmente; in questo senso la capacità di mentire in maniera più “sottile” ci fa capire che il bambino è ora capace di comprendere gli altri e di mettersi nei loro panni, consapevolezza fondamentale per costruire le sue future relazioni.