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lunedì 2 settembre 2013

Finite le vacanze...come combattere "lo stress da rientro"

 Eccoci a settembre, e per molti questo significa “fine delle ferie” e, ancora peggio, rientro al lavoro passando per il “trauma da lunedì”. Alcune persone riescono a superare il rientro abbastanza agevolmente, altre meno, e questo per motivi caratteriali; in ogni caso tutti al ritorno fanno fatica a ripartire, a riadattarsi ai vecchi ritmi, e ci si sente stanchi e deconcentrati.
Quando le difficoltà sono maggiori si può parlare di “stress da rientro”, i cui sintomi più comuni sono: mal di testa, stordimento, irritabilità, sonno disturbato, calo dell’attenzione, debolezza, malinconia, apatia e, nel peggiore dei casi, depressione, generati da una condizione psicologica negativa per aver vissuto una lunga vacanza spensierata, senza regole e costantemente rivista in veste nostalgica. Secondo i dati Istat un italiano su dieci trova difficoltà a riadattarsi nel solito tran tran quotidiano, questa difficoltà, nei casi più gravi, dura anche mesi.
Ritornare alle “vecchie abitudini” significa ad ogni modo andare incontro ad un cambiamento rispetto ai ritmi fisiologici e psicologici a cui ci siamo abituati durante le vacanze. Laddove il cambiamento richiesto è troppo repentino, il nostro corpo “legge” tali richieste come un segnale di emergenza attivando dal punto di vista fisiologico delle risposte innate utili a fronteggiare la situazione. Infatti i sintomi sopra elencati non sono altro che una risposta del nostro corpo conseguente ad un cambiamento repentino cui il nostro fisico e la nostra mente debbono adattarsi.
Ovviamente questo stato di disagio è fisiologico perché è normale che il nostro corpo e la nostra mente abbiano bisogno di un po’ di tempo per abituarsi a nuovi ritmi (è per questo motivo che a volte anche i primi giorni di ferie possono risultare stressanti) ed in genere bastano un paio di settimane per riabituarsi.
Ma come è possibile “auto-aiutarci” a superare lo stress da rientro? A volte è sufficiente prendere alcuni piccoli accorgimenti, qui ne elenchiamo 7:

1) sarebbe meglio anticipare il rientro di qualche giorno prima di ripartire con il lavoro, in modo da rientrare gradualmente nella routine quotidiana ed avere il tempo per sbrogliare le eventuali incombenze che si sono accumulate nel periodo delle ferie (potreste trovare bollette che vi attendono). Inoltre, siccome a volte le vacanze vengono svolte a ritmi abbastanza sostenuti, si può approfittare di questi giorni “cuscinetto” per dedicarsi solamente al riposo. Se questo non è stato possibile potete provare a supplire con l’immaginazione, iniziando a prepararvi mentalmente al rientro qualche un paio di giorni prima (non di più per non rovinarvi gli ultimi giorni) della fine delle vacanze.

2) altra cosa che si può fare negli ultimi giorni di ferie è fare un elenco di situazioni legate al rientro che vi creano ansia, prendete carta e penna e provate a fare un piccolo elenco. Definite con precisione, meglio che potete, quale è il problema per voi in quella situazione; poi pensate a quel problema, quali potrebbero essere le possibili soluzioni e in che modo si potrebbero mettere in pratica, poi passate all’azione e verificate dopo qualche tempo se avete raggiunto il vostro obiettivo. Se non ha funzionato non scoraggiatevi e provate a pensare ad un’altra soluzione, prima o poi arriverà quella giusta.

3) continuate a dedicarvi ad attività divertenti e rilassanti; non è bene cambiare in maniera repentina le proprie abitudini, quando tornate a casa continuatele, magari in tono minore, per rientrare gradualmente nel ritmo lavorativo o scolastico.

4) nella stessa ottica continuate a mantenere alcune abitudini rilassanti all’interno della famiglia, con il partner o con gli amici….non rimettete subito il muso lungo da lunedì.

5) foto e ricordi sempre in compagnia; guardare le foto delle vacanze con la famiglia o con gli amici può essre un’attività estremamente divertente, che permette di portare il clima di festa anche nei primi giorni di rientro. Non fatelo da soli, perché così scatterebbe una nostalgia che potreste non arginare e potreste trovarvi pieni di rimpianti come i protagonisti di una nota compagnia di crociere di qualche anno fa.

6) se al rientro vi ritrovate sommersi dal lavoro provate, quando e de è possibile, a delegare gli impegni ad altri. La nostra mente ha bisogno di sintonizzarsi con calma su nuovi ritmi; l’importante è che lasciate andare le manie di controllo che non vi fanno fidare dei collaboratori.

7) non è possibile fare tutto e subito, soprattutto con lo stress da rientro; questo significa che se si è accumulato molto lavoro piuttosto che impazzire per sbrogliarlo tutto ( e male ) in 2 giorni è sicuramente meglio stabilire delle priorità, dare precedenza a ciò che è più importante, così ci impiegherete qualche giorno in più ma è anche garantita una maggiore lucidità ( e se proprio non ci riuscite andate al punto 6)

Questi sono solo alcuni consigli che però possono aiutare ad affrontare meglio il rientro, provare per credere e, se avete qualche altro consiglio…..fateci sapere!

domenica 23 dicembre 2012

Tempo di regali: sul valore psicologico del dono e del "donarsi"


Quello del regalo è uno dei gesti più antichi della tradizione dell’uomo ed è carico di significato; è un’usanza che esiste da sempre e, qualunque sia l’occasione per la quale vi si ricorre, è molto più che una prassi tradizionale o l’adempimento a un dovere legato a una circostanza particolare. Regalare qualcosa a qualcuno è un gesto relazionale che mostra un certo impatto emotivo: con l’azione del dono inviamo un messaggio a colui che lo riceve e sveliamo una parte di noi stessi che si manifesta nella scelta di quel determinato regalo per quella specifica persona; in questo risiede anche il valore più strettamente psicologico del “donarsi”, ossia lasciarsi andare all’altro, mostrare sé stessi, tanto una propria idea quanto un’emozione.
Il regalo, in questo senso originale ed autentico, diviene quindi un atto creativo, costruttivo ed intimo.
Nell’attuale società occidentale, purtroppo, il dono ha perso questo valore originario assumendo un aspetto più superficiale e consumistico. Per esempio spesso si sceglie un regalo non in base al significato dell’avvenimento da festeggiare ma in base alla moda e alla pubblicità del momento. La folle corsa nei negozi, la ricerca smodata e spesso obbligata di chissà quale oggetto, l’acquisto di un regalo tanto per farlo ma senza individuarne un senso per sé o per l’altro sono comportamenti che tolgono valore al gesto originario.
Questa confusione sul senso del gesto deriva però anche da una confusione di termini; si può differenziare infatti il significato della parola “regalo” da quello del termine “dono”.
La parola Regalare ad esempio deriva da “regalia” che erano i diritti spettanti al re di cui egli poteva fare concessione ai suoi sottoposti per ricompensa di altri servigi. Insomma la parola regalo sembra riportarci ad un significato molto sociale dello scambio dove cioè c’è qualcuno che fa qualche cosa in cambio di altri interessi o per farsi vedere, per mettersi in mostra. Lo vediamo e lo sappiamo che molti regali sono fatti con un preciso significato, una attesa di scambio.
Noi usiamo, però, anche un’altra parola come sinonimo di questa, soprattutto a Natale, ed è la parola dono. L’origine di questa parola è completamente diversa essa infatti deriva proprio dal verbo dare, ed indica “ciò che si da senza attesa di ricompensa”. Il dono implica insomma la gratuità del dare, ed il piacere di dimostrare, con il dono, l’affetto ed il significato che quella persona o quella relazione ha per noi.
In un significato più profondo il dono ci mette “di fronte” alla persona a cui viene fatto e ci fa confrontare con lei; quando il dono diventa “dono di sé”, magari in una relazione amorosa o di amicizia, permette di capire quanto riusciamo ad impegnarci in quel rapporto, quanto riusciamo a dare e quanto a “prendere”….oppure quanto ci “tratteniamo. In base a questa lettura donare è anche un rischio, rappresent6a un modo di mettersi in discussione, ci costringe a confrontarci con la risposta dell’altro che sia essa positiva o negativa (per esempio chiedere alla persona che ci piace di iniziare un rapporto d’amore, e quindi “fargli dono” del nostro sentimento, comprende in sé il rischio di venire rifiutati). Il dono allora è caratterizzato da una natura ambivalente.
Nel risalire alle origini del motivo dell'ambivalenza del dono è significativo analizzare il termine; dôron-dôlos, dono-inganno, come il duplice significato della parola gift: dono da una parte e veleno dall'altra. 
L'originalità di questo tema rinvia per esempio alla tradizione greca. Da Omero ad Esiodo, da Eschilo a Platone dono è essenzialmente inganno. Ciò concerne non uno specifico dono, ma ogni dono; secondo il mito di Pandora ricca di ogni dono«) il famoso Vaso di Pandora è un dono agli uomini da parte degli Dei ma contiene anche tutti i mali che si diffondono per il mondo intero. Ma non bisogna dimenticare che al suo interno c’è anche la Speranza; il dono quindi porta anche il male (il rischio della sofferenza di donarsi agli altri) ma nello stesso tempo rappresenta la possibilità di proteggersene.
In altri termini “donarsi” senza avarizia agli altri può far male ma nello stesso tempo può rappresentare anche la massima felicità (basti tornare all’esempio di cui sopra nel caso che la persona che ci attrae accetta di stabilire un rapporto con noi).
Oggi rischiare in questo modo le proprie emozioni tende a fare paura. La tendenza al controllo che ci assale sempre più spesso impedisce di entrare in rapporto profondo con gli  altri ma anche con lo scorrere della vita in generale; tendiamo quindi a trattenere quello che proviamo oppure a metterlo in gioco solo quando ci sentiamo abbastanza sicuri, quando abbiamo il controllo sugli eventi, secondo una modalità dai forti tratti ossessivi; in questo senso il cosiddetto “regalo di consumo”, quello legato al concetto di “regalia” non è altro che una difesa dal donarsi autentico, una difesa dettata dalla paura dell’altro.
Ma perché si evita di donarsi, ossia si evita il dono autentico, spontaneo, libero? Forse perché così facendo non solo non si rischia se stessi, ma anche, e soprattutto, così facendo si tengono lontano gli altri dalla propria vita, impedendogli di portare scompiglio con la loro novità. Il dono infatti è cambiamento, è sviluppo, è creazione di una situazione diversa; soprattutto è incontro e relazione.
Il dono quindi va anche accettato e questo comporta una specie di “scelta di vita”, come dice Risè un “essere per il dono”, essere capaci di esprimersi liberamente per quello che si è, di rischiare i propri sentimenti e, tra l’altro, sentirsi di poter rifiutare quelli altrui; questo tipo di comportamento comporta un “avvicinamentoagli altri e se tutto va bene sarà amicizia o amore; altrimenti, forse, conflitto e sofferenza. Ma solo rischiando la disperazione si può ottenere la felicità.
In conclusione nell’esperienza del dono, e del donarsi, si esprime una parte decisiva della vita umana, che è quella che riguarda gli affetti e la ricerca del senso della vita, una ricerca che va oltre gli angusti confini del nostro Ego per avventurarsi nel mondo sconosciuto della relazione autentica con il mondo.




domenica 9 dicembre 2012

L'Albero di Natale come simbolo di crescita personale


E così si avvicina un nuovo Natale, una festa che per ognuno di noi costituisce un momento importante per la sua atmosfera speciale e per gli aspetti affettivi ed emotivi che vi sono associati.
Due sono gli ambiti di vita ai quali questi aspetti si intrecciano, uno è quello sociale e l’altro quello individuale.
Al primo appartiene la “celebrazione” di questa festività, che coinvolge le famiglie nella loro interezza, le cene ed i pranzi, le grandi abbuffate, come anche la celebrazione fra amici (merito anche delle ferie) alle partite a carte o tombola o altri giochi da fare in compagnia. A questo primo ambito appartiene però anche la forte connotazione “commerciale” del Natale, quella fatta di panettoni, settimane bianche, luci splendenti e regali più o meno costosi ed a questo livello si inseriscono anche quelli che sono gli elementi “nevrotici” di questo periodo. In effetti è proprio “dentro” questo aspetto del Natale che troviamo lo “stress da regalo” ma anche la sofferenza psicologica; come sempre i dati confermano che in questo periodo aumentano ansia e depressione e che queste a volte sono legate all’”obbligo” di vivere bene e felicemente queste festività anche se ciò non corrisponde allo stato d’animo; e da qui ecco che si ripropongono conflitti familiari che non possono essere espressi (pena sensi di colpa verso gli altri componenti della famiglia), ecco che ci si sente inferiori perché non si hanno abbastanza soldi per i regali o per i festeggiamenti e così via….
Quello che si può pensare è che queste difficoltà appartengano comunque alla vita quotidiana e non possono essere eliminate come il “buonismo” natalizio vorrebbe; ma allora, visto che le nevrosi “festive” sono a loro modo “naturali” dove risiede l’errore? Perché ci si sta male il doppio?
Forse perché i due ambiti di cui sopra sono troppo divisi fra di loro, perché non bisogna dimenticare che esiste anche l’aspetto “individuale” del Natale, quello che simboleggia la rinascita di una luce dentro di sé (rappresentata in particolare dal Presepe), il motivo del nome stesso di questa festa, “Dies natalis Solis Invictus” ossia il giorno della nascita del sole vittorioso, la rinascita della luce nuova, appunto; e nel nostro caso una luce che appartiene a se stessi soltanto.
Natale quindi non è solo una festa da passare insieme ma anche un momento che rappresenta un cambiamento “dentro” l’individuo stesso e da vivere solo per se stessi.
Per esempio Jung ci dice che l’Albero di Natale è simbolo del “Processo di Individuazione”, un processo di crescita personale che riguarda il proprio sé, e non il clima esterno, le relazioni affettive o le dinamiche sociali.
Riguardo all’Albero di Natale diceva Santa Teresa d’Avila: “…l’albero della vita mi è rifugio, nel pericolo esso mi protegge…l’albero è la scala di Giacobbe in cui gli angeli salgono e scendono, e alla sommità della quale risiede il Signore..” oppure ancora il Beato Filippo Luigi Casati: “…l’albero della nascita divina si eleva verso il centro del cielo e della terra…..fissato dai chiodi invisibili dello spirito per non vacillare nel suo avvicinamento al Divino.
Quindi l’Albero di Natale è simbolo di un percorso individuale che riguarda essenzialmente se stessi e che non dipende dalle relazioni con gli altri perché basta a se stesso, perché rappresenta una rinascita personale ed indipendente che si eleva sopra la solitudine interiore ed alza lo sguardo a cercare il proprio sole nuovo (oppure la stella cometa).
Ecco cosa dice Jung in proposito in una intervista del ’57:
“…l’albero decorato ed illuminato, si ritrova anche indipendentemente dalla natività di Cristo e anzi in contesti non cristiami. Per esempio nell’alchimia…….il significato dei globi lucenti che appendiamo all’albero di Natale non sono altro che i corpi celesti, il sole, la luna, le stelle; l’albero di Natale è l’albero Cosmico. Ma, come mostra chiaramente il simbolismo alchemico, è anche un simbolo della trasformazione, un simbolo del processo di autorealizzazione. Secondo talune fonti… l’adepto si arrampica sull’albero: un motivo sciamanico antichissimo. Lo sciamano, in stato estatico, sale sull’albero magico per raggiungere il mondo superiore, dove troverà il suo vero essere. Arrampicandosi sull’albero magico, che è al tempo stesso l’albero della conoscenza, egli si impossessa della propria personalità spirituale. Allo sguardo dello psicologo, il simbolismo sciamanico ed alchemico è la rappresentazione in forma proiettiva del processo di individuazione. Come questo poggi su base archetipica è dimostrato dal fatto che i pazienti del tutto privi di  nozioni di mitologia e di folklore producono spontaneamente immagini incredibilmente simili al simbolismo dell’albero storicamente attestato.”
E conclude dicendo che “l’albero di Natale è una di quelle antiche usanze che nutrono l’anima, che nutrono l’uomo interiore.”
Quindi è importante capire che il Natale oltre a rappresentare l’amore che circola in funzione della buona relazione con gli altri simbolizza anche il momento della buona relazione con se stessi. Capendo questo si diventa più forti di fronte all’irruzione di ansia e tristezza natalizie che entrano meno in contrasto con le aspettative di gioia che il Natale produce.
In sintesi, si può essere “anche” in compagnia di se stessi senza sentirsi troppo soli ed i problemi di cui si parlava sopra possono essere affrontati con maggiore forza. Allora l’albero diventa la “scala” per raggiungere un nuovo livello di consapevolezza, un nuovo senso che sia innanzitutto un nuovo “senso di sé” e così, con nuove energie, possiamo davvero donare qualcosa agli altri e vivere con loro la gioia del Natale.

domenica 19 febbraio 2012

Carnevale tempo di Caos: la maschera e la sua funzione psicologica

In questi giorni siamo in pieno periodo carnevalesco; il carnevale ha la funzione, nella nostra cultura, di liberarci almeno per alcuni giorni delle regole della vita quotidiana e di sperimentare una parte di sé più libera e giocosa. Ad esso si accompagna la maschera, che invece ha il compito di dare una forma specifica a questa parte di sé, di rappresentarla. Pur essendo dei festeggiamenti che hanno un valore prettamente sociale, la loro antichità ci dice anche che essi simbolizzano anche dei processi psichici profondi legati alle fasi di cambiamento della nostra personalità.
Il carnevale è sempre stato l’unico periodo durante il quale era possibile sovvertire l’ordine prestabilito e rovesciare le certezze di tutto un anno; e lo è stato sempre da tempi antichissimi.
Sembra che questo tipo di festeggiamenti esistesse già ai tempi delle popolazioni mesopotamiche ed egizie; un periodo in cui i padroni diventavano servi (come poi sarà anche al tempo dei romani) oppure le persone indossavano maschere (già nell’antico Egitto).
La maschera ed il carnevale sembrano essere elementi indissolubili a partire dagli albori della civiltà; e c’è un motivo anche per questo, un motivo squisitamente simbolico che li lega e che, essendo lì da tempi immemorabili, ci dice qualcosa di quello che si muove nell’anima più antica degli uomini.
Un breve accenno al significato del carnevale: i festeggiamenti improntati al sovvertimento dell’ordine costituito e delle regole sociali vanno a rappresentare, a livello culturale, il caos da cui è nata la civiltà, nel suo percorso dal disordine all’ordine. Questo particolare motivo lo si può ritrovare in tutte le civiltà, in tutte le cosmogonie c’è una qualche divinità che crea l’universo dal caos primordiale; ecco quindi che il carnevale non fa altro che riproporre questo motivo originario nelle diverse culture e nei diversi tempi. Ora, questo principio è valido anche a livello psicologico; la nostra personalità si “forma” partendo dall’informe, dal caos. In questo senso il carnevale è un po’ una rappresentazione della nostra origine, l’assenza di forma, di regole e di contenimento di alcun tipo.
Ma dopo il carnevale tutte le regole tornano, la normalità e la civiltà riprendono piede; e questo avviene anche dentro di noi, sempre ad un momento di confusione segue il ritorno dell’ordine, di un nuovo ordine che nasce dalla trasformazione di quello vecchio che è causata dal momentaneo caos; insomma, la personalità si rimette in discussione e cambia, si modifica.
Ed è qui che entra in ballo il concetto ed il significato della “maschera”; Jung prende a prestito dal latino il termine Persona (che appunto significa maschera, in genere la maschera dell’attore) per descrivere quella parte della nostra personalità che si fa carico di rappresentarci al mondo esterno. La Persona, la nostra maschera, è l’attitudine a mostrarci a seconda del contesto in cui ci troviamo; è quella “funzione psichica” che ci “trasforma” per esempio in campioni di romanticismo quando siamo col partner per poi “trasformarci” in persone serie ed autorevoli al lavoro. È grazie alla funzione “persona” che sappiamo mostrare al mondo diverse parti di noi, e di adeguarle alla situazione; in qualche modo tramite questo aspetto psichico potremmo riuscire a vivere completamente tutto ciò che abbiamo dentro ed a farlo senza prevaricare gli altri.
Ma come si lega tutto questo al caos carnevalesco?
Dunque, si può aggiungere che la nostra crescita parte da un disordine iniziale e che per crescere abbiamo tutti bisogno di decidere quello che vogliamo essere, spesso lo facciamo per adeguarci alle situazioni esterne, mettendo una maschera appunto, e questo ci permette di resistere agli urti della vita; questa funzione ci rende cioè più “duri” e “compatti”. Per fare un esempio un bambino piccolo non sa ancora bene chi è (una specie di piccolo caos), lo scoprirà nel tempo e quando crescerà potrà dire “io sono così e così…”, nel frattempo inizia a definirsi in base allo sguardo dei suoi genitori, in base alle loro aspettative; potremmo dire in base alle maschere che il padre o la madre gli fanno indossare quando ancora lui non ne ha una propria.
Questo vuol dire che la funzione psicologica che Jung chiama Persona è una maschera che ha, tra gli altri, lo scopo di far emergere dall’indifferenziato, nel tempo, quello che noi siamo veramente e di rappresentarlo; ed è così che si potrebbe spiegare il legame di maschera e carnevale nella coscienza collettiva: se il carnevale è il caos, la maschera rappresenta quel minimo di struttura che ci impedisce di sprofondarci dentro.
Ogni volta che esiste un disagio psicologico la personalità crolla di nuovo nel caos, nell’assenza di regole. Questa è una crisi che serve per mettere in discussione un vecchio adattamento alla vita quando non serve più e si rivela obsoleto, che ormai non ci rappresenta più; dalla crisi la struttura psichica rinasce dalle proprie ceneri come trasformata; come dire che nulla è cambiato ma contemporaneamente ogni cosa ha cambiato forma, ha cambiato cioè la maschera tramite la quale si manifesta e dalla quale è meglio rappresentata.
Il ritorno al caos non è qualcosa da biasimare, anzi è fondamentale per diventare persone nuove e più mature, per cambiare il modo in cui vediamo noi stessi ed in cui ci vedono gli altri.
La maschera però, oltre ad avere lo scopo di far emergere la nostra individualità ha anche una funzione difensiva.
Di solito in questi momenti di messa in discussione abbiamo più bisogno che mai di una maschera provvisoria che ci dia l’idea che non ci siamo “sfasciati” del tutto; abbiamo necessità di qualcosa che leghi la nostra personalità affinchè non rischi realmente di sprofondare in un caos da cui potrebbe non uscire; e questo è un altro significato della maschera. Spesso questa maschera provvisoria e difensiva è rigida, spesso essa stessa ha la forma della nevrosi, ma nonostante ciò è l’unica cosa che fa sentire di essere ancora una entità coesa.
Nel momento in cui si esce dallo stato di caos però la maschera cambia, diventa più flessibile, quasi camaleontica, e si presenta come uno degli elementi psichici che più di altri può aiutarci ad entrare in rapporto con il mondo (tanto interno a sè quanto esterno) senza che questo contatto crei problemi eccessivi; rappresenta quindi un fattore di adattamento sano.
Così, come la maschera ci accompagna dal caos di carnevale all’ordine, nello stesso modo, nel suo corrispettivo psicologico, ci accompagna dal caos della nevrosi all’ordine di una personalità armoniosa ed  equilibrata e ci aiuta a esprimere la parte più vera e profonda di noi.

martedì 14 febbraio 2012

San Valentino tra significato e psicologia

 Oggi è San Valentino, festa degli innamorati, festa delle “unioni” legate dall’amore; ma da dove deriva questa festività e cosa potrebbe comunicarci, quale potrebbe essere il suo “senso”?
San Valentino è il patrono di queste unioni, e questa tradizione pare legata al fatto che tra le opere che ha compiuto in vita alcune fossero legate alla capacità di riconciliare gli innamorati ( per citarne uno pare che alla vista di due fidanzati che litigavano decise di interromperli e fargli volare intorno coppie di piccioni che manifestavano atteggiamenti amorosi, riuscendo a riconciliarli).
Oltre a questo però non bisogna dimenticare, a livello storico, il fatto che la religione cristiana tendeva a sovrapporre nuove feste a quelle pagane più antiche, e per fare ciò queste ultime venivano trasformate e spesso edulcorate; infatti la festività cristiana di San Valentino corrisponde ai Lupercalia dei romani; festività che erano legate ai riti per la fertilità.
I primi cristiani quindi sostituirono il rito della fertilità con quello dei sentimenti, spostando l’accento dall’aspetto fisico a quello sentimentale del legame di coppia; cosa sicuramente più in linea con il pensiero cristiano.
Ma cosa erano i Lupercalia? Queste feste avevano un doppio significato per i romani;
  • da un lato rappresentavano dei riti “beneaugurali”, proprio nel periodo di febbraio infatti c’era maggio rischio che, essendo alla fine dell’inverno, i lupi (lupercalia dal latino Lupus) ormai stremati dalla fame, uscissero dai boschi per aggredire le greggi e uccidere il bestiame;
  • dall’altro lato (e qui entra in ballo il rito della fertilità) essendo essendo appunto la fine dell’inverno, si cercava di propiziarsi il ritorno della primavera, quindi la rinascita; pare che si colpissero le donne che desideravano restare incinte con delle strisce di pelle di ariete, simbolo di fertilità, a simboleggiare l’intervento della potenza della natura che tramite la sferzata sulla pelle della donna poteva renderla fertile; queste “frustate” simboliche venivano inflitte da uomini che correvano per le città vestiti appunto con pelle di caprone.
Fino a qui la derivazione della festa; due principali significati quindi, protezione e fertilità, che possono essere uniti per darne il senso, che è quello che ancora oggi troviamo nella festività degli innamorati.
L’aspetto della fertilità è quello che può essere individuato per primo; al di là della feritilità sessuale, un rapporto di coppia è sempre, da un punto di vista sentimentale, “fertile”, nel senso capace di rinnovarsi, di ri-generarsi e trasformarsi, di morire in un modo per rinascere con uno sguardo differente e nuovo. Ma un senso “nuovo” è anche fragile, debole ed indifeso; da qui il senso della “protezione”, difesa da quegli affetti che possono “smembrare”, separare la coppia ed il sentimento che li unisce. Non per niente l’etimologia del temine Lupo deriva da “smembrare” “dilaniare”; in questo senso proteggere le pecore (animali da branco, uniti per eccellenza) dal lupo significa proteggere una unione nel suo nascere o nel suo rinnovarsi dalle tendenze distruttive della psiche che albergano in ognuno di noi.
Ma si può ancora andare avanti su questa ipotesi; simbologicamente la pecora, anche nei sogni, va a rappresentare la tendenza a restare inconsci, a rimanere legati al gruppo ed ai suoi luoghi comuni; l’animale da branco non indica altro che la nostra tendenza (o la paura?) ad emergere dal gruppo ed affrontare le insicurezze. Nel nostro contesto però la protezione del gruppo, delle tendenze della società, è funzionale e positiva; un rapporto d’amore che nasce o si trasforma ha innanzitutto necessità di essere protetto; ha la necessità di restare ancora un pò inconscio, nella penombra; e forse è questo il motivo per cui San Valentino è anche una festa di luoghi comuni; per esempio può diventare una maschera dietro alla quale si cela un rapporto di coppia che non va più ma che, se vogliamo rinnovare, deve essere sopportato nell’attesa del momento migliore per fargli prendere una strada diversa; in questo caso la “maschera”, la “consuetudine” fa prendere tempo per non distruggere le cose troppo presto. Viceversa può essere che la coppia sia nuova, che ancora non ha affrontato le divergenze; allora la consuetudine diventa un modo per non “fasciarsi la testa prima di sbatterla”, un modo per dimenticare la razionalità e muoversi sulle ali del sentimento. Non per niente una ulteriore origine del termine Lupo è quella di “luce”, la luce del pensiero razionale che a volte va messa da parte per non mettere a rischio un sentimento che nasce.
Allora San Valentino è proprio questo; una occasione per riscoprire i sentimenti che legano le persone, un momento durante il quale poter, fosse anche per un giorno, dimenticare pensieri e preoccupazioni che negli altri giorni minano la serenità dei rapporti per riscoprire sentimenti più profondi e, perchè no, più ingenui ma non per questo meno veri.
Buon San Valentino a tutti.

domenica 25 dicembre 2011

Il Presepe e la rinascita della luce interiore

Guardando un po’ più approfonditamente il presepe che tutti abbiamo in casa in questi giorni viene da notare che non sono presenti solamente elementi radiosi e positivi; c’è la notte, quella del solstizio d’inverno, la più lunga dell’anno, il freddo, personaggi poco raccomandabili come ubriaconi ed osti, altri un po’ ottusi come i pastori addormentati fino ai mercanti avidi; eppure tutto questo non è in realtà una nota stonata.
Il presepe infatti è la celebrazione della rinascita della luce nuova che in tutte le tradizioni religiose del mondo è ostacolata da ciò che è vecchio e stabilizzato; facendo un parallelo con la nostra psiche si potrebbe dire che ciò che di nuovo abbiamo in mente, progetti, cambiamenti di vita o modifiche nello sguardo verso il mondo sono all’inizio molto fragili; spesso i vecchi adattamenti della personalità non vogliono lasciargli il posto, altre volte la luce nuova rischia di illuminare parti di noi che non vorremmo vedere e che desiderano restare al buio. Tutto questo buio che osteggia la luce lo possiamo vedere rappresentato nel presepe; addirittura in alcune tradizioni vengono aggiunti diavoli o insetti insieme agli altri personaggi classici; anche l’oste già citato è un simbolo del demoniaco tentatore, in Austria si mette lo spazzacamino, immagine di colui che invade l’intimità con la sua nerezza.
Passando all’opposto di ciò che siamo soliti vedere nel presepe si potrebbe affermare che tutte le forze più oscure ed inconsce si siano date appuntamento per frenare la nascita del bambino Gesù, colui che riporterà la luce nel mondo.
Il bambino che rinasce ogni anno rappresenta l’archetipo dell’eterno ritorno, che concentra le energie psichiche necessarie per la trasformazione; e questa nascita avviene sullo sfondo buio della notte più lunga dell’anno, nel suo momento più profondo, la mezzanotte e nel luogo più scuro, la grotta.
La nascita nella grotta evoca il viaggio negli inferi proprio di diverse culture, probabilmente di tutte, e simbolizza la discesa nelle profondità inconsce della propria psiche interiore.
Il buio delle profondità della mente è abitato da energie forti, a volte regressive, capaci di osteggiare il cambiamento cosciente fino a dimostrarsi distruttive. È l’eterna lotta fra l’inconscio e la coscienza che porta luce ed illumina le parti più nascoste di noi, quegli aspetti che sotto sotto vorremmo tenere segreti anche a noi stessi; sono quelle forze, pur sempre nostre, che paradossalmente effettuano resistenza ai cambiamenti in meglio, inclini a differire scelte ormai mature ma impegnative da sostenere; sono quelle parti che vogliono a tutti i costi mantenere lo “status quo”.
Mentre in una parte oscura e profonda della psiche si preparano cambiamenti radicali e salti di coscienza, altre parti dell’individuo indugiano nel compiacimento di qualità già acquisite e rassicuranti; è questo che rappresentano le miniature delle osterie, l’oste o gli ubriachi, figure che spesso compaiono nei presepi; ancora di più l’obnubilamento della mente si palesa nelle figure di pastori addormentati, quelli che non sentono la chiamata interiore al cambiamento.
Spesso le nostre abitudini affermate e date per scontate sono quelle che noi abbracciamo nella società, accettate da tutti e per questo rassicuranti al massimo livello; e nel momento in cui viene l’ora della “nascita”, l’ora di esprimere la propria individualità più originale, sorge la paura che quella cultura che ci ha sempre sostenuto possa essere contraria al nostro nuovo stile di vita e di conseguenza escluderci e toglierci il sostegno; questo per esempio è il motivo per cui si trovano tante pecore nelle rappresentazioni del presepe. La pecora ci dice la Von Franz, rappresenta l’uomo-massa, indicano quelle parti della personalità che necessitano di essere orientate e guidate da una funzione psichica che gli faccia da guida; i pastori appunto.
Nonostante ciò sono proprio gli animali del presepe a fungere da mediatori tra il nuovo che nasce e l’oscurità che vuole impedirlo; se il Bambino è la luce della coscienza che illumina, la luce della conoscenza di noi stessi, e se i vari personaggi negativi sono quelle forze che vogliono lasciarci così come stiamo pur di non soffrire uno sforzo, allora gli animali, quelli domestici, rappresentano una via di mezzo tra i due, rappresentano si gli istinti inconsci ma sono addomesticati, quindi simbolizzano gli impulsi di cui siamo coscienti e che permettono di avvicinarsi a quelli più selvatici al fine di gestirli meglio e di salvaguardare la vita del nuovo che nasce. Non per niente il bue e l’asino sono tra le figure che più di altre partecipano alla nascita e che con il loro fiato impediscono che il Bambino Divino muoia di freddo.
E così salvano il desiderio nascosto in ognuno di noi di esplorare nuovi mondi, di fare progetti, nuove esperienze, di sviluppare nuove attitudini, senza neanche preoccuparci troppo di ciò che ne pensa la cultura imperante.
Questo Bambino appena nato e così fragile ci fa capire quanto i nuclei della personalità cosciente appena affiorati, le nuove consapevolezze di sé o del mondo, siano precari e vadano difesi con forza e realizzati nonostante la loro fragilità; allude all’ingenuità di buoni propositi non ancora attuati, alla precarietà di neonati sogni di gloria che attendono la prova dei fatti.
Jung chiamava questo archetipo “Puer Eternus”, bambino eterno, tanto fragile ma con tanta forza dentro di sé da poter cambiare il mondo, amante del nuovo, giocoso, esuberante e dinamico, idealista e visionario, creativo e trasformativo; possiede tutte le caratteristiche essenziali per intraprendere un’esperienza nuova, per affrontare una rivoluzione personale, per realizzare un’innovazione nella propria esistenza.
Così nel presepe tutte le figure sembrano esistere in sua funzione ed ognuna personifica atteggiamenti e funzioni essenziali per riformulare la propria soggettività ogni volta che un’esperienza di vita ha fatto il proprio tempo e chiuso il proprio ciclo.
Così Maria si fa interprete di un aspetto femminile mentale più che fisico, legato alla perseveranza ed all’intuizione di portare avanti un progetto più grande di lei; senza la sua forza nulla potrebbe nascere; nulla può svilupparsi in un’ottica di vita deputata all’esclusivo momento presente ed alla leggerezza delle scelte.
Così Giuseppe è una figura capace di mettersi da parte, una istanza psicologica di stampo maschile e paterno che piuttosto che affermare il suo potere si scosta per dar spazio alla nascita del bambino; questo fa comprendere come non ci si può rinnovare senza essere capaci di mettere da parte quello che abbiamo di certo e di sicuro, tra questo le regole del vivere sociale.
Così gli animali domestici, portatori dell’aspetto “carnale” ed istintivo ma non selvaggio della vita; come a dire che se non si seguono gli impulsi nulla può rinnovarsi davvero, perché qualunque progetto di cambiamento resti solo nella testa e non si bagni alla fonte delle emozioni e della passione come della sofferenza non può riuscire ad essere tanto testardo da realizzarsi.
L’aspetto più grande di tutta la rappresentazione della Natività si trova però nella sua capacità di mutare forma nel passare dei secoli; questo è testimoniato dal fatto che nessun presepe è uguale all’altro, che cambia a seconda dei luoghi e delle tradizioni. Porta cioè un messaggio che pur essendo vecchio quanto l’uomo resta sempre attuale e capace di rinascere in luoghi e culture differenti; questo per capire che se l’esperienza del nuovo che nasce dentro di noi appartiene a tutti, si rivela davvero “novità” solo nel momento in cui lo facciamo davvero nostro e gli diamo la forma del nostro lavoro per esso.

venerdì 23 dicembre 2011

Stress Natalizio

Il Natale, la festa più sentita, amata e attesa dell’anno, si è da tempo trasformata in qualcosa di molto diverso rispetto a quel periodo davvero magico di quando eravamo bambini. È tutto uno stress; tra regali da comprare, auguri da inviare, parenti da andare a trovare e cenoni da organizzare, più che una festa sembra un lavoro, un impegno a tempo pieno che comincia ad occupare gran parte delle nostre energie fisiche e mentali fin da novembre, con l’apparire in Tv dei primi spot di panettoni e pandori. Ci si trova ad avere anche a che fare con abitudini che magari non abbiamo mai sentito veramente nostre, che avremmo cercato di sfuggire per poi magari sentirci in colpa….e aumentare lo stress.
Stress da regalo
A fronte delle svariate tradizioni sopra elencate la conseguenza naturale è la frenesia da acquisto che si sviluppa proprio in questi giorni, l’acquisto del cibo per pranzi e cenoni ma, soprattutto, per l’acquisto dei regali. I regali di Natale più che momento gioioso e di condivisione per la maggior parte degli italiani sembrano essere una vera e propria fonte di stress, tra corse dell’ultimo minuto, indecisione su cosa acquistare e su quanto spendere. Sembra che siamo capaci di percorrere 15 km al giorno tra passeggiate e spostamenti con i mezzi pubblici e di dedicare circa 7 ore allo shopping natalizio ed alla ricerca del regalo ideale. Sembra strano ma è così; il Natale non è solo gioia e voglia sana di donare qualcosa, le festività di fine anno sono da più parti anche viste come ansia da regalo che si manifesta con l’irrefrenabile bisogno di acquistare il dono, di sceglierlo con cura ma al contempo vivere la scelta con quel minimo o massimo di insoddisfazione certi del fatto di non aver potuto operare la scelta giusta. A Natale inoltre si litiga anche con il partner per la scelta del regalo da fare, troppo caro per uno, inutile per l’altro e poi il Natale è anche il momento dell’anno in cui forse più che mai ci si rende conto di come spesso si guadagni troppo poco per riuscire a dare sfogo alla propria smania di regalare e non essere da meno nei confronti degli altri.
Le attese sbagliate generano lo stress di Natale
Queste abitudini non possono non generare stress; ma è davvero colpa del Natale? Non sarà che ad aumentare lo stress ci sono soprattutto una serie di aspettative sbagliate? Prima di tutto la voglia di sentirsi i migliori, quelli che hanno azzeccato il regalo giusto, capaci di stupire, di donare felicità. Ma anche quella di non deludere le aspettative altrui, di non fare gaffe o brutte figure. Il regalo di Natale allora diventa un dovere, un oggetto attraverso cui ci si sente misurati, analizzati, valutati; insomma, uno stress. Perdendo tutta la sua valenza divertente, piacevole, romantica, il regalo di Natale diventa sono una fonte di ansia, persino di sensi di colpa.
Come allontanare lo stress di Natale
Innanzitutto potrebbe essere utile cambiare le aspettative e, di conseguenza, i nostri comportamenti. Se il regalo esprime affetto non è necessario farlo per dovere; abbandonando i sensi di colpa si potrebbe decidere di fare regali a chi davvero desideriamo farne. Nella stessa ottica è possibile limitare il budget di spesa, perché l’importante è far sentire la propria vicinanza affettiva, non stupire con gli effetti speciali.
Secondariamente bisognerebbe programmare gli acquisti per tempo, evitando corse all’ultimo minuto; in questo senso è utilissimo dividersi i compiti e scegliere con cura i “compagni di shopping”, in base ad abitudini e gusti onde evitare litigi e discussioni. E se non si riesce comunque a pianificare tutto va ricordato che il 24 dicembre i negozi sono aperti fino al pomeriggio. A tutto si potrebbe anche aggiungere che i regali si possono anche pianificare, almeno qualcuno, via internet.
Infine l’ultima tendenza che arriva dagli esperti per superare indenni la prova regalo si chiama “shopping break”, ovvero la “pausa da acquisto”, cioè il momento in cui staccare la spina dalla maratona regalo, per ragionare, fare il punto della situazione e ricaricare le batterie per individuare il regalo giusto. Questo almeno è quanto emerge da uno studio di una agenzia di marketing italiana, promossa grazie al coinvolgimento di 120 esperti di regali: direttori e responsabili di negozi, commessi, consulenti e personal shopper, oltre a psicologi, medici, sociologi e personal trainer per capire come affrontare lo stress da regalo.
Lo shopping break è una vera e propria pausa d’acquisto, in cui rigenerarsi, fare il punto della situazione, pianificare le scelte giuste e dare spazio al confronto ed alla selezione di ciò che si è già visto e di ciò che c’è ancora da vedere. Un momento in cui rifocillarsi con una bevanda calda o un aperitivo: il tutto per non far diventare un tormento il momento dell’acquisto.

Sommando il tutto si può concludere che esiste una sola regola giusta per eliminare lo stress di Natale: spezzare le abitudini e fare ciò che si sente davvero.


sabato 10 dicembre 2011

Fuochi nella notte (delle emozioni)

Nei giorni dell’8 e del 9 dicembre in molte zone d’Italia si rinnova la tradizione dei falò, usanza antica quanto la notte dei tempi legata alla simbologia del fuoco e che ci può far riflettere su di noi perché rappresenta le fiamme delle passioni e delle emozioni che se a volte possono realmente travolgerci e farci sragionare più spesso ci aiutano a non sentirci soli nel mondo.

Attualmente la tradizione dei falò è legata ai festeggiamenti dell’Immacolata ma all’origine nasce come rito propiziatorio per la fertilità dei campi, è infatti in questo periodo che il grano spunta dalla terra e il fuoco serviva per allontanare la sfortuna e garantirsi un buon raccolto; era un modo per aiutare la natura a superare l’inverno. Anche questa è una tradizione legata alle festività della luce (vedi post su Halloween ) atte a favorirne il ritorno dopo il buio della stagione invernale.
Il falò è una pratica propiziatoria legata al simbolo del fuoco, uno dei 4 elementi, forse quello considerato più nobile, esso scalda, illumina e, soprattutto, trasforma.
Il fuoco può manifestare tanto una valenza negativa quanto una positiva, per esempio nei sogni, almeno in via generale, è diverso se compare un incendio piuttosto che un focolare oppure, appunto, un falò.
Nella psiche dell’uomo il fuoco è strettamente legato alle emozioni travolgenti, alle passioni, anche quelle violente che conducono all’esaltazione o al blocco psicologico, letteralmente ci si “infiamma” per qualcosa e nasce un incendio che letteralmente brucia le capacità di adattamento della psiche. In questo caso emerge l’aspetto incontrollabile delle fiamme, l’ardore si impossessa di noi nei momenti meno opportuni e proprio come il fuoco può essere ingestibile; è vero che a volte le emozioni violente hanno breve durata (un fuoco di paglia) ma è anche vero che se non vengono comprese e gestite ritornano in qualunque momento si rinnovi il motivo scatenante (come il fuoco che cova sotto la cenere) continuando a creare dolore. L’incendio rappresenta l’incapacità di gestire le emozioni, fino a poter simboleggiare la psicosi, uno stato di isolamento dalla realtà; non per niente esiste un detto africano secondo il quale “il fuoco non ha fratelli” indicando quelle passioni esclusive che letteralmente consumano la persona fino a portarla all’autodistruzione all’interno di una sorta di spirale della violenza in cui si diventa gli unici referenti di se stessi e non si ascolta la ragione di nessuno.
Basti pensare alla bruciante passione della sessualità e dell’amore in generale; è proprio in questo campo più che in altri che si tende a non sentire ragioni, quanti iniziano storie nonostante, ad una riflessione posteriore, era chiaro non ci fosse il minimo di base per portarla avanti? Ma accecati si segue la luce del fuoco interiore senza rendersi conto se le basi per far ardere in futuro quelle fiamme esistono realmente o solo nella nostra fantasia. Ma è proprio l’amore che, se da un lato si nutre degli impulsi più incontrollati, può raggiungere picchi altissimi di “spiritualità”, basti pensare alle relazioni che riescono a superare indenni, anzi, trasformate, il tempo e legano per sempre le persone.
Se quindi da una parte il fuoco rappresenta le passioni incontrollate, dall’altro rappresenta anche la possibilità di domarle ed incanalarle; è proprio questo che ci racconta il mito di Prometeo, colui che rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini, insegnando loro ad usarlo. Si perché il fuoco ha valore divino più che umano (può travolgere), anche quello delle passioni, e non è facile per l’uomo gestirlo; una volta che però ci si riesce appare in tutto il suo fulgore il suo valore trasformativo e rigenerante.
Il fuoco fonde i metalli, cuoce le pietanze; come a dire che le emozioni se accuratamente “coltivate” permettono di vivere meglio la vita, è grazie ad esse che possiamo radicarci nel mondo e sentircene parte, grazie a loro sentiamo di fare parte di un gruppo, grazie ad esse possiamo metterci nei panni degli altri e sentirci vicini (un amico può essere il migliore focolare a cui scaldarsi ed a cui confidare i pensieri); non si può comprendere una emozione in qualcuno se non la si è provata sulla propria pelle.
Sotto questo aspetto il fuoco, più che simbolizzare l’impulsività inconscia, rimanda all’aspetto spirituale dell’uomo; la fiamma che sale verso il cielo sembra liberarsi, spogliarsi della materia e salire verso la divinità; intorno ai falò si prega sperando che le sue fiamme, salendo leggere al cielo, possano portare le richieste degli uomini a Dio. La Von Franz ci dice che il fuoco era chiamato il Grande Giudice perché separa ciò che è degno di sopravvivere da ciò che non lo è; qui siamo nell’ottica dell’abbandono del controllo sulla vita; in questo senso il fuoco brucia l’Io e soprattutto brucia la sua arroganza, da un punto di vista psichico significa che il nostro Ego si libera dalle manie di controllo per far si che la persona possa godere delle sorprese che la vita gli riserva ed esprimersi in modo più libero e creativo; il fuoco rappresenta anche l’attitudine creatrice.
Nella sua capacità di distruggere la materia e trasformarla in fiamma è rivelatore della quintessenza, quel quinto elemento che si trova uguale dentro tutti gli altri, che accomuna tutte le cose create; secondo gli alchimisti permette di separare “il sottile dallo spesso”, liberando la scintilla divina che giace nascosta in ogni elemento della materia.
In conclusione il fuoco ci parla delle nostre emozioni, che possono divorarci e farci compiere gesti inconsulti come se fossero un incendio ma che, se comprese e condivise con chi ci sta vicino, possono aiutarci a ritrovare quella parte di noi che, come detto nella Bibbia, ci rende simili a Dio permettendoci di sperimentare a fondo l’esistenza e trovare un senso nuovo alla vita; anzi, di vedere in ogni giorno un giorno nuovo da cui poter ricominciare.

domenica 30 ottobre 2011

Halloween e le eterne paure dell'uomo


Oggi in molte parti del mondo si  festeggia Halloween, una festività che ha radici molto antiche, nata prima ancora della cristianizzazione, già presente nella religione dei Celti per i quali  rappresentava il capodanno, il passaggio dall’estate all’inverno, che veniva chiamata Shamain; era un giorno molto particolare che per il suo carattere di passaggio non apparteneva né ad una stagione né all’altra e quindi, per conseguenza, un giorno in cui la distinzione tra il mondo dei vivi ed il mondo dei morti perdeva i suoi confini invalicabili.
Halloween è anche una festività che parla profondamente della psiche umana, del suo funzionamento, perché ogni volta che l’uomo crea un rito lo fa per esorcizzare delle paure sconosciute che gli salgono da dentro, dall’inconscio.
Halloween si inserisce in quella serie di festività attraverso le quali veniva ritualizzato l’eterno conflitto fra la luce ed il buio, e che possono essere metafora del conflitto che vive l’uomo nel momento in cui si accorge di non riuscire più a gestire la sua vita, quando si rende conto che non riesce ad uscire dalla rabbia, dalla depressione, dall’ansia etc , emozioni che magari erano nascoste nel buio e che gli hanno preso la mano di nascosto, al di fuori della coscienza e della sua volontà.
Questa serie di feste esistono ancora oggi; la candela nella zucca non è altro che la prima di una lunga serie di luci che andranno a costellare le festività per tutto il periodo che va dal primo di novembre fino all’Epifania, passando per Natale e Capodanno; tutte feste durante le quali si accendono e vengono mantenute luci accese o durante le quali si fanno falò.
Halloween si pone fra l’equinozio, in cui il giorno ha durata uguale alla notte, ed il solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno; è quindi una sorta di “soglia” del periodo dell’anno più buio e appunto da qui si iniziano ad accendere luci che rischiarano l’attesa del ritorno della luce.
Le origini di questi antichi culti vanno ricercate in ciò che è il "principio" della vita sulla terra e che dal principio è stato oggetto di venerazione; il sole. Agli albori dell'umanità, la natura appariva indecifrabile, potente espressione di forze che era necessario accattivarsi; era un mondo magico. L'uomo antico si sentiva parte di quella natura, ma in posizione di debolezza. Per questo, attraverso il rito, cercava di "fare amicizia" con questa o quella forza insita in essa. Per l'uomo, temere che il sole non sorgesse più, vederlo perdere forza d'inverno riducendo sempre più il suo corso nel cielo, era un'esperienza paurosa che minacciava la sua stessa vita. Perciò, doveva essere esorcizzata con riti che avessero lo scopo di evitare che il sole non si allontanasse ancora o di aiutarlo nel momento di minor forza. E' proprio partendo da questa considerazione che possiamo individuare le origini dei rituali e delle feste di questo periodo dell'anno fino a gennaio. Durante queste feste venivano accesi dei fuochi che, con il loro calore e la loro luce, avevano la funzione di ridare forza al sole indebolito, e di dare speranza agli uomini nel momento di attesa della primavera. 
Questi riti parlano dell'eterna paura dell'oscurità e del buio e che oggi esiste ancora nell'uomo moderno sotto un'altra forma, quella della paura di se stesso e dell'ombra inconscia che sotto sotto sente di avere dentro.
Jung diceva che nella nostra personalità c'è un'area che chiamò Ombra, una parte di noi che ci resta ignota e sconosciuta di cui abbiamo solo un vago sentore, in cui sono relegate tutte le cose che non amiamo di noi, che abbiamo paura di mostrare, o di cui non siamo consapevoli; una parte di noi che non dovrebbe mai uscire (secondo noi) altrimenti ci metterebbe in imbarazzo. Una parte di noi in cui potremmo perderci (in essa si nascondono la depressione, il bisogno, la rabbia etc.) e da cui potremmo essere "posseduti"; l'unico modo per non perderci in essa è quello di accendere delle piccole luci, metafora del continuo sforzo di comprendere e comprenderci.
Ecco che la festa di Halloween sembra parlare proprio di questo, della paura che il confine tra la mente cosciente (illuminata, che conosciamo) e quella inconscia (buia e sconosciuta) si assottigli fino a sparire e faccia emergere i nostri mostri personali. L'unico modo per vincere questi mostri è "prendere confidenza" con loro illuminando poco a poco le loro sagome tramite il flebile lumino della consapevolezza; esattamente come durante le feste legate all'accensione di luci si cercava di familiarizzare con la paura dell'inverno, con la paura di non superarlo, con la paura della morte.
La natura della ricerca di noi stessi, il percorso che porta alla scoperta dei nostri aspetti sconosciuti, è un viaggio incerto, fatto nel buio, e con lungo tempo, fino a riuscire ad "illuminare" questi aspetti scuri e vederli bene in volto; un viaggio che, però, non termina mai, ogni volta ci sono nuovi angoli bui, esattamente come ad un anno ne segue un altro, ad ogni estate un nuovo inverno......ed un nuovo Halloween.