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lunedì 16 giugno 2014

Ad ogni musica la sua età. Perché amiamo tanto la musica e come cambiano i nostri gusti musicali nel tempo.

La musica ci fa provare emozioni, ci fa sognare, ci rappresenta, ci descrive agli altri, scandisce gli eventi importanti della nostra vita…volenti o nolenti è sempre presente nelle nostre giornate.
Ma avete mai provato a chiedervi perché la ascoltiamo tanto volentieri….in fin dei conti, a cosa ci serve ascoltare musica?
Oppure, avete notato se i vostri gusti musicali sono cambiati nel tempo?
Ognuno darà la sua personale risposta, ma alcuni studiosi hanno cercato di individuare delle motivazioni che fossero universalmente valide, che potessero far comprendere quale è il valore psicologico della musica. Secondo uno studio pubblicato sul British Journal of Psychology esistono sei principali motivazioni all’ascolto di musica:

-         Aiuta ad essere di buon umore: questa è la motivazione più importante, migliora il tono della giornata, rilassa, entra in risonanza con le emozioni che proviamo. Da uno studio del 2011 è risultato che l’ascolto di musica positiva dopo aver svolto male un compito ha permesso ai soggetti di mantenere una maggiore speranza di poter migliorare rispetto a chi non ha ascoltato musica subito dopo l’esperimento.
-         Serve come diversivo: in altre parole può riempire momenti vuoti o noiosi, ed è per questo che durante i viaggi, in particolar modo quelli lunghi o con attese, ci sentiamo persi senza le cuffiette!
-         Aiuta a gestire il cattivo umore: per esempio durante i momenti tristi la musica (in questo caso anch’essa triste) può permetterci di entrare in risonanza con la nostra emozione e in qualche modo ci aiuta a sentirci meno soli col dolore. Esistono comunque molti studi che dimostrano quanto l’ascolto di musica rilassante possa aiutare a diminuire il senso di ansia o panico o addirittura il dolore fisico.
-         Crea rapporti interpersonali: questa è la funzione principalmente sociale della musica, è presente in tutti i luoghi di socializzazione, scandisce i nostri incontri con gli altri….e spesso con il partner, pare infatti (secondo uno studio francese) che l’ascolto di musica romantica renda più probabile che l’altra persona sia propensa ad accettare di approfondire un rapporto, magari con un appuntamento a due.
-         Aiuta a definire la propria identità: ci si identifica con il genere musicale che si ascolta e, ancora di più, con gli idoli musicali che lo propongono; attraverso la musica comunichiamo agli altri (ma anche a noi stessi) chi siamo e cosa ci piace, a cosa sentiamo di appartenere e cosa rifiutiamo.
-         Infine sembra aiuti a conoscere il mondo: a seconda dei vari paesi abbiamo generi musicali differenti, legati all’identità etnica, ascoltare musica di altri continenti ci aiuta a capire (per lo stesso principio illustrato al punto precedente) come è il mondo fuori dalle mura di casa nostra. Inoltre non bisogna dimenticare che l’evoluzione degli stili musicali nel tempo, la maggiore presenza di uno rispetto agli altri, ci indica in qualche modo quello che potremmo definire lo “spirito del tempo”, ossia come si sta muovendo il mondo intorno a noi.

La musica quindi scandisce le nostre giornate, ci aiuta a migliorarle, ma scandisce in questo modo anche tutto l’arco della nostra vita; e mano a mano che si avanza con l’età i gusti sembrano cambiare, almeno a detta di uno studio del 2013 pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology. I ricercatori hanno diviso i generi musicali in 5 categorie;
-Dolce
-Senza pretese
- Sofisticato
- Contemporaneo
- Intenso,
e individuato le preferenze in base all’età degli ascoltatori.
Durante l’adolescenza, quando l’ascolto di musica appare in genere maggiore, sembra prevalere la musica “intensa”. In questa fase della vita la cosa più importante è l’indipendenza e la formazione della propria individualità, l’ascolto di musica “forte”, aggressiva, che usi suoni distorti, ha una connotazione di ribellione che è estremamente importante per definire la differenza dai propri genitori e dalla famiglia di appartenenza.
Arrivati all’età adulta la preferenza per l’intenso lascia il campo alla musica “dolce” caratterizzata da suoni più soft, ed alla musica “contemporanea” o elettronica, che indicano un maggiore bisogno di accettazione sociale. In effetti questa è la fase della vita durante la quale si ricerca la stabilità (sociale ed emotiva), un partner, e queste forme musicali sono quelle che caratterizzano i luoghi di socializzazione oppure che favoriscono un rapporto di maggiore intimità con l’altro.
Con la mezza età inizia l’epoca delle sonorità più “sofisticate” e ricercate (maggiore interesse per generi di nicchia come il jazz o la musica classica) oppure della musica “senza pretese”; sono generi visti come rilassanti, i primi esprimono maggiormente lo status o la cultura mentre i secondi riflettono l’esperienza della famiglia, parlano dei sentimenti che tutti possiamo provare.

Questo è quanto dicono gli studiosi, e voi, vi ritrovate in queste descrizioni??

giovedì 3 ottobre 2013

Gli innumerevoli benefici di un sorriso : )

In tempi critici e ansiogeni come i nostri è sempre più difficile affrontare con serenità le cose che ci accadono tutti i giorni, è difficile sentirsi davvero felici per qualcosa, saranno le innumerevoli preoccupazioni ma anche gli eventi più gioiosi sembrano dare meno soddisfazione rispetto al passato. Il problema fondamentale è che per mantenere un buon livello di soddisfazione non possiamo fare a meno di tenere in conto l'ambiente che ci circonda: in questo senso possiamo fare tutto il possibile e l'immaginabile per mantenere dentro di noi calma e serenità ma se tutto intorno a noi continua a spirare un forte vento di crisi la nostra forza viene di continuo intaccata da ansie e preoccupazioni.
Nonostante ciò non è possibile dimenticare quanto realmente il nostro atteggiamento interiore può essere utile per dare un colore differente alla grigia realtà che magari stiamo vivendo; voglio specificare che non parlo tanto di situazioni realmente critiche, che non possono assolutamente essere negate ma anzi vanno osservate bene, non voglio riferirmi a chi magarei non arriva realmente alla fine del mese, a chi ha perso tutto. Mi riferisco invece a chi non ha raggiunto questo limite ma che si sente comunque in gabbia, circondato dall'incertezza e che, di fronte alla paura del futuro, rischia di restare bloccato; è soprattutto in situazioni di questo genere che ci si accorge, all'improvviso, di non riuscire più a godere delle soddisfazioni come si riusciva a fare prima; ci si chiude come dentro un bozzolo difensivo che , se da un lato attutisce l'impatto delle angosce, dall'altro riduce anche l'effetto delle gioie che comunque rimangono.
Ed alle volte è davvero sufficente un sorriso. Noi in generale non ci rendiamo conto a pieno di quanto la nostra vita psichica sia influenzata dall'atteggiamento corporeo; i nostri muscoli inviano di continuo informazioni al cervello e ne modificano l'attività di conseguenza.
Vi è mai capitato di essere particolamente giù di morale e di accorgervi che solo raddrizzando la schiena (perchè quando siamo abbattuti tende a curvarsi) sembra quasi che la situazioni migliori?
E magari vi è successo che persi tra mille pensieri questi sono come spariti nel momento in cui vi è capitato di "sentire" fisicamente il modo in cui stavate camminando o stavate seduti ( e questo perchè quando ci concentriamo sul corpo autamaticamente rientriamo nel presente)?
E quindi, per tornare all'argomento, vi è mai successo che vi siete trovati a sorridere (e non intendo ridere a crepapelle, solo sorridere un pò) per qualcosa che avete visto o per una battuta che avete solo ascoltato al bar a colazione, e di sentirvi all'improvviso meno turbati di quanto eravate solo un attimo prima?
Ecco, se vi è capitato questo conoscete i benefici che può apportare un sorriso.
Pensate che esiste una vera e propria scienza che studia la risata e le emozioni positive in funzione di prevenzione, riabilitazione e formazione.
E allora ecco i vari benefici della risata:
Ridere mette in movimento almeno 20 muscoli facciali, molti dei quali si attivano solo con una risata spontanea e ciò aiuta a prevenire la comparsa di rughe sul nostro viso.
Una risata di cuore smorza la tensione e allenta lansia. Infatti mentre ridiamo il nostro corpo viene indotto a rilasciare alti livelli delle nostre droghe naturali: le endorfine prodotte (betaendorfine) combattono la debolezza fisica e mentale e alleviano lo stress e le tensioni accumulate nel nostro organismo riducendo anche linsonnia, mentre le encefaline rinforzano il nostro sistema immunitario (lo stress aumenta le probabilità di ammalarsi). Tutte le emozioni negative come lansia, la depressione o la rabbia indeboliscono il sistema immunitario, riducendo la sua capacità di combattere le malattie, mentre la risata e tutti i pensieri positivi aumentano la produzione di cellule natural killer, cellule che combattono i virus , e degli anticorpi.
Con una bella risata la respirazione tende ad aumentare, migliorando la trasformazione dellacido lattico e la respirazione in generale provocando un rilassamento muscolare delle fibre lisce dei bronchi per azione del sistema parasimpatico dando benefici in particolare a chi soffre di bronchite, di asma, ed a coloro che soffrono di enfisema.
Un sorriso quindi migliora la nostra circolazione sanguigna, permettendo una maggiore ossigenazione a tutti i tessuti del nostro corpo e velocizzando la loro rigenerazione.
Allora, la prossima volta che ci capita di sentire o vedere qualcosa di divertente non restiamo chiusi nella cupezza ma lasciamoci andare ad un sorriso e magari ci accorgeremo che poi la vita sembra un pò più rosa.

lunedì 2 settembre 2013

Finite le vacanze...come combattere "lo stress da rientro"

 Eccoci a settembre, e per molti questo significa “fine delle ferie” e, ancora peggio, rientro al lavoro passando per il “trauma da lunedì”. Alcune persone riescono a superare il rientro abbastanza agevolmente, altre meno, e questo per motivi caratteriali; in ogni caso tutti al ritorno fanno fatica a ripartire, a riadattarsi ai vecchi ritmi, e ci si sente stanchi e deconcentrati.
Quando le difficoltà sono maggiori si può parlare di “stress da rientro”, i cui sintomi più comuni sono: mal di testa, stordimento, irritabilità, sonno disturbato, calo dell’attenzione, debolezza, malinconia, apatia e, nel peggiore dei casi, depressione, generati da una condizione psicologica negativa per aver vissuto una lunga vacanza spensierata, senza regole e costantemente rivista in veste nostalgica. Secondo i dati Istat un italiano su dieci trova difficoltà a riadattarsi nel solito tran tran quotidiano, questa difficoltà, nei casi più gravi, dura anche mesi.
Ritornare alle “vecchie abitudini” significa ad ogni modo andare incontro ad un cambiamento rispetto ai ritmi fisiologici e psicologici a cui ci siamo abituati durante le vacanze. Laddove il cambiamento richiesto è troppo repentino, il nostro corpo “legge” tali richieste come un segnale di emergenza attivando dal punto di vista fisiologico delle risposte innate utili a fronteggiare la situazione. Infatti i sintomi sopra elencati non sono altro che una risposta del nostro corpo conseguente ad un cambiamento repentino cui il nostro fisico e la nostra mente debbono adattarsi.
Ovviamente questo stato di disagio è fisiologico perché è normale che il nostro corpo e la nostra mente abbiano bisogno di un po’ di tempo per abituarsi a nuovi ritmi (è per questo motivo che a volte anche i primi giorni di ferie possono risultare stressanti) ed in genere bastano un paio di settimane per riabituarsi.
Ma come è possibile “auto-aiutarci” a superare lo stress da rientro? A volte è sufficiente prendere alcuni piccoli accorgimenti, qui ne elenchiamo 7:

1) sarebbe meglio anticipare il rientro di qualche giorno prima di ripartire con il lavoro, in modo da rientrare gradualmente nella routine quotidiana ed avere il tempo per sbrogliare le eventuali incombenze che si sono accumulate nel periodo delle ferie (potreste trovare bollette che vi attendono). Inoltre, siccome a volte le vacanze vengono svolte a ritmi abbastanza sostenuti, si può approfittare di questi giorni “cuscinetto” per dedicarsi solamente al riposo. Se questo non è stato possibile potete provare a supplire con l’immaginazione, iniziando a prepararvi mentalmente al rientro qualche un paio di giorni prima (non di più per non rovinarvi gli ultimi giorni) della fine delle vacanze.

2) altra cosa che si può fare negli ultimi giorni di ferie è fare un elenco di situazioni legate al rientro che vi creano ansia, prendete carta e penna e provate a fare un piccolo elenco. Definite con precisione, meglio che potete, quale è il problema per voi in quella situazione; poi pensate a quel problema, quali potrebbero essere le possibili soluzioni e in che modo si potrebbero mettere in pratica, poi passate all’azione e verificate dopo qualche tempo se avete raggiunto il vostro obiettivo. Se non ha funzionato non scoraggiatevi e provate a pensare ad un’altra soluzione, prima o poi arriverà quella giusta.

3) continuate a dedicarvi ad attività divertenti e rilassanti; non è bene cambiare in maniera repentina le proprie abitudini, quando tornate a casa continuatele, magari in tono minore, per rientrare gradualmente nel ritmo lavorativo o scolastico.

4) nella stessa ottica continuate a mantenere alcune abitudini rilassanti all’interno della famiglia, con il partner o con gli amici….non rimettete subito il muso lungo da lunedì.

5) foto e ricordi sempre in compagnia; guardare le foto delle vacanze con la famiglia o con gli amici può essre un’attività estremamente divertente, che permette di portare il clima di festa anche nei primi giorni di rientro. Non fatelo da soli, perché così scatterebbe una nostalgia che potreste non arginare e potreste trovarvi pieni di rimpianti come i protagonisti di una nota compagnia di crociere di qualche anno fa.

6) se al rientro vi ritrovate sommersi dal lavoro provate, quando e de è possibile, a delegare gli impegni ad altri. La nostra mente ha bisogno di sintonizzarsi con calma su nuovi ritmi; l’importante è che lasciate andare le manie di controllo che non vi fanno fidare dei collaboratori.

7) non è possibile fare tutto e subito, soprattutto con lo stress da rientro; questo significa che se si è accumulato molto lavoro piuttosto che impazzire per sbrogliarlo tutto ( e male ) in 2 giorni è sicuramente meglio stabilire delle priorità, dare precedenza a ciò che è più importante, così ci impiegherete qualche giorno in più ma è anche garantita una maggiore lucidità ( e se proprio non ci riuscite andate al punto 6)

Questi sono solo alcuni consigli che però possono aiutare ad affrontare meglio il rientro, provare per credere e, se avete qualche altro consiglio…..fateci sapere!

mercoledì 5 giugno 2013

Di cosa parlare in coppia? Attenti ai Tabù

E. Hopper "Summer Evening

Si dice che nella coppia i partner dovrebbero comunicare il più possibile; ma questo è sempre vero? E’ davvero necessario dire tutto? Pare di no, ci sono infatti degli argomenti Tabù che a volte è meglio evitare, pena la perdita della calma da parte di entrambi.
Gli psicologi ci hanno sempre consigliato che nella coppia i partner dovrebbero cercare di parlare di tutto ciò che li riguarda, a partire dai sentimenti individuali per finire agli argomenti inerenti alla coppia stessa. Tutto questo è sicuramente un bene, e molti sono i vantaggi: aumenta la conoscenza reciproca e quindi il livello di comprensione, ci si sente più liberi e più adeguati, parlare di sé aiuta a trovare i propri spazi individuali nella vita insieme, e dall’altro lato aumenta il senso di intimità e di sicurezza.
Succede però che ogni tanto anche nelle coppie più affiatate emergono nelle discussioni tematiche che preannunciano grosse tempeste; sono i cosiddetti argomenti Tabù, di cui non si può parlare senza far scattare una lite furibonda.
Qualunque coppia ne ha almeno uno e in genere fa di tutto per evitarlo appunto perché ne conosce le conseguenze.
Questi tabù possono riguardare qualunque argomento, da quelli più seri a quelli più leggeri come le più piccole incoerenze personali; ed è così che il detonatore viene attivato dall’educazione dei figli, la gestione dei soldi o i rapporti con le famiglie di origine, ma anche dalla mancanza di alcune piccole attenzioni, come dire ti amo, o da come ci si veste o per i panni che si lasciano in giro etc etc.
Indipendentemente dall’argomento la cosa importante è che in esso è contenuto un significato molto più importante che urta la sensibilità di entrambi i partner e che porta all’esasperazione emotiva; allora ecco che un metodo educativo troppo serio di lui verso i figli risveglia in lei l’energia di tutte le battaglie che ha combattuto per rendersi autonoma dai genitori; oppure, altro esempio, il rapporto troppo stretto di lei con sua madre entra in conflitto con la storia di lui, che magari ha una storia personale di carenze affettive da parte dei genitori che lo rendono allergico a forme di attaccamento che gli sanno di dipendenza affettiva.
Ma allora che bisogna fare, questi argomenti entrano nel novero di ciò di cui bisogna parlare oppure è meglio lasciarli perdere?
La storia ci insegna che il tabù è una forma necessaria utilizzata per mantenere la coesione all’interno di un gruppo sociale, come i famosi “Comandamenti” tra i quali abbiamo “non uccidere” e “non rubare”, sono quindi delle forme difensive naturali che nel nostro caso andrebbero a proteggere la coppia dalla rottura. Come tutte le difese quindi, se da un lato impedisce di raggiungere delle soluzioni dall’altro rappresenta un elemento protettivo.
Questo significa che in via generale l’argomento potrebbe pure essere trattato ma con un numero molto maggiore di attenzioni ed un accurata riflessione prima di affrontarlo.
Innanzitutto bisogna capire, nel momento in cui si crea il tabù, che ci sono dei motivi importati che riguardano entrambi i partner; ferite ancora aperte, traumi inconsci, situazioni non risolte, paure poco chiare, somiglianze con sofferenze del passato insomma, ma anche giudizi sul partner che se espressi lo ferirebbero troppo. È importante essere obiettivi al massimo nella riflessione e farla innanzitutto da soli, cercando di comprendere se quel certo argomento stia o meno minando effettivamente la stabilità della coppia e la sua intimità più profonda.
A questo punto è importante scegliere anche il momento per parlarne, infatti se venisse tirato fuori in momenti emotivamente carichi non sarebbe altro che un modo strumentale all’espressione ed allo sfogo della rabbia ma non alla comprensione reciproca; quindi meglio aspettare i momenti in cui c’è maggiore tranquillità, evitando quelli felici però, che altrimenti ne uscirebbero sciupati.
Riuscire ad eliminare o gestire un argomento tabù è comunque una conquista, che rende più liberi anche per il solo fatto di averlo compreso meglio e che può indurci, tramite questa comprensione, a capire di più l’altro ed amarlo meglio, in modo più maturo.

domenica 23 dicembre 2012

Tempo di regali: sul valore psicologico del dono e del "donarsi"


Quello del regalo è uno dei gesti più antichi della tradizione dell’uomo ed è carico di significato; è un’usanza che esiste da sempre e, qualunque sia l’occasione per la quale vi si ricorre, è molto più che una prassi tradizionale o l’adempimento a un dovere legato a una circostanza particolare. Regalare qualcosa a qualcuno è un gesto relazionale che mostra un certo impatto emotivo: con l’azione del dono inviamo un messaggio a colui che lo riceve e sveliamo una parte di noi stessi che si manifesta nella scelta di quel determinato regalo per quella specifica persona; in questo risiede anche il valore più strettamente psicologico del “donarsi”, ossia lasciarsi andare all’altro, mostrare sé stessi, tanto una propria idea quanto un’emozione.
Il regalo, in questo senso originale ed autentico, diviene quindi un atto creativo, costruttivo ed intimo.
Nell’attuale società occidentale, purtroppo, il dono ha perso questo valore originario assumendo un aspetto più superficiale e consumistico. Per esempio spesso si sceglie un regalo non in base al significato dell’avvenimento da festeggiare ma in base alla moda e alla pubblicità del momento. La folle corsa nei negozi, la ricerca smodata e spesso obbligata di chissà quale oggetto, l’acquisto di un regalo tanto per farlo ma senza individuarne un senso per sé o per l’altro sono comportamenti che tolgono valore al gesto originario.
Questa confusione sul senso del gesto deriva però anche da una confusione di termini; si può differenziare infatti il significato della parola “regalo” da quello del termine “dono”.
La parola Regalare ad esempio deriva da “regalia” che erano i diritti spettanti al re di cui egli poteva fare concessione ai suoi sottoposti per ricompensa di altri servigi. Insomma la parola regalo sembra riportarci ad un significato molto sociale dello scambio dove cioè c’è qualcuno che fa qualche cosa in cambio di altri interessi o per farsi vedere, per mettersi in mostra. Lo vediamo e lo sappiamo che molti regali sono fatti con un preciso significato, una attesa di scambio.
Noi usiamo, però, anche un’altra parola come sinonimo di questa, soprattutto a Natale, ed è la parola dono. L’origine di questa parola è completamente diversa essa infatti deriva proprio dal verbo dare, ed indica “ciò che si da senza attesa di ricompensa”. Il dono implica insomma la gratuità del dare, ed il piacere di dimostrare, con il dono, l’affetto ed il significato che quella persona o quella relazione ha per noi.
In un significato più profondo il dono ci mette “di fronte” alla persona a cui viene fatto e ci fa confrontare con lei; quando il dono diventa “dono di sé”, magari in una relazione amorosa o di amicizia, permette di capire quanto riusciamo ad impegnarci in quel rapporto, quanto riusciamo a dare e quanto a “prendere”….oppure quanto ci “tratteniamo. In base a questa lettura donare è anche un rischio, rappresent6a un modo di mettersi in discussione, ci costringe a confrontarci con la risposta dell’altro che sia essa positiva o negativa (per esempio chiedere alla persona che ci piace di iniziare un rapporto d’amore, e quindi “fargli dono” del nostro sentimento, comprende in sé il rischio di venire rifiutati). Il dono allora è caratterizzato da una natura ambivalente.
Nel risalire alle origini del motivo dell'ambivalenza del dono è significativo analizzare il termine; dôron-dôlos, dono-inganno, come il duplice significato della parola gift: dono da una parte e veleno dall'altra. 
L'originalità di questo tema rinvia per esempio alla tradizione greca. Da Omero ad Esiodo, da Eschilo a Platone dono è essenzialmente inganno. Ciò concerne non uno specifico dono, ma ogni dono; secondo il mito di Pandora ricca di ogni dono«) il famoso Vaso di Pandora è un dono agli uomini da parte degli Dei ma contiene anche tutti i mali che si diffondono per il mondo intero. Ma non bisogna dimenticare che al suo interno c’è anche la Speranza; il dono quindi porta anche il male (il rischio della sofferenza di donarsi agli altri) ma nello stesso tempo rappresenta la possibilità di proteggersene.
In altri termini “donarsi” senza avarizia agli altri può far male ma nello stesso tempo può rappresentare anche la massima felicità (basti tornare all’esempio di cui sopra nel caso che la persona che ci attrae accetta di stabilire un rapporto con noi).
Oggi rischiare in questo modo le proprie emozioni tende a fare paura. La tendenza al controllo che ci assale sempre più spesso impedisce di entrare in rapporto profondo con gli  altri ma anche con lo scorrere della vita in generale; tendiamo quindi a trattenere quello che proviamo oppure a metterlo in gioco solo quando ci sentiamo abbastanza sicuri, quando abbiamo il controllo sugli eventi, secondo una modalità dai forti tratti ossessivi; in questo senso il cosiddetto “regalo di consumo”, quello legato al concetto di “regalia” non è altro che una difesa dal donarsi autentico, una difesa dettata dalla paura dell’altro.
Ma perché si evita di donarsi, ossia si evita il dono autentico, spontaneo, libero? Forse perché così facendo non solo non si rischia se stessi, ma anche, e soprattutto, così facendo si tengono lontano gli altri dalla propria vita, impedendogli di portare scompiglio con la loro novità. Il dono infatti è cambiamento, è sviluppo, è creazione di una situazione diversa; soprattutto è incontro e relazione.
Il dono quindi va anche accettato e questo comporta una specie di “scelta di vita”, come dice Risè un “essere per il dono”, essere capaci di esprimersi liberamente per quello che si è, di rischiare i propri sentimenti e, tra l’altro, sentirsi di poter rifiutare quelli altrui; questo tipo di comportamento comporta un “avvicinamentoagli altri e se tutto va bene sarà amicizia o amore; altrimenti, forse, conflitto e sofferenza. Ma solo rischiando la disperazione si può ottenere la felicità.
In conclusione nell’esperienza del dono, e del donarsi, si esprime una parte decisiva della vita umana, che è quella che riguarda gli affetti e la ricerca del senso della vita, una ricerca che va oltre gli angusti confini del nostro Ego per avventurarsi nel mondo sconosciuto della relazione autentica con il mondo.




sabato 24 novembre 2012

Aggressività vs Assertività (2): Esprimersi con sicurezza


Quante volte pur avendo ragione si finisce dalla parte del torto? A volte succede che nonostante le nostre opinioni siano corrette non riusciamo a difenderle, e questo perchè non riusciamo ad esprimerle nella forma più adeguata; può capitare che ci arrabbiamo troppo rischiando di passare per persone impulsive ed aggressive (nonostante, magari, ci stiamo solo difendendo) oppure ci dimostriamo insicuri, incerti in quello che affermiamo, dando all’altro la possibilità di dubitare di noi e delle nostre affermazioni.
Per poter esprimersi con sicurezza ci viene in aiuto quella che gli psicologi chiamano assertività. Già il termine dà qualche spiegazione; dal latino “ad serere”, condurre a sè, e da qui “asserire” ed asserzione, affermazione di sè, caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni ed opinioni.
Dimostrarsi assertivi significa sviluppare alcune specifiche competenze tramite le quali si esprime il comportamento assertivo;
  • Innanzitutto essere capaci di dire No, senza però svalutare l’altro o rifiutarlo. Questo significa riuscire a superare la paura di poterlo ferire.
  • Saper rischiare e saper chiedere; in questo modo ci si dimostra capaci di assumersi le responsabilità delle proprie richieste e di comunicare agli altri le proprie aspettative anche se questo può portare ad un conflitto; uno dei modi migliori per imparare a rischiare in questo senso è fare richieste in maniera diretta, evitando giustificazioni, e poi riflettere su quali risultati si sono ottenuti per poter eventualmente modificare la modalità.
  • Saper criticare; questo significa passare da una modalità esclusivamente “giudicante” ad una più “osservante”, giudicare non tanto la persona quanto la situazione o il comportamento dell’altro ed esprimere il giudizio come una opinione personale piuttosto che “assoluta”.
  • Saper rispondere alle critiche, accettando gli eventuali errori commessi ed imparando da essi.
  • Saper decidere e realizzare obiettivi concreti, ossia legati alla consapevolezza dei propri limiti e delle reali potenzialità.
  • Saper perseverare, senza perdersi troppo d’animo se non si è riusciti a realizzare degli obiettivi ma cercando comunque di migliorarsi per la prossima volta (nel tentativo di migliorare noi stessi non ci deve “correre dietro” nessuno!).
Queste sono, per così dire, le “evidenze” comportamentali di un “pensare” assertivo, ossia di un lavoro sui pensieri appunto, che comporta l’abbandono delle convinzioni svalutative su noi stessi, che spesso sono legate al nostro passato ed a vecchie esperienze, magari dolorose, dalle quali non riusciamo a separarci. Oltre all’area comportamentale e cognitiva però va considerata anche quella emotiva; è fondamentale conoscere cioè le proprie emozioni, senza giudicarle, perchè solo così facendo perdono il loro carattere “travolgente” e possono diventare gestibili.
In sintesi si potrebbe dire che al fondo dell’assertività si cela la consapevolezza di sè, innanzitutto del proprio stile comunicativo, sia esso aggressivo o anassertivo-passivo, che va accettato (come vanno accettate le esperienze passate alla base dei pensieri svalutativi di cui sopra). Ancora è importante lavorare sulla consapevolezza di quella che Jung chiamava Ombra, ossia tutto ciò che non ci piace di noi stessi, che non vorremmo vedere o che abbiamo rimosso nell’inconscio; in questo modo ci sentiremo liberi di dare maggiore spazio ai nostri bisogni ma anche ai nostri sogni, ai pregi come ai difetti, dando voce alla paura, alla rabbia e ad ogni altro desiderio che non abbiamo il coraggio di pensare.
Fatto questo diventa possibile agire il cambiamento, provando a modificare concretamente i nostri comportamenti assumendoci con coraggio le rispettive responsabilità, iniziando da modifiche in quelle aree della nostra esperienza che ci garantiscano un buon margine di successo, per poi muoverci gradualmente verso aree più “rischiose”.
Per ultimo, ma probabilmente è l’elemento più importante, non bisogna dimenticare che l’assertività è il mondo della libertà di scelta e questo significa che non è possibile nè utile essere sempre assertivi, perchè si finirebbe in un corpo a corpo con le pulsioni e gli istinti più profondi da cui non si può uscire vincitori usando la razionalità; quindi è necessario dare spazio a tutto ciò che di irrazionale alberga in noi potendo però decidere come, quanto e quando esprimerlo….e questo vuol dire decidere come, quanto e quando essere assertivi e quando invece dare spazio a quel briciolo di follia che alberga in tutti noi e che sta alla base della creatività. 

sabato 10 novembre 2012

Aggressività vs Assertività (1): 3 stili comunicativi


Nei media l’aggressità “fa audience” e questo significa che in qualche modo ci affascina, forse perchè in questo modo vediamo e ascoltiamo un modello comunicativo che nella vita di tutti i giorni non ci permetteremmo di attuare pur magari desiderandolo.  Ma alla fine questo modello non è l’unico, la psicologia ci dice infatti che esistono anche il modello anassertivo (più passivo) e quello assertivo (il più efficace tra i tre).

Si! L’aggressività in TV ci piace, ci piace vederla, ci piace ascoltarla, e questo nonostante tendiamo a considerare sgradevoli le persone che la utilizzano per far valere il proprio punto di vista, ma perchè?
Innanzitutto perchè le persone aggressive appaiono “vincenti” rispetto ad altri, nonostante spesso si muovano sul filo della prevaricazione; secondariamente perchè ci permettono di proiettare i nostri stessi desideri di vittoria o di prevaricazione.
In effetti l’aggressività è un retaggio della specie, propria cioè dei nostri progenitori che vivevano nelle caverne e che proprio grazie ad essa si procuravano il cibo o difendevano il clan. Quindi in sè per sè non ha nulla di particolarmente deplorevole, la differenza con quanto accade oggi è che queste necessità primarie (fortunatamente) sono meno impellenti; almeno nel nostro mondo occidentale non dobbiamo (quasi più ) lottare per mangiare  o per difendere la nostra vita o quella dei familiari. La conseguenza di questo è che spesso tutta questa aggressività appare fuori luogo.
Nonostante ciò ci troviamo comunque molto spesso a dover difendere una nostra opinione oppure una nostra idea, vuoi che sia un progetto o un modo di essere; è proprio in questi casi che ci piacerebbe riuscire ad imporci ma a volte non ci riusciamo (per paura di perdere una relazione o magari il lavoro) e tendiamo ad assumere un comportamento che gli psicologi chiamano “anassertivo” ossia passivo, in sintesi tendiamo per buona pace a trascurare i nostri bisogni di fronte a quelli altrui.
Fino a qui ci stiamo confrontando con una dinamica del tipo “vittima-carnefice”; ma allora com’è che riusciamo a non annullarci l’un l’altro? Questo è possibile perchè esiste anche una terza via, che è quella dell’assertività, ossia la capacità di esprimere se stessi e le proprie opinioni senza prevaricare gli altri; per capire meglio può essere utile mettere a confronto gli “stili comunicativi” che emergono da queste tre tipologie di comportamenti.
  • Lo stile aggressivo si caratterizza per comportamenti improntati al dominio ed alla prevaricazione degli altri senza tenere conto di quello che pensano o provano; il risultato è che l’altro finisce per “chiudersi” e comportarsi passivamente  oppure, viceversa, che reagisca a sua volta aggressivamente generando una spirale di violenza. In realtà la persona aggressiva non è realmente forte o sicura di sè, tutt’altro, è in realtà incerta ed ha una inconscia percezione di debolezza; si potrebbe dire che aggredisce per non essere aggredita spesso per evitare di provare paura.
  • All’opposto abbiamo lo stile anassertivo, che si manifesta con comportamenti passivi ed inibiti e con la tendenza a non esprimere il proprio punto di vista per non inimicarsi gli altri. In genere questo è un modo per non perdere delle relazioni importanti e per evitare che venga ferita la propria autostima. Il rischio è che si può soffrire molto, diventando ipersensibili alle critiche fino a non riuscire a reggere neanche battute del tutto innocue. Spesso queste persone stabiliscono dei rapporti di dipendenza dagli altri, e per non perderli tendono a compiacerli non esprimendo le proprie opinioni.
  • La terza via è appunto quella dello stile “assertivo”, che invece si caratterizza per la capacità di esprimere i propri desideri ed i propri punti di vista mantenedo comunque il rispetto per gli altri e per i loro desideri e diritti; in questo senso la persona assertiva è disposta a negoziare senza rinunciare a farsi valere, magari aspettando un momento migliore per esprimersi senza però trascurare di far valere, anche se in un momento diverso, la propria opinione.
Da quanto esposto si evince che lo stile di comunicazione assertivo sarebbe quello migliore dei tre….ma è anche vero che non è sempre semplice da applicare, si basa infatti su dei prerequisiti a loro volta abbastanza impegnativi:
  • Stima di sè, ossia la capacità di credere nel proprio valore in maniera obiettiva, senza idealizzazione, che vuol dire basarlo su ciò che si è piuttosto che su ciò che si riesce a realizzare o ciò che si “fantastica” di realizzare, significa saper vivere nel presente e giudicare non tanto le persone quanto le situazioni;
  • Consapevolezza di sè, ossia la capacità di ascoltare le proprie emozioni, i propri desideri, e di accettarsi nei propri difetti pur cercando di migliorarsi;
  • Sentimento del potere a somma variabile, ossia la capacità di apprezzare il valore altrui nel momento in cui si è in conflitto, di accettare le opinioni dell’altro pur non condividendole; vuol dire riconoscere i conflitti sforzandosi di collaborare piuttosto che vincere;
  • Saper comunicare ed esprimere le proprie emozioni ed i propri sentimenti, senza per questo sentirsi più deboli bensì liberi di esprimere la propria autenticità.
Detto questo l’assertività non è semplice da applicare, ed in effetti non ci riusciamo sempre, e questo è anche un bene; non bisogna pensare che assertività sia sinonimo di perfezione, è anzi vero il contrario, è accettazione della proprio umanità, delle proprie debolezze e dei propri difetti, anzi si può dire che senza questi non esisterebbe proprio, esisterebbe solo l’onnipotenza.
Essere assertivi significa in fondo sentirsi liberi di essere se stessi nella propria autenticità, significa poter sbagliare ma anche (e soprattutto) trovare il modo per ammetterlo per poi cercare di riparare all’errore; allora si può anche essere aggressivi a volte, altre si può chinare il capo, magari per non far del male agli altri, senza perdere però di vista i propri valori profondi e cercando di applicare il più possibile il rispetto per gli altrui diritti………continua...

sabato 3 novembre 2012

Perchè è importante giocare con i figli



Secondo un articolo recentemente pubblicato da Repubblica pare che i genitori italiani diano poca importanza ai momenti di gioco con i propri figli tanto da dedicare a questa attività solo 15 minuti al giorno in media (minuti ripartiti in “quasi mai” durante la settimana e poco tempo durante il week end); il resto del tempo disponibile fuori dal lavoro viene speso per i compiti oppure portandosi dietro i figli nelle diverse attività come fare la spesa oppure, ancora, accompagnando i pargoli ai vari corsi a cui vengono regolarmente iscritti. Tutto questo non stupisce se si pensa che solo 1 su 5 genitori intervistati ritengono il gioco una attività importante.
Questa idea però non è corretta; basti pensare che è proprio tramite l’attività di gioco che tanto il bambino quanto l’adulto imparano a gestire le proprie emozioni; pensiamo per esempio all’aggressività che può essere agita “come se” fosse vera e quindi liberata in maniera inoffensiva.
In questo senso il gioco diventa un modo adeguato per scaricare energia in eccesso, ma la sua utilità non si limita a questo. Pensando al rapporto genitori-figli l’attività ludica diventa una possibilità di confronto, giocando il bambino impara qualcosa in più sui propri genitori, li osserva e studia le loro espressioni, i loro movimenti (ed è per questo che sono perfettamente in grado di capire se il papà o la mamma stanno giocando solo per farlo contento oppure perché ne hanno veramente voglia; quindi è inutile cercare di imbrogliarli!) ed in questo modo misura le sue “forze” ed impara a comprendere quale è il suo ruolo nella famiglia, quello del bambino appunto. Infatti a partire dai 3 anni circa il bambino più che vincere preferisce confrontarsi con la perdita ( non è più utile farlo vincere per forza) e fa esperienza del fatto che il suo, in famiglia, è il ruolo del “piccolo”, che i genitori sono più forti ( e aggiungo che proprio per questo gli danno sicurezza) e così facendo inizia a confrontarsi con la realtà “vera” dalla quale non si può uscire sempre vittoriosi. Inoltre nel confronto inizia appunto a “studiare” i genitori ed in questo modo ad imitarli, gettando le basi per l’identificazione con i padre o la madre.
A questo punto va precisato che il gioco acquisisce un valore affettivo sempre diverso a mano a mano che il bambino cresce:
  • Fino al primo anno di vita l’attività ludica garantisce al bimbo le sensazioni (soprattutto corporee) che gli permettono di esplorare se stesso ed il suo corpo ma anche quello della madre; i giochi infatti sono quelli del toccare il corpo della mamma o gli oggetti che la mamma guarda, oppure, quelli di agitare braccia e gambe; questa modalità permette al bambino di distinguere tra sé e “non sé”, tra sé e l’altro.
  • Intorno ai 2 anni si aggiunge la possibilità che qualche oggetto acquisisca un valore “transizionale” ossia di sostituzione della figura di attaccamento nel momento in cui è concretamente assente. Nel tenere con sé sempre lo stesso pupazzo o nell’accarezzare la copertina la sera, il bambino dimostra di riuscire a sopportare l’assenza della mamma; di nuovo il gioco lo aiuta a separarsi e distinguersi dalle figure di riferimento.
  • Intorno ai 3 anni inizia il gioco di socializzazione; il bambino inizia a dimostrare attivamente il desiderio di giocare con gli altri, in primis i genitori.
  • Dai 4 anni il gioco assume pienamente il suo valore simbolico, ossia diventa un modo per esprimere il suo mondo interno, le sue emozioni, per discriminarle e riconoscerle.
  • Dopo i 6 anni il gioco diventa pienamente “sociale”; il bambino inizia a giocare in gruppo ed in questo modo impara a stare con gli altri, a rispettare le regole e le eventuali “penitenze”.
In sintesi il gioco svolge una doppia funzione nello sviluppo evolutivo: da una lato consente al bambino di comprendere la realtà a lui esterna e gli consente un buon adattamento; dall’altro lo aiuta a conoscere, interpretare e controllare il proprio mondo interno fatto di  desideri, pulsioni ed istinti.
Nel suo svolgersi il bambino può comprendere ed interiorizzare ogni nuova esperienza ed ogni nuova acquisizione e diventa in grado di interpretare i propri desideri ed iniziare a dar loro una forma di progettualità.
Il gioco è comunque (e per gli stessi motivi) fondamentale anche per l’adulto e nel suo svolgersi diventa un vero e proprio “archetipo” capace di organizzare l’attività psichica dell’uomo.
In molte mitologie la Divinità è vista come impegnata in una attività di gioco e che giocando (come Shiva per gli Indù) oppure danzando (come la Sapienza di Dio) crea il mondo; in questo modo l’uomo subisce il “gioco” divino ma può anche imitarlo finendo per incarnare la creatività divina e per realizzarla creando arte e cultura.

venerdì 23 dicembre 2011

Stress Natalizio

Il Natale, la festa più sentita, amata e attesa dell’anno, si è da tempo trasformata in qualcosa di molto diverso rispetto a quel periodo davvero magico di quando eravamo bambini. È tutto uno stress; tra regali da comprare, auguri da inviare, parenti da andare a trovare e cenoni da organizzare, più che una festa sembra un lavoro, un impegno a tempo pieno che comincia ad occupare gran parte delle nostre energie fisiche e mentali fin da novembre, con l’apparire in Tv dei primi spot di panettoni e pandori. Ci si trova ad avere anche a che fare con abitudini che magari non abbiamo mai sentito veramente nostre, che avremmo cercato di sfuggire per poi magari sentirci in colpa….e aumentare lo stress.
Stress da regalo
A fronte delle svariate tradizioni sopra elencate la conseguenza naturale è la frenesia da acquisto che si sviluppa proprio in questi giorni, l’acquisto del cibo per pranzi e cenoni ma, soprattutto, per l’acquisto dei regali. I regali di Natale più che momento gioioso e di condivisione per la maggior parte degli italiani sembrano essere una vera e propria fonte di stress, tra corse dell’ultimo minuto, indecisione su cosa acquistare e su quanto spendere. Sembra che siamo capaci di percorrere 15 km al giorno tra passeggiate e spostamenti con i mezzi pubblici e di dedicare circa 7 ore allo shopping natalizio ed alla ricerca del regalo ideale. Sembra strano ma è così; il Natale non è solo gioia e voglia sana di donare qualcosa, le festività di fine anno sono da più parti anche viste come ansia da regalo che si manifesta con l’irrefrenabile bisogno di acquistare il dono, di sceglierlo con cura ma al contempo vivere la scelta con quel minimo o massimo di insoddisfazione certi del fatto di non aver potuto operare la scelta giusta. A Natale inoltre si litiga anche con il partner per la scelta del regalo da fare, troppo caro per uno, inutile per l’altro e poi il Natale è anche il momento dell’anno in cui forse più che mai ci si rende conto di come spesso si guadagni troppo poco per riuscire a dare sfogo alla propria smania di regalare e non essere da meno nei confronti degli altri.
Le attese sbagliate generano lo stress di Natale
Queste abitudini non possono non generare stress; ma è davvero colpa del Natale? Non sarà che ad aumentare lo stress ci sono soprattutto una serie di aspettative sbagliate? Prima di tutto la voglia di sentirsi i migliori, quelli che hanno azzeccato il regalo giusto, capaci di stupire, di donare felicità. Ma anche quella di non deludere le aspettative altrui, di non fare gaffe o brutte figure. Il regalo di Natale allora diventa un dovere, un oggetto attraverso cui ci si sente misurati, analizzati, valutati; insomma, uno stress. Perdendo tutta la sua valenza divertente, piacevole, romantica, il regalo di Natale diventa sono una fonte di ansia, persino di sensi di colpa.
Come allontanare lo stress di Natale
Innanzitutto potrebbe essere utile cambiare le aspettative e, di conseguenza, i nostri comportamenti. Se il regalo esprime affetto non è necessario farlo per dovere; abbandonando i sensi di colpa si potrebbe decidere di fare regali a chi davvero desideriamo farne. Nella stessa ottica è possibile limitare il budget di spesa, perché l’importante è far sentire la propria vicinanza affettiva, non stupire con gli effetti speciali.
Secondariamente bisognerebbe programmare gli acquisti per tempo, evitando corse all’ultimo minuto; in questo senso è utilissimo dividersi i compiti e scegliere con cura i “compagni di shopping”, in base ad abitudini e gusti onde evitare litigi e discussioni. E se non si riesce comunque a pianificare tutto va ricordato che il 24 dicembre i negozi sono aperti fino al pomeriggio. A tutto si potrebbe anche aggiungere che i regali si possono anche pianificare, almeno qualcuno, via internet.
Infine l’ultima tendenza che arriva dagli esperti per superare indenni la prova regalo si chiama “shopping break”, ovvero la “pausa da acquisto”, cioè il momento in cui staccare la spina dalla maratona regalo, per ragionare, fare il punto della situazione e ricaricare le batterie per individuare il regalo giusto. Questo almeno è quanto emerge da uno studio di una agenzia di marketing italiana, promossa grazie al coinvolgimento di 120 esperti di regali: direttori e responsabili di negozi, commessi, consulenti e personal shopper, oltre a psicologi, medici, sociologi e personal trainer per capire come affrontare lo stress da regalo.
Lo shopping break è una vera e propria pausa d’acquisto, in cui rigenerarsi, fare il punto della situazione, pianificare le scelte giuste e dare spazio al confronto ed alla selezione di ciò che si è già visto e di ciò che c’è ancora da vedere. Un momento in cui rifocillarsi con una bevanda calda o un aperitivo: il tutto per non far diventare un tormento il momento dell’acquisto.

Sommando il tutto si può concludere che esiste una sola regola giusta per eliminare lo stress di Natale: spezzare le abitudini e fare ciò che si sente davvero.


sabato 26 novembre 2011

Psicologia e saggezza orientale

È capitato a tutti almeno una volta nella vita di provare un travolgente senso di autenticità, di libertà e di forza, magari solo per un momento; A. Maslow ha chiamato questi improvvisi stati di libertà e sollievo “peak experiences”, esperienza picco. Quello che forse non sapeva è che dei concetti simili erano presenti nella filosofia cinese secoli fa e sono espressi nel “I Ching”, il libro dei mutamenti.

Peak experiences e Plateau experiences
Maslow coniò il termine Peak experiences, ossia esperienza culmine, esperienza massima per descrivere quei momenti in cui si manifesta un forte senso di piacere e di sollievo, in cui ci si sente un tutt’uno con il mondo. Descrisse l’esempio di una giovane madre che mentre osservava il marito ed i figli fare colazione si sentiva allegra e rilassata; mentre entrò un raggio di sole attraverso la finestra la sua visione la portò a rendersi conto di quanto fosse fortunata; lo era sempre stata ma solo ora si rendeva conto di ciò che davvero significasse, in qualche modo il raggio di sole aveva portato alla sua consapevolezza qualcosa che sapeva già dentro di sé.
Maslow si accorse anche che era possibile rievocare questo stato di massima esperienza avuta e poi dimenticata ed il rievocare le esperienze di picco porta a sperimentare di nuovo la stessa sensazione, è come vedere quelle immagini composte da molti particolari all’interno delle quali si nasconde un disegno, uno volta che è stato visto diventa visibile in qualunque momento.
Maslow descrisse inoltre le Plateau experiences, letteralmente esperienze “altopiano”; una sorta di stato ottimistico di sottofondo, sensazioni di pace interiore in cui si sente di avere il proprio posto nel mondo, e di meritarlo. Questo tipo di sensazione è diverso dalle peak experiences; mentre queste sono improvvise e travolgenti, le Plateau sono più durature e maggiormente sfumate, sono lo sfondo attraverso cui poter favorire il ripetersi delle prime.
La sensazione provocata da queste esperienze è quella di essere anche noi a poter trasformare il mondo che ci circonda e non viceversa, anche perché con il mondo ci sentiamo in uno stato di coesione e partecipazione.
Questo tipo di esperienze sono fondamentali per riuscire a sentirsi pienamente realizzati e soddisfatti, in armonia con il creato, propositivi e creativi.

Dalla psicologia umanistica alla filosofia orientale
Gli stessi concetti di stati di estasi e stati di durata e stabilità li troviamo descritti nel “I Ching”, il libro dei mutamenti, un testo oracolare cinese antichissimo che è anche un concentrato di filosofia.
Le origini di questo libro sono considerate lontanissime nel tempo agli albori della storia cinese, nasce come libro oracolare, attraverso il quale, lanciando delle monete e vedendone il risultato numerico, si otteneva una risposta, all’inizio semplicemente si o no, nel tempo sono nate delle “sentenze” scritte nel libro che lo hanno reso più complesso; esso è formato da 64 combinazioni di simboli, per ogni simbolo esiste una descrizione o sentenza che dà la risposta alle domande.
Il libro dei mutamenti è però anche la base delle due religioni cinesi, il confucianesimo ed il taoismo, che sono state influenzate dai suoi contenuti filosofici e che a loro volta hanno influenzato l’I Ching. Il termine mutamenti è ciò che lo caratterizza sotto l’aspetto filosofico, tutta l’opera si basa infatti su un principio di base, quello che noi chiameremmo trasformazione della materia, il mutamento di stato delle cose appunto.
Comunque tutto il libro dei mutamenti si basa su due simboli principali: Ch’ien, il cielo, il creativo e K’un, la terra, il ricettivo.
Il creativo corrisponde alla forza luminosa, spirituale ed attiva, il suo fondamento è il movimento temporale e la perseveranza, va a rappresentare l’impulso creativo dell’uomo ed il senso di totalità.
Il ricettivo corrisponde alla forza in ombra, ancora oscura; la sua qualità è la dedizione e l’estensione dello spazio, nell’uomo rappresenta la solidità e la capacità di accogliere e contenere.
Questi due segni sono in rapporto stretto, il creativo può realizzare solo nel momento in cui collabora con il recettivo; in altri termini quest’ultimo fornisce la base operativa del primo.
Si potrebbe dire che il creativo senza il recettivo non porterebbe nulla a compimento, esattamente come le esperienze di plateau sono la base attraverso la quale rievocare esperienze di picco.
Inoltre nel simbolo del creativo è possibile individuare le “idee” allo stato puro, la forza e l’intensità caratteristiche delle esperienze di picco; nel recettivo può essere vista la stabilità e il profondo stato di quiete caratteristiche delle esperienze plateau.

Ri-evocazioni
A questo punto ci si potrebbe chiedere come sia possibile vivere nuove esperienze “picco”.
Uno stato di plateau experience provoca l’aumento delle possibilità di avere delle peak experience quindi il primo è uno stato d’animo non prescindibile per le seconde.
Uno stato di ottimismo e disponibilità verso la vita è sicuramente qualcosa che si basa sulle esperienze di vita, sulla certezza di poggiare su solide basi, ed in questo caso l’ambiente in cui si è vissuti sembra fondamentale; bisogna però pensare che la sicurezza può essere acquisita nel tempo, non per forza dall’inizio, chiunque potrebbe avere la fortuna ( o la capacità) di crearsi un ambiente adeguato allo sviluppo della propria sicurezza interiore, indipendentemente dal passato; è un po’ come per la rievocazione delle esperienze picco, da un ricordo è possibile ristrutturare un proprio modo di essere diverso dal passato, certo ci vuole tempo ma è possibile.
In questo circuito quindi non è importante da dove si parte, si può iniziare da una esperienza improvvisa e folgorante quanto da uno stato di tranquillità di sottofondo, entrambi possono condurre allo stesso obiettivo; la cosa veramente importante è l’esperienza di vita.
In realtà questi due tipi di esperienze, picco e plateau, si rinforzano a vicenda; più si vivono le prime più, nel tempo, si stabilizza la seconda e più questa è stabile maggiore è la possibilità di avere di nuovo le prime e così via, in un circolo dinamico che si rinforza da sé.
Spostandoci di nuovo sui simboli dell’I Ching ci viene detto dal libro dei mutamenti che quando i due simboli principali non sono in armonia tra loro e si allontanano non si produce la vita; essi lavorano insieme; il recettivo rimane sterile senza l’intervento del creativo (l’esperienza di plateau non si stabilizza se non avvengono più di una esperienza picco nel tempo ) mentre il creativo non può realizzare se non ha la base del recettivo (se le peak experience non hanno una base plateau non riescono ad essere prodotte).

Co-incidenze
Nella realtà la possibilità di entrare in questo circuito auto rinforzante non è così semplice, richiede la disponibilità ad entrare in un’ottica diversa dal solito, lontana dalla visione stretta e controllante che abbiamo della vita.
Siamo abituati a vivere la consequenzialità, a vedere la causa degli eventi ma non il loro valore intrinseco, Jung direbbe che viviamo immersi nel pensiero causale, in cui ad ogni azione corrisponde una reazione conseguente ed adeguata, ma non riusciamo a lasciarci sorprendere dalla casualità, dal fatto che le cose avvengano anche per caso e che non possiamo controllarle (come per caso ed in modo incontrollato si manifestano le peak experience).
Per esempio gli antichi cinesi più che interessarsi alle cause si interessavano al caso; per fare un esempio; noi diciamo che è successo il fatto “C” perché prima era accaduto “B” a sua volta provocato dal fatto “A”, spieghiamo gli eventi mettendoli uno di seguito all’altro, in nessi di causa effetto; gli antichi cinesi si sarebbero invece chiesti come mai sia successo che A B e C siano accaduti insieme, interpretando il collegamento tra i fatti come un evento casuale, fortuito portatore di un suo specifico significato.
Le esperienze picco sono appunto eventi fortuiti, casuali, che hanno un grande valore ma che bisogna essere capaci di vedere; Per tornare all’esempio dell’inizio, se la giovane madre fosse stata solo a preoccuparsi dell’orario e della preparazione, per esempio, della cartella dei figli il raggio di sole non lo avrebbe visto e si sarebbe persa l’opportunità di vivere una esperienza soddisfacente che ha dato all’improvviso un senso nuovo alla sua vita, il senso di una vita fortunata.
Per noi occidentali è banale, dice Jung, pensare che la cosa che sta avvenendo in un certo momento ha le caratteristiche peculiari di quello specifico momento, tanto banale da non farci caso, per la mentalità cinese non sarebbe così perché il singolo momento può lasciare segni molto stabili e duraturi nel tempo; sentirsi fortunati in un certo istante può cambiare il modo di vedere la vita ed innescare una serie di eventi fortunati ( è importante sentirsi fortunati per esserlo davvero).
In definitiva diventa necessario riuscire a slegarsi almeno per un attimo dalla catena di controllo con cui teniamo stretta la vita, lasciando spazio agli eventi che sembrano inutili o banali ma che guardati dal lato giusto possono nascondere la possibilità di trovare un senso nuovo alla nostra esistenza.

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