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martedì 11 giugno 2013

Elogio della depressione.....matrice di creatività

Illustrazione dal "Libro Rosso" di C. G. Jung

Spesso i comportamenti frettolosi, accelerati della nostra epoca nascondo una forte paura del vuoto e della depressione. Ma se da un lato questa patologia provoca dolore e solitudine, dall’altro può portare, se ben affrontata, delle insospettate risorse creative.

Della nostra epoca si dice sia “l’epoca della maniacalità”, della fretta e dell’ansia; in effetti è vero che siamo sempre più “di fretta”, perfezionisti, preoccupati, accelerati….e di conseguenza anche un po’ più superficiali.
Ma quante volte il perfezionismo nasconde la paura dell’abbandono e del biasimo? Quanto spesso l’accelerazione e la fretta mascherano la paura del vuoto? Quanto la possibilità di avere molte più informazioni e competenze superficiali si trasforma in paura dell’approfondimento, in svogliatezza?
In psicologia si dice che l’ansia vada “a braccetto” con la depressione, indicando con questo che spesso, molto spesso, la prima non è altro che la maschera della seconda.
Allora, forse, più che vivere in un’epoca maniacale viviamo “anche” nella sua controparte, un’epoca depressiva; qualcuno che non ricordo spiegava molto bene che in tempi come i nostri la depressione diventa una specie di “bene fondamentale”, perché va a soddisfare la naturale esigenza dell’uomo di approfondire sé stesso, le sue motivazioni e il senso della sua vita. Vivendo in continuo movimento e mutamento viene a mancare la possibilità di fermarsi, di sostare dentro se stessi e comprendersi un po’, fare il punto della propria situazione esistenziale. A questo punto il comparire di periodi di depressione (ovviamente non stiamo parlando della vera e propria depressione patologica descritta nei manuali diagnostici ma di quei momenti di profondo abbattimento in cui capita di incappare nella vita), diventa funzionale proprio a questi obiettivi.
Con questo non si vuole assolutamente minimizzare la portata “deflagrante” di un episodio depressivo, che provoca sempre una sofferenza acuta quanto “sorda” e di difficile risoluzione. La solitudine è forse una delle principali sofferenze di una persona depressa, quella straziante sensazione che non si possa fare affidamento su nessuno al di fuori di se stessi, quel circolo vizioso che continua a far sentire separati dal resto del mondo, una sofferenza che sembra nutrirsi e vivere di se stessa. Le persone che soffrono di più sono proprio quelle che non hanno la possibilità di dialogo, di confronto con gli altri; noi tutti infatti siamo prepotentemente sospinti a ricercare rapporti, perché è solo tramite questi che possiamo veicolare fuori di noi, e conoscere, le nostre emozioni.
Nei casi più gravi l’impressione è quella di una caduta senza ritorno; non c’è più nulla nel mondo esterno che possa aiutare, nessuno stimolo che solleciti l’interesse o che possa accendere un barlume di progettualità.
Ma allora come si fa per uscirne e, ancora, come si fa per convivere con questo stato dell’anima quando si presenta? L’unica soluzione pare essere quella di attribuire un senso agli eventi che provocano questo dolore. In questo caso è interessante quanto affermato da Carotenuto:
“ Le ferite dell’anima, però, possono trasformarsi in principi attivatori del nostro risveglio psicologico, capaci di innescare la nostra rinascita, il cambiamento a cui tutte le esperienze vissute ci hanno preparato. La particolarità della sofferenza, infatti, consiste nella possibilità che essa ci offre di trarre nutrimento dallo sviluppo della nostra vita interiore…… la sofferenza e la “prigionia” della nostra anima illuminano e rendono visibile il patrimonio più prezioso e nascosto delle nostre risorse psichiche.”
Uscire da una depressione significa portarsi dietro un pesante ma ricco fardello: tutte le esperienze psicologiche e tutte le riflessioni generate dalla depressione stessa. È per questo che in genere dopo un episodio depressivo se ne manifesta uno maniacale, di entusiasmo e di confusione, ricco di idee e spunti creativi che se si avrà costanza potranno essere messi a frutto. Non per niente molti artisti riferiscono di aver creato le loro opere migliori in una sorta di “incendio creativo” conseguente ad un periodo di depressione e profonda solitudine; questa infatti più di altre sofferenze psicologiche rappresenta una possibilità di metamorfosi e, spesso, fonte di arricchimento interiore.
Ovviamente questo non vuol dire che una depressione sia qualcosa di auspicabile; tutt’altro, dovremmo però essere capaci di entrare più spesso in contatto con le nostre profondità inconsce, trovare più spesso dei momenti per stare da soli con noi stessi; nel momento in cui le occasioni di “introversione” trovano libera espressione nella vita quotidiana diminuisce il rischio di affrontare un vero e proprio episodio depressivo.
Avremmo così più momenti di consapevolezza e saremmo capaci di trovare soluzioni creative alle nostre difficoltà molto più spesso e senza dover necessariamente attendere di sprofondare nel buio.

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domenica 2 dicembre 2012

Siamo ancora capaci di "perderci"? Riflessioni sul tempo "perso"


Una non troppo vecchia pubblicità di automobili chiedeva al telespettatore se fosse ancora capace di “perdersi”, in effetti al giorno d’oggi questa domanda appare tutt’altro che banale.
La nostra si è trasformata in una cultura della fretta, corriamo sempre, per andare al lavoro, per tornare a casa, per accompagnare i figli da qualche parte….corriamo anche quando dobbiamo farci una vacanza “rilassante”, da un monumento all’altro, da un locale all’altro, durante il week-end facciamo la “movida” (termine sicuramente emblematico).
Ma tutto questo movimento non corrisponde a sua volta ad un “perdersi”?
Dipende da cosa si intende con questo termine. Se perdersi equivale ad essere disorientati nella vita allora, si, sicuramente ci perdiamo spesso a fare cose la cui reale necessità appare dubbia. Ma se perdersi equivalesse, al contrario, ad un lasciarsi andare a se stessi, ad aspettare che si creino delle esigenze reali, fossero esse concrete o “dell’anima”, allora di questo oggi siamo meno capaci che mai.
È il famoso contrasto tra mondo esterno e mondo interno; equivale al chiedersi se le nostre azioni siano dettate da motivazioni personali o da esigenze esterne a noi, ossia dall’influsso sociale.
A ben guardare il nostro essere persi nel mondo corrisponde spesso ad un tentativo di riempire i “buchi” della vita; fino a che corriamo dietro alle centomila cose da fare non abbiamo il tempo di pensare a noi stessi, non abbiamo tempo di “prenderci il tempo”; ma basta un fine settimana durante il quale non ci siamo organizzati a fare qualcosa di specifico (fosse solo seguire il calcio) che ci sentiamo veramente “persi”, non sappiamo cosa fare, ci annoiamo.
In questo senso il termine “prendersi il tempo” è molto significativo, indica una posizione “attiva” nei suoi confronti.
Cercare di “riempirlo” è un modo come un altro per significare che ne abbiamo paura e che quindi ci limitiamo a “subirlo”, in sintesi assumiamo nei suoi confronti una posizione passiva, finiamo per esserne determinati, facciamo le cose per evitare di confrontarci con i tempi morti.
Al contrario allora prendersi il tempo corrisponderebbe ad un atteggiamento attivo, creativo; per esempio accettare la noia ed aspettare che si trasformi in qualcosa oppure in niente, in questo modo i “tempi morti” vengono accettati e ci si confronta con loro alla pari, il tempo magari trascorre “vuoto” ma non provoca sensazioni di disagio.
Winnicot, un famoso psicanalista del passato, affermava che il contrario di esistere non è “non esistere” ma bensì “reagire”; se ogni volta che facciamo qualcosa è solo come reazione a qualcos’altro vuol dire che non esistiamo per noi stessi ma che facciamo le cose in reazione a conflitti (con il mondo o con noi stessi) con i quali combattiamo le nostre personali guerre; questo significa che determiniamo quello che siamo esclusivamente in confronto con qualcosa di altro, dimenticando di guardare ciò che siamo davvero nel nostro profondo. È ovvio che entrambi gli atteggiamenti sono necessari, ma non dovrebbero mai essere sbilanciati troppo a lungo.
Il nostro perderci oggi corrisponde al continuo cercare alternative per riempire momenti vuoti, noi non ci perdiamo mai realmente, lasciandoci andare a quello che capita, noi in realtà abbiamo già molte alternative da attivare; la noia non fa in tempo ad arrivare che già sappiamo cosa fare, come “reagire” ad essa.
Da un punto di vista psicopatologico finiamo per soffrire di continua ansia anticipatoria, ossia la paura per quello che succederà, al cui fondo c’è sempre la paura del vuoto. Oggi la nostra è definita una società ansiosa ma a ben guardare forse bisognerebbe chiedersi se non sia una società depressa.
L’ansia infatti va spesso a “braccetto” con la depressione, è lo “psicofarmaco” più utile (ed utilizzato) contro il senso di vuoto, ossia la depressione. Questo significa che abbiamo paura di noi stessi e di ciò che ci alberga dentro, e che non vogliamo vederlo; la depressione, almeno nella sua forma reattiva, secondo qualcuno può essere una reazione a questa poca attenzione a sé, un tentativo estremo che la nostra psiche fa per farci confrontare con i nostri aspetti inconsci, tra cui le nostre necessità più profonde alle quali non diamo attenzione.
Senza voler davvero andare così lontano basti pensare che la noia per esempio è anche una possibilità creativa, nel suo manifestarsi crea la frustrazione, l’insoddisfazione, che ci costringe a trovare soluzioni alternative; in questo senso basta guardare i bambini ed i giochi che si inventano quando non sanno cosa fare, i giochi più strani ma anche i più divertenti. E questo è molto diverso dall’avere una soluzione già pronta, ha il sapore del “sorprendendente”, quante volte ci scopriamo o ci siamo scoperti a divertirci più del solito, magari con il partner oppure in famiglia o con gli amici, proprio nelle situazioni noiose? Questo perché le soluzioni che emergono sul momento sono più significative, parlano di quello che siamo in quel preciso momento della vita, al contrario delle alternative che vengono preparate in anticipo ed appaiono vuote di senso.
Allora diventa sempre più importante oggi riuscire a perdersi davvero, con consapevolezza e tranquillità, e lasciarsi andare al momento, un momento che più di ogni altro ci parla di quello che siamo ora e ci fa sentire profondamente dentro noi stessi, e ci può aiutare più di qualunque altra cosa a conoscerci o riconoscerci per la nostra speciale unicità.

domenica 7 ottobre 2012

GLI SCANDALI DELLA POLITICA E LA SCOMPARSA DEL SENSO DI COLPA





L’estinzione del senso di colpa nella politica ha raggiunto al momento attuale dei livelli che appaiono sempre più preoccupanti.
Nelle televisioni come nei giornali figure della politica, della finanza, della pubblica amministrazione fanno la fila per esprimere la mancanza di preoccupazione riguardo agli scandali che li coinvolgono, per dire a tutti quanto siano “sereni” nel centro del ciclone che hanno provocato.
Contemporaneamente dalla gente sorge sempre più forte una domanda….ma come mai non provano almeno un po’ di imbarazzo per ciò che hanno fatto?....una domanda che tra l’altro non ha necessariamente la qualità dell’indignazione o della rabbia quanto dello stupore. Si perché sembra stupefacente, non tanto l’entità del furto eventualmente effettuato, quanto la capacità di queste persone di mostrarsi in pubblico dopo esserne stati accusati.
Tutta questa situazione ci fa riflettere su come si stia trasformando oggi il senso di colpa tanto citato dalla psicologia e dalla psicanalisi, che oggi pare provocare effetti differenti rispetto al passato. Esso nasce dalla consapevolezza di aver danneggiato qualcosa, oggetti ma anche persone, con i propri comportamenti che in genere sono stati aggressivi o almeno indirizzati a soddisfare un proprio desiderio di forza o “onnipotenza” in barba agli altri. Questo tipo di comportamenti possono essere naturalissimi, utili nel momento in cui permettono la propria affermazione personale, ma poi nel loro stesso essere comportano anche lo “scotto” di pagare le conseguenze dei propri atti nel momento in cui portano al danneggiamento altrui; in sintesi si parla della responsabilità personale.
Appare quindi auspicabile che il senso di colpa porti ad un tentativo di riparazione del danno; questo però non è scontato. Il senso di colpa infatti non è facile da sostenere, appunto perché porta con sé il pagamento delle conseguenze; tornando ai vari personaggi pubblici non sembra di vedere una particolare sofferenza nel momento in cui continuano a dire che non sono responsabili e che sono “sereni”, questo dovrebbe indicare il fatto che stanno cercando di fuggire dal senso di colpa negandolo.
Questa negazione può seguire due strade; da un lato si può restare “incastrati” nella colpa, e questo significa che per paura di danneggiare gli altri non si fa più nulla, si resta bloccati e depressi in senso clinico; dall’altro si può fuggire dalla colpa innescando un sistema maniacale, cerco cioè di riparare freneticamente quello che ho rotto facendo finta che non sia successo niente.
È come rompere un vaso; nel primo caso mi convincerò di distruggere tutto ciò che tocco e quindi non prenderò più in mano niente, nel secondo provo a incollare i pezzi della porcellana sperando che nessuno si accorga della differenza, oppure dicendo che non sono stato io, diventando un bugiardo.
Pare che le persone che sempre più spesso vediamo in TV abbiano scelto la seconda strada, quella del comportamento maniacale.
Entrambe queste modalità però non sono adeguate, per il semplice motivo che negano un fatto fondamentale, ossia che nel muoversi (e nel vivere) inevitabilmente qualcosa si rompe e che l’unica cosa possibile da fare è ammettere l’errore e cercare di riparare i danni in modo maturo oppure facendo più attenzione per il futuro. Per il resto altrimenti esistono solo il blocco depressivo o la vana fuga maniacale.
Se però l’attuale situazione politica e finanziaria nega il senso di colpa è perché la società odierna sta muovendosi nella stessa direzione; che è poi la direzione dell’eccesso di individualismo.
Come già detto il senso di colpa diventa un elemento ponte necessario per sviluppare il senso di responsabilità personale, che a sua volta comporta la capacità di mettersi nei panni degli altri (altrimenti non potremmo renderci conto di averli danneggiati). Oggi invece sta via via assottigliandosi la consapevolezza della presenza dell’Altro; se si pensa di esistere senza gli altri, spettatori solo di sé stessi, come si può provare il senso di colpa?

domenica 26 febbraio 2012

Una crisi "stupefacente": finanziarie, cocaina e psicologia


Quando si parla della crisi economica i principali argomenti sono rappresentati da dati statistici e dagli andamenti di borsa, dai rischi di “default” e dall’indebitamento di stati e di finanziarie, quindi da una serie di fatti; ma tutto questo non è che la punta dell’iceberg, infatti non dobbiamo dimenticare che alla base di tanti “fatti” ci sono le persone che questi fatti li compiono, delle persone che hanno una testa pensante, che hanno un’anima psicologica; ed è questo il punto dove il dato economico e quello psicologico si intrecciano.
Prima di arrivare al punto cruciale della psicopatologia e dell’abuso di sostanze negli ambienti della finanza e della politica, una prima riflessione vuole essere sull’origine della crisi che attanaglia l’Europa; una delle principali cause è stata rappresentata dai crack di alcune grandi finanziarie d’oltreoceano il cui crollo è stato causato dall’eccessiva esposizione in transazioni finanziarie troppo poco sicure e dal conseguente livello di indebitamento.
Questo fatto ci permette di estrapolare un primo dato di valore psicologico: chi ha attivato e portato avanti coscientemente questo processo è stato incapace di far valere il senso del limite; questo può dirci che la tendenza è quella di raggiungere il massimo profitto nel breve termine, al di là di ogni regola stabilita e senza pensare alle conseguenze. Alla base di questi eventi disastrosi c’è una mentalità che dà valore solo al successo immediato ed al potere; altrimenti non ci si spiegherebbe come queste persone non si siano rese conto che stavano correndo incontro alla loro autodistruzione e alla distruzione degli investimenti dei risparmiatori (che poi sono finiti sul lastrico) oltre che verso una crisi che ha provocato un aumento di patologie psicologiche nella gente (vedi art. “La crisi e i suoi psico-derivati”).
In conclusione si potrebbe dire che il disturbo di cui soffrono alcune delle persone che lavorano nella finanza, ma anche nella politica, sia legato alla difficoltà di rispettare gli altri, di provare empatia per il prossimo; viene da sé che da qui al rompere il legame di solidarietà con la società e con le leggi della collettività (quelle leggi che sono nate appunto per garantire la stabilità e la sicurezza degli uomini ) il passo è davvero molto breve. La conseguenza è che non vengono rispettati gli altri come persone ma li si vede solo come semplici strumenti al fine di realizzare i propri scopi e le proprie ambizioni di potere; l’Ego si espande illimitatamente avendo perso i confini rappresentati dagli altri (spogliati ormai del proprio valore) fino a giganteggiare solo ed onnipotente.
Questo tipo di personalità porta però con se anche un ulteriore aspetto, quello che potrebbe essere definito il rovescio della medaglia: l’autodistruttività, quella che appunto si è vista in opera agli albori della crisi finanziaria.
Nessuna persona è tanto sciocca da non riuscire ad accorgersi, anche se in modo parzialmente inconscio, che tutta l’onnipotenza ed il potere che sta accumulando non sono altro che illusioni causate dal fatto che si legge il mondo solo attraverso il proprio “totalizzante” sguardo; in altri termini queste persone non sono psicotiche, hanno comunque integra la capacità di riconoscere il principio di realtà, la concretezza di ciò che accade, e che quindi l’espansione del loro Io, del loro potere, non corrispondono ad un reale aumento di valore della loro personalità, della loro interiorità.
Semplicemente però continuano a mentire a sé stessi fino a raggiungere un tracollo che porta dietro di sé anche le altre persone legate alle loro attività in quello che Risè definisce un “suicidio sociale”; queste persone nel loro delirio di forza e realizzazione non possono in alcun modo riconoscere la loro situazione di reale vuoto e assenza di valore che li farebbe sprofondare in una depressione senza fondo ma che potrebbe fermare il loro delirio.
Da questi caratteri appena delineati si può azzardare a dire che la dinamica psicologica in cui queste persone vivono è di tipo schiettamente narcisistico quando non sociopatico.
In ogni caso il punto dell’autodistruzione e dell’onnipotenza rappresenta il raccordo con l’abuso di sostanze stupefacenti, in particolare la cocaina, sostanza che a partire dagli anni ottanta (periodo in cui, secondo alcuni, sono stati gettati i semi della crisi economica attuale) è stata la sostanza privilegiata del mondo della politica, della finanza e dei “brokers” attivi in borsa.
Ora, se determinate persone che hanno già in partenza un particolare bisogno di acquisire potere ed influenza raggiungono certi livelli di importanza avranno anche una fortissima paura di ritornare allo stato iniziale di impotenza e disvalore che provavano precedentemente (si, perché il lato oscuro di questi comportamenti narcisistici e maniacali non è altro che la depressione) e faranno di tutto per mantenere lo stato di esaltazione che hanno raggiunto, e per farlo uno dei modi migliori è quello di ricorrere alle sostanze stupefacenti che hanno la capacità di far dimenticare il fatto che il potere ed il successo raggiunti non sono altro che una illusione che può cadere da un momento all’altro e che, soprattutto, impediscono di provare un minimo senso di responsabilità nel momento in cui si compiano azioni eticamente scorrette in nome del proprio successo personale.
In base a ciò che ha rivelato uno psicoterapeuta newyorkese che ha in terapia diversi broker di Wall Street pare che l’uso di cocaina (ma anche di prostituzione di lusso) sia molto frequente e addirittura favorito dalle dirigenze delle agenzie finanziarie; pare quindi che non solo la mentalità del tutto e subito in barba agli altri sia presente ma addirittura favorita, infatti solo una persona con un delirio di grandezza e che è incapace di tenere conto degli altri può spingersi fino al punto di raggiungere l’autodistruzione pur di creare profitto.
Ora, a voler guardare le conseguenze provocate dall’abuso di cocaina si trovano dei punti in comune con questa mentalità: usando la cocaina il soggetto si sente proiettato nella vita con una forza ed una “padronanza” straordinarie; da qui nasce l’euforia, uno stato di potere senza confini, di sicurezza vittoriosa verso il mondo. Da questa visione squilibrata si originano però anche aspetti negativi legati alla realtà; la paura verso un mondo troppo pressante, la competitività all’ennesima potenza che provoca sospetto verso gli altri, la consapevolezza che la realtà è troppo grande per controllarla tutta. Da queste crisi che sono sempre sottintese nell’abuso di cocaina si generano agitazione psicomotoria, l’aumento dell’aggressività, la paranoia ma anche la depressione.
In estrema sintesi l’uso di cocaina rinforza alcuni tratti di personalità come l’aggressività, l’egocentrismo ed il narcisismo ed aumenta la possibilità (sulla scia dell’onnipotenza) di attuare comportamenti a rischio sia per sé che per gli altri.
Nel momento in cui l’abuso si trasforma in cronicizzazione il soggetto non può più fare a meno dello stato di espansione del sé, dell’euforia e del potere; si innesca così uno stato paradossale: da un lato il consumo porta a percepire la caduta dell’illusione di potenza (a causa dell’emergere delle paure), dall’altro cerca di mantenere a tutti i costi l’illusorietà di una euforia ed una espansione di sé che non hanno basi concrete su cui basarsi.
Il problema è, tornando a noi, che cercare di mantenere una illusione di profitto infinito e di crescita illimitata non ha fatto altro che portarci un po’ più vicini all’orlo del baratro; se la situazione psicologica di molti di coloro che fanno politica o fanno finanza è davvero questa si perdono in partenza le prospettive per un miglioramento della situazione economica perché nulla può essere costruito da chi è capace di distruggere tutto pur di mantenere una illusione.
Certo questa è solo una riflessione, forse scontata, forse addirittura allarmistica, ma sicuramente un po’ di attenzione anche agli aspetti psicologici alla base dei fatti appare sempre più necessaria e potrebbe aiutare ad evitare il solito ripetersi degli eventi cercando di lavorare sulle cause che li provocano.

domenica 4 dicembre 2011

Il fantasma del "sacrificio"

In questi giorni negli incubi degli italiani vaga sempre più spesso lo spettro del “sacrificio” prospettato dall’attuale governo. La reazione è depressiva in quasi tutti i casi, fare un ulteriore sforzo spaventa; questo perché il “momento del sacrificio” viene visto in generale come momento eterno mentre non se ne riesce a cogliere la possibilità trasformativa.

Le scomode decisioni di cui si dovrà fare carico l’attuale governo stanno sempre più spaventando l’opinione pubblica; la percezione che hanno la maggior parte delle persone è quella di una situazione in cui da un lato c’è ,anzi, ci sarà, chi farà dei sacrifici per far riprendere il paese mentre dall’altro c’è, ci sarà, chi non vorrà impegnarsi perchè non ritiene necessario abbandonare una possibilità di benessere immediata. E questo fa innervosire oltre il dovuto, soprattutto chi è disposto allo sforzo, fa preoccupare l’idea in generale di dover soffrire ancora; la paura di fondo è che da tanti sforzi potrebbe non venirne niente.
Questo modo di pensare nettamente separato in due, questo modo di guardare alla situazione attuale, però, nonostante possa certamente poggiare su dei dati reali, è pericoloso per la persona, crea squilibrio nella personalità e di conseguenza amarezza e stress, con l’autentico rischio che ci si fasci la testa prima di sbatterla e di lasciare il campo libero all’ansia ed altri dolori psichici legando le paure per il futuro alla situazione realmente critica di questo momento (vedi post sulla crisi economica).
Questo modo di percepire le cose fa male perché è una percezione scissa in due polarità rigide e contrapposte; il sacrificio da un lato, la sconsideratezza dall’altro. Il problema è che chi entra solamente nell’ottica del sacrificio rischia di farlo in modo masochistico senza sperare in un vantaggio mentre chi entra esclusivamente in quello della sconsideratezza lo fa utilizzando la negazione dei problemi rischiando di non riuscire a comprendere la gravità reale della situazione. La rigidità di questi due modi di pensare fa rimanere ognuno impantanato nelle proprio opinioni e invischiato nei propri foschi pensieri senza poterne uscire.
Allora a fronte di queste strade senza uscita bisogna ricordare che il termine sacrificio deriva da “sacrum facere” ossia “rendere sacro” qualcosa, offerta alle divinità e preghiera; in quanto preghiera dovrebbe essere disinteressato, chi prega “spera” e non “pretende” che le cose migliorino.
Quindi sacrificio come “tensione del vivere” e non come semplice masochismo coattivo; Alexander Lowen, fondatore della Bioenergetica, diceva che l’uomo è come un elastico teso fra cielo e terra, teso e vibrante perchè attraversato dalle energie tanto psichiche quanto fisiche che lo rendono vivo e soddisfatto; una tensione vitale quindi e non stressante.
Sotto questo aspetto la tinta fosca di cui ai nostri occhi è tinto il sacrificio viene schiarita e lo si può far rientrare tra gli eventi naturali e non per forza devastanti della vita.
Il mito al fondo della cattiva opinione che si ha del sacrificio deriva dall’insopprimibile desiderio dell’uomo di riuscire ad attraversare indenne la vita, una sorta di fantasia del Paradiso Terrestre.
In realtà attraversare l’esistenza con troppa leggerezza è come attraversare una tangenziale senza prima guardare a destra e a sinistra, può andare bene ma non è sempre detto.
Nello stesso tempo passarla immersi in sacrifici snervanti ed eccessivi è un po’ come continuare a lavare i panni a mano pur avendo in casa una lavatrice.
Anche restare in mezzo fermi tra i due modi non sarebbe produttivo; nella staticità si nasconde spesso la nevrosi.
In realtà la vita può essere attraversata in maniera “dinamica”, oscillando tra i due poli, il sacrificio può essere visto cioè in un’ottica trasformativa; i due modi di vivere sopra esposti non sono negativi in sé per sé, il problema è legato alla staticità; quando si è immersi nel sacrificio di sé non si riescono a vedere i momenti belli anche se ci sono, e si resta tristi e senza speranza; quando si vive in maniera troppo superficiale non ci si rende conto dei pericoli ma vengono perse anche le emozioni profonde che rendono piena la vita; in ogni caso in ognuno dei due c'è il rischio di restare chiusi in se stessi senza accorgersi realmente del mondo che sta intorno.
È vero che la vita può essere a volte sofferenza e pesantezza come è vero che può altre volte essere gioia e leggerezza; la cosa più importante è che dalla vita piuttosto che malconci oppure indenni se ne riesca ad uscire trasformati, arricchiti e più maturi, ma questo lo si può fare solamente uscendo ogni tanto da una delle due ottiche per entrare a conoscere anche l’altra.

mercoledì 30 novembre 2011

La fine delle passioni

Le passioni ci spaventano, è vero che ogni tanto ci troviamo a provarne di travolgenti, amorose, sessuali, politiche, paurose etc., ma possiamo davvero chiamarle passioni? In realtà sono spesso emozioni (rabbia, paura, disgusto, gioia etc.) che durano poco, le vere passioni comportano riflessione, sono durature e spesso provocano sofferenza e proprio per questo ci fanno paura, ci fanno perdere il controllo e di conseguenza cerchiamo di spegnerle. Il problema è che più che sparire finiscono per trasformarsi in ansia o depressione e più che “passioni” finiscono per diventare veri e propri “patimenti” dell’anima.
Per capire come mai le passioni stiano sempre più sparendo è necessario riflettere sul significato della parola passione; dal latino “soffrire” “sopportare”, quindi passione vuol dire provare una sofferenza ma anche sopportarla e quindi bisogna andare a cercare il significato, tra gli altri, di sopportare; dal latino “supportare, sostenere”, indica quindi uno sforzo per portare su di sè qualche cosa, in questo caso potremmo pensare ad una emozione tanto forte e travolgente da fare quasi male.
Fino a qui tutti bene, tutti soffriamo e sosteniamo quindi non si potrebbe dire che le passioni siano in estinzione, anzi tutt’altro. Però il termine “sopportare” ha anche un ulteriore significato più specifico: “resistere” ed in questo caso invece si può spiegare il titolo di questo articolo.
Se alla base della passione c’è anche la resistenza il discorso potrebbe cambiare; le passioni sono lì per insegnare qualcosa, per parlarci di noi, ma noi non vogliamo ascoltarle proprio perchè portano con sè la sofferenza prolungata. Oggi però è sempre più difficile trovare chi piuttosto che chiudere gli occhi di fronte alle cose che non vanno decide di analizzarle e trovare una risposta.
Le emozioni travolgenti esistono ancora, ma le passioni, che durano a lungo, no, non c’è voglia di resistere, se una cosa non può essere ottenuta viene abbandonata per un’altra, c’è sempre meno voglia di combattere ed impegnarsi per ciò che si desidera, e il combattimento è “passione”.
Non è possibile comprendere le passioni senza prendersi il giusto tempo per ascoltarle, ed il problema è proprio il tempo, sempre più prezioso e sempre più centellinato.
Non è altrettanto possibile comprendere una passione senza entrarci in relazione, ma come si può fare per rapportarsi con essa? Solamente sperimentandola; ma allora come sperimentarla? Vivendola nella vita reale.
Alla base di questo meccanismo c’è quella che in psicologia dinamica viene chiamata proiezione, l’attitudine prettamente umana a rispecchiarsi negli altri; Jung diceva che per scoprire la propria Ombra personale (il lato nascosto ma anche sconosciuto di sè) poteva essere un buon inizio osservare ciò che meno piace degli altri e vedere se per caso quelle caratteristiche non albergassero anche in se stessi; ovviamente questo può valere tanto per caratteristiche negative quanto positive (anche se in via generale ciò che appartiene all’Ombra tende a fare paura). Questo principio quindi parla della naturale tendenza dell’uomo a cercare di conoscersi, e rivedersi negli altri è un modo come un altro per farlo, forse anzi il modo migliore.
Riconoscere le proiezioni comporta appunto tempo e sofferenza, comporta passione. La passione che ci lega al partner, ai figli, la passione sessuale e travolgente, il senso di appartenenza a qualche cosa, tutto avviene tramite questo meccanismo di base che quindi è prima di tutto un mezzo di conoscenza a nostra disposizione.
Provare passioni significa vivere nel mondo e rapportarsi ad esso, alle persone, agli eventi, significa riuscire a condividerle prima ancora di riuscire a capirle, significa stare con gli altri.
Il tempo diventa un elemento fondamentale; le passioni nascono dalle emozioni e le emozioni sono delle reazioni corporee che lasciano il tempo che trovano; per un momento abbiamo una certa reazione emotiva che però, come tutto ciò che comporta una scarica chimica fisiologica, tende ad esaurirsi per poi ripropoporsi quando ce ne sono i motivi scatenanti; le emozioni per essere capite, si potrebbe dire “patite”,  hanno bisogno di tempo.
Per appassionarsi allora bisogna vivere il mondo e le persone ma anche darsi il tempo di vivere le emozioni che ciò che ci circonda provoca in noi, nel cuore e nello stomaco prima ancora che nel cervello.
Solo dando spazio dentro di sè a ciò che si prova è possibile trovare un senso ai sentimenti, e questa attesa è l’attesa della passione, del sentimento travolgente.
Questo ascolto provoca patimento al nostro Io, alla parte cosciente di noi che vorrebbe tenere sotto controllo la situazione e spegnere le avvisaglie dell’incendio prima che possa provocare degli sconvolgimenti nell’anima.
E qui sta il punto, pur di non perdere il controllo vengono soffocate le passioni, basta pensare che questo è il comportamento alla base dell’ansia, ossia il tentativo di prevenire ciò che non ci aspettiamo, un tentativo che a volte raggiunge livelli patologici che a loro volta provocano comunque sofferenza psichica.
Ma non è solo l’ansia il nemico delle passioni, lo è anche la depressione, lo stato di anestetizzazione verso il mondo (anche verso quello interno) che impedisce le emozioni sul nascere, le congela prima ancora che arrivino sulla soglia, per evitare il riproporsi di un dolore.
Il tentativo, in sintesi, è proprio quello di bloccare il tempo, perchè pensare che lo sconosciutoche  bussa alla porta possa generare solo sconvolgimento negativo non è altro che chiusura in un passato negativo che magari spaventa, è mancanza di apertura verso un presente ed anche un futuro che invece potrebbero essere migliori.
Ma la paura di soffrire è troppo forte, il tenere fermo il tempo dà maggiore sicurezza, la sicurezza che ci viene da un mondo che anche se insoddisfacente è conosciuto, Fromm diceva, non per niente, che la più grande paura dell’uomo è la libertà; e si potrebbe aggiungere, le passioni liberatrici.
Ma allora come fare; il bisogno di sicurezza non è così facilemte superabile, come non lo sono l’ansia o la depressione.
Forse sarebbe necessario considerare bisogno di sicurezza, ansia e depressione delle passioni; esse infatti provocano comunque sofferenza consapevole, in particolare l’ansia, e quindi è necessario dare loro libertà di cittadinanza nel regno delle passioni.
Allora, se anche loro sono passioni, bisognerebbe lasciargli spazio; il dolore psichico migliora nel momento in cui viene ascoltato, nel momento in cui gli viene riconosciuto un senso ed uno spazio, è proprio questa per esempio la  prima utilità di una cura psicologica, appunto basata sull’ascolto.
Cercare di ascoltare i sintomi piuttosto che cancellarli o negarli, tramite l’esclusivo uso di farmaci per esempio, dà il via al loro riconoscimento e permette di trovargli un senso ma, soprattutto, è anche un modo per entrare in contatto con se stessi; un percorso di certo lungo e sofferto ma sicuramente ed autenticamente liberatorio.
E non è neanche detto che questo significa passare attraverso una lunga psicoterapia; quando il dolore psichico è  moderato può essere sopportato e compreso nel suo significato con l’aiuto degli altri; Borgna in un recente libro parla di “comunità di destini”, intendendo con ciò la possibilità di condividere il disagio e la sofferenza; confrontarsi con altri che provano lo stesso disagio permette di comprendere quale sia lo scopo ultimo del dolore psichico, permettere l’incontro con l’altro, tanto l’altro fuori di noi (le altre persone) quanto l’altro (il diverso da sè) che ospitiamo nella nostra anima.

sabato 19 novembre 2011

La crisi e i suoi (psico) derivati

È di ieri la notizia di uno studio svolto da Confesercenti sulle aspettative degli italiani riguardo alla crisi economica. Secondo questa indagine siamo sempre più pessimisti ed il 96% degli intervistati pensa che il peggio debba ancora venire. Corollario della crisi è l’aumento dei disturbi psicologici, in particolari quelli depressivi e d’ansia, legati a demotivazione, disistima e perdita di identità. Ma ci sono anche dei fattori protettivi rispetto a questi disturbi e sono legati al senso di efficacia personale e, soprattutto, dalla presenza della rete sociale.

La situazione economica mondiale ed europea in particolare sta raggiungendo picchi sempre più gravi, crollo delle borse, disoccupazione, licenziamenti, mancanza di soldi per arrivare a fine mese sono sempre più diventati i nostri “diavoli” personali; e, peggio ancora, di questa crisi non se ne riesce a vedere la fine.
Secondo la Confesercenti gli italiani Sono sempre più pessimisti. Ritengono che la crisi economica non stia affatto terminando, sono sempre più preoccupati per il futuro del mercato del lavoro, sono sempre più allarmati per le prospettive della propria situazione familiare, e stanno perdendo la speranza. Ancor più significativo il fatto che i più preoccupati siano, oltre alle persone vicine al pensionamento che guardano con timore alla possibile riscrittura del sistema previdenziale, proprio i giovani e gli studenti.
Da giugno a oggi, è aumentata dal dal 57% al 71% la quota di italiani assolutamente convinta che il peggio non sia passato, mentre sale dal 27% al 42% la percentuale di persone preoccupata per il futuro del suo stesso posto di lavoro
Il vissuto di incertezza per il futuro, la paura della perdita del lavoro, la recessione danno il via all’ansia, alle preoccupazioni ossessive per il lavoro; ad essere colpiti da questo stato d’animo non sono solo le persone che il lavoro lo hanno perso ma anche i loro colleghi che sono riusciti a mantenerlo.

Nel primo caso quello che viene perso è il proprio senso di identità; uno dei principali elementi che lo costituisce è infatti rappresentato dal lavoro, dalla propria capacità produttiva, la forza sufficiente per mantenere magari i propri familiari; il venire a mancare di un’occupazione vuol dire non avere più un ruolo sociale, la capacità di sostentare se stessi e magari la propria famiglia. Ognuno di noi però è proprio sui ruoli sociali che sviluppa la rappresentazione di sé e la sicurezza che gli consente una corretta integrazione sociale; la perdita di lavoro incide quindi tanto sul ruolo sociale quanto sull’autostima. Venuta a mancare l’occupazione si rischia quindi di precipitare in una spirale depressiva, la depressione infatti si sviluppa sulla base del senso di perdita, in questo caso la perdita del lavoro equivale a perdere una considerevole parte di sé che lascia un vuoto nella persona.
Non per niente sono aumentati negli ultimi anni i suicidi causati dall’improvvisa disoccupazione, alla loro base spesso c’è uno stato depressivo che non è stato tenuto in considerazione.

La situazione non è necessariamente migliore per chi un lavoro ce l’ha ancora; anche se meno grave l’attuale situazione lavora ai fianchi fino a portare allo sfinimento e sull’incertezza, sulla mancanza di prospettive attecchisce l’ansia. La paura del licenziamento, di perdere tutto ciò che si è costruito per una vita, crea delle vere e proprie ossessioni. L’ansia infatti è una reazione naturale di fronte all’incertezza ed alla paura, una specie di segnale di allerta; per chi ancora ha un lavoro è come vivere perennemente con una spia di pericolo rossa e lampeggiante dentro la propria testa.
In base allo studio citato gli italiani hanno una visione del futuro sempre più fosca, ormai pochissimi pensano che la situazione migliorerà nel breve periodo, ancora peggiore è il fatto che la percentuale dei pessimisti sia aumentata in pochi mesi, vuol dire che il senso di disillusione e delusione è sempre maggiore.  Crolli improvvisi delle convinzioni positive sono terreno fertile per la depressione e la demotivazione.
In effetti è proprio il circuito motivazionale che finisce per spezzarsi; noi ci sentiamo motivati a svolgere una certa azione perché agiamo sull’onda di tre fattori principali: un fattore emotivo che ci porta a desiderare qualcosa, un fattore cognitivo che riguarda le aspettative di successo nel raggiungere questo qualcosa, un fattore volitivo che è rappresentato dalle azioni concrete che svolgiamo per raggiungere il nostro obiettivo.
Tanto la depressione quanto l’ansia finiscono per inceppare questo circuito bloccandolo; l’abbattimento emotivo agisce sul primo fattore mentre l’ansia sul secondo, sulle aspettative di successo. Questo vuol significare che l’attuale vissuto di incertezza blocca il desiderio, la voglia di agire, persino la voglia di cominciare qualunque cosa; è una forma di difesa dalla delusione.
Si può provare a difendersi diversamente, per esempio buttandosi in nuove imprese in modo maniacale, ma questa non è che una negazione del problema; è della scorsa settimana un articolo sul Resto del Carlino che parlava proprio di questo, del fatto che come reazione psicologica alla crisi molte persone decidono di buttarsi troppo velocemente in attività che non sono state ben pianificate e questo è un sicuro indicatore di insuccesso.

Difendersi dalla crisi deprimendosi o negandola non sono i modi migliori per risolvere la situazione.

Come sempre in questi casi il fattore tempo è importante, non si può agire sull’onda della fretta.
Il primo fattore protettivo dai vissuti depressivi maniacali o ansiosi è la ristrutturazione delle aspettative; diventa cioè necessario non puntare troppo nettamente sull’obiettivo finale ma concentrarsi sui cosiddetti sotto-obiettivi; più semplicemente, piuttosto che concentrarsi su una promozione di questi tempi potrebbe essere meglio riuscire ad accontentarsi di un piccolo aumento.
Un secondo fattore potrebbe essere il tentativo di sviluppare delle azioni creative; per esempio trovarsi degli interessi e cominciare a coltivarli, questo aiuta a sentirsi meglio con se stessi ed a concentrare l’attenzione maggiormente sulle proprie capacità. Un ulteriore vantaggio dello sviluppare la creatività è che così facendo si entra in rapporto con se stessi in maniera più profonda e ci si può sentire più soddisfatti, aiuta a capire che se il mondo è un po’ più buio e persecutorio ci si può prendere cura di sé in prima persona.
Un terzo fattore, più importante degli altri è legato alla possibilità di mantenere una rete sociale funzionante. La rete delle relazioni rappresenta la palestra dove si impara ad avere fiducia in sé e negli altri, dove si impara a non rimanere soli di fronte alle difficoltà. Rompere questa rete significa ridurre la possibilità di reagire positivamente e creativamente alle crisi.
Avere una rete sociale intorno, vuoi la famiglia, vuoi gli amici, vuoi un gruppo di riferimento, è uno degli aspetti psicologici che concorrono alla formazione di quella capacità di reagire positivamente ai cambiamenti e di trasformarli in opportunità; in termini tecnici si parla di “resilienza” oppure di “efficacia personale” che però sono appunto delle competenze che non possono svilupparsi al di fuori di una rete di relazioni  significative e solide.
Le persone con cui abbiamo rapporti di alto valore affettivo sono quelle che meglio di chiunque altro possono non soltanto sostenerci nelle difficoltà, anche in senso pratico, ma sono soprattutto quelle che ci ricordano in continuazione che abbiamo un valore che travalica il ruolo sociale o la produttività, il valore dell’esserci.