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martedì 11 giugno 2013

Elogio della depressione.....matrice di creatività

Illustrazione dal "Libro Rosso" di C. G. Jung

Spesso i comportamenti frettolosi, accelerati della nostra epoca nascondo una forte paura del vuoto e della depressione. Ma se da un lato questa patologia provoca dolore e solitudine, dall’altro può portare, se ben affrontata, delle insospettate risorse creative.

Della nostra epoca si dice sia “l’epoca della maniacalità”, della fretta e dell’ansia; in effetti è vero che siamo sempre più “di fretta”, perfezionisti, preoccupati, accelerati….e di conseguenza anche un po’ più superficiali.
Ma quante volte il perfezionismo nasconde la paura dell’abbandono e del biasimo? Quanto spesso l’accelerazione e la fretta mascherano la paura del vuoto? Quanto la possibilità di avere molte più informazioni e competenze superficiali si trasforma in paura dell’approfondimento, in svogliatezza?
In psicologia si dice che l’ansia vada “a braccetto” con la depressione, indicando con questo che spesso, molto spesso, la prima non è altro che la maschera della seconda.
Allora, forse, più che vivere in un’epoca maniacale viviamo “anche” nella sua controparte, un’epoca depressiva; qualcuno che non ricordo spiegava molto bene che in tempi come i nostri la depressione diventa una specie di “bene fondamentale”, perché va a soddisfare la naturale esigenza dell’uomo di approfondire sé stesso, le sue motivazioni e il senso della sua vita. Vivendo in continuo movimento e mutamento viene a mancare la possibilità di fermarsi, di sostare dentro se stessi e comprendersi un po’, fare il punto della propria situazione esistenziale. A questo punto il comparire di periodi di depressione (ovviamente non stiamo parlando della vera e propria depressione patologica descritta nei manuali diagnostici ma di quei momenti di profondo abbattimento in cui capita di incappare nella vita), diventa funzionale proprio a questi obiettivi.
Con questo non si vuole assolutamente minimizzare la portata “deflagrante” di un episodio depressivo, che provoca sempre una sofferenza acuta quanto “sorda” e di difficile risoluzione. La solitudine è forse una delle principali sofferenze di una persona depressa, quella straziante sensazione che non si possa fare affidamento su nessuno al di fuori di se stessi, quel circolo vizioso che continua a far sentire separati dal resto del mondo, una sofferenza che sembra nutrirsi e vivere di se stessa. Le persone che soffrono di più sono proprio quelle che non hanno la possibilità di dialogo, di confronto con gli altri; noi tutti infatti siamo prepotentemente sospinti a ricercare rapporti, perché è solo tramite questi che possiamo veicolare fuori di noi, e conoscere, le nostre emozioni.
Nei casi più gravi l’impressione è quella di una caduta senza ritorno; non c’è più nulla nel mondo esterno che possa aiutare, nessuno stimolo che solleciti l’interesse o che possa accendere un barlume di progettualità.
Ma allora come si fa per uscirne e, ancora, come si fa per convivere con questo stato dell’anima quando si presenta? L’unica soluzione pare essere quella di attribuire un senso agli eventi che provocano questo dolore. In questo caso è interessante quanto affermato da Carotenuto:
“ Le ferite dell’anima, però, possono trasformarsi in principi attivatori del nostro risveglio psicologico, capaci di innescare la nostra rinascita, il cambiamento a cui tutte le esperienze vissute ci hanno preparato. La particolarità della sofferenza, infatti, consiste nella possibilità che essa ci offre di trarre nutrimento dallo sviluppo della nostra vita interiore…… la sofferenza e la “prigionia” della nostra anima illuminano e rendono visibile il patrimonio più prezioso e nascosto delle nostre risorse psichiche.”
Uscire da una depressione significa portarsi dietro un pesante ma ricco fardello: tutte le esperienze psicologiche e tutte le riflessioni generate dalla depressione stessa. È per questo che in genere dopo un episodio depressivo se ne manifesta uno maniacale, di entusiasmo e di confusione, ricco di idee e spunti creativi che se si avrà costanza potranno essere messi a frutto. Non per niente molti artisti riferiscono di aver creato le loro opere migliori in una sorta di “incendio creativo” conseguente ad un periodo di depressione e profonda solitudine; questa infatti più di altre sofferenze psicologiche rappresenta una possibilità di metamorfosi e, spesso, fonte di arricchimento interiore.
Ovviamente questo non vuol dire che una depressione sia qualcosa di auspicabile; tutt’altro, dovremmo però essere capaci di entrare più spesso in contatto con le nostre profondità inconsce, trovare più spesso dei momenti per stare da soli con noi stessi; nel momento in cui le occasioni di “introversione” trovano libera espressione nella vita quotidiana diminuisce il rischio di affrontare un vero e proprio episodio depressivo.
Avremmo così più momenti di consapevolezza e saremmo capaci di trovare soluzioni creative alle nostre difficoltà molto più spesso e senza dover necessariamente attendere di sprofondare nel buio.

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domenica 9 dicembre 2012

L'Albero di Natale come simbolo di crescita personale


E così si avvicina un nuovo Natale, una festa che per ognuno di noi costituisce un momento importante per la sua atmosfera speciale e per gli aspetti affettivi ed emotivi che vi sono associati.
Due sono gli ambiti di vita ai quali questi aspetti si intrecciano, uno è quello sociale e l’altro quello individuale.
Al primo appartiene la “celebrazione” di questa festività, che coinvolge le famiglie nella loro interezza, le cene ed i pranzi, le grandi abbuffate, come anche la celebrazione fra amici (merito anche delle ferie) alle partite a carte o tombola o altri giochi da fare in compagnia. A questo primo ambito appartiene però anche la forte connotazione “commerciale” del Natale, quella fatta di panettoni, settimane bianche, luci splendenti e regali più o meno costosi ed a questo livello si inseriscono anche quelli che sono gli elementi “nevrotici” di questo periodo. In effetti è proprio “dentro” questo aspetto del Natale che troviamo lo “stress da regalo” ma anche la sofferenza psicologica; come sempre i dati confermano che in questo periodo aumentano ansia e depressione e che queste a volte sono legate all’”obbligo” di vivere bene e felicemente queste festività anche se ciò non corrisponde allo stato d’animo; e da qui ecco che si ripropongono conflitti familiari che non possono essere espressi (pena sensi di colpa verso gli altri componenti della famiglia), ecco che ci si sente inferiori perché non si hanno abbastanza soldi per i regali o per i festeggiamenti e così via….
Quello che si può pensare è che queste difficoltà appartengano comunque alla vita quotidiana e non possono essere eliminate come il “buonismo” natalizio vorrebbe; ma allora, visto che le nevrosi “festive” sono a loro modo “naturali” dove risiede l’errore? Perché ci si sta male il doppio?
Forse perché i due ambiti di cui sopra sono troppo divisi fra di loro, perché non bisogna dimenticare che esiste anche l’aspetto “individuale” del Natale, quello che simboleggia la rinascita di una luce dentro di sé (rappresentata in particolare dal Presepe), il motivo del nome stesso di questa festa, “Dies natalis Solis Invictus” ossia il giorno della nascita del sole vittorioso, la rinascita della luce nuova, appunto; e nel nostro caso una luce che appartiene a se stessi soltanto.
Natale quindi non è solo una festa da passare insieme ma anche un momento che rappresenta un cambiamento “dentro” l’individuo stesso e da vivere solo per se stessi.
Per esempio Jung ci dice che l’Albero di Natale è simbolo del “Processo di Individuazione”, un processo di crescita personale che riguarda il proprio sé, e non il clima esterno, le relazioni affettive o le dinamiche sociali.
Riguardo all’Albero di Natale diceva Santa Teresa d’Avila: “…l’albero della vita mi è rifugio, nel pericolo esso mi protegge…l’albero è la scala di Giacobbe in cui gli angeli salgono e scendono, e alla sommità della quale risiede il Signore..” oppure ancora il Beato Filippo Luigi Casati: “…l’albero della nascita divina si eleva verso il centro del cielo e della terra…..fissato dai chiodi invisibili dello spirito per non vacillare nel suo avvicinamento al Divino.
Quindi l’Albero di Natale è simbolo di un percorso individuale che riguarda essenzialmente se stessi e che non dipende dalle relazioni con gli altri perché basta a se stesso, perché rappresenta una rinascita personale ed indipendente che si eleva sopra la solitudine interiore ed alza lo sguardo a cercare il proprio sole nuovo (oppure la stella cometa).
Ecco cosa dice Jung in proposito in una intervista del ’57:
“…l’albero decorato ed illuminato, si ritrova anche indipendentemente dalla natività di Cristo e anzi in contesti non cristiami. Per esempio nell’alchimia…….il significato dei globi lucenti che appendiamo all’albero di Natale non sono altro che i corpi celesti, il sole, la luna, le stelle; l’albero di Natale è l’albero Cosmico. Ma, come mostra chiaramente il simbolismo alchemico, è anche un simbolo della trasformazione, un simbolo del processo di autorealizzazione. Secondo talune fonti… l’adepto si arrampica sull’albero: un motivo sciamanico antichissimo. Lo sciamano, in stato estatico, sale sull’albero magico per raggiungere il mondo superiore, dove troverà il suo vero essere. Arrampicandosi sull’albero magico, che è al tempo stesso l’albero della conoscenza, egli si impossessa della propria personalità spirituale. Allo sguardo dello psicologo, il simbolismo sciamanico ed alchemico è la rappresentazione in forma proiettiva del processo di individuazione. Come questo poggi su base archetipica è dimostrato dal fatto che i pazienti del tutto privi di  nozioni di mitologia e di folklore producono spontaneamente immagini incredibilmente simili al simbolismo dell’albero storicamente attestato.”
E conclude dicendo che “l’albero di Natale è una di quelle antiche usanze che nutrono l’anima, che nutrono l’uomo interiore.”
Quindi è importante capire che il Natale oltre a rappresentare l’amore che circola in funzione della buona relazione con gli altri simbolizza anche il momento della buona relazione con se stessi. Capendo questo si diventa più forti di fronte all’irruzione di ansia e tristezza natalizie che entrano meno in contrasto con le aspettative di gioia che il Natale produce.
In sintesi, si può essere “anche” in compagnia di se stessi senza sentirsi troppo soli ed i problemi di cui si parlava sopra possono essere affrontati con maggiore forza. Allora l’albero diventa la “scala” per raggiungere un nuovo livello di consapevolezza, un nuovo senso che sia innanzitutto un nuovo “senso di sé” e così, con nuove energie, possiamo davvero donare qualcosa agli altri e vivere con loro la gioia del Natale.

sabato 13 ottobre 2012

Bambini contesi (nella società dell'immagine)


Aumentano le coppie in crisi e le separazioni, e spesso chi ne paga le maggiori conseguenze sono i figli. Emblematica in questi giorni la notizia del bambino preso forzatamente all’uscita di scuola dal padre con l’appoggio delle forze dell’ordine; di questo fatto sono girati dei video che tutti abbiamo avuto occasione di vedere.
In seguito a tutto ciò sono piovuti giudizi da tutte le parti (penso in particolare a TV e giornali) giudizi leggeri ed affrettati, fatti più per fare notizia che per comprendere realmente la situazione.
Personalmente ho trovato questa sovraesposizione mediatica piuttosto spiacevole e di cattivo gusto; è davvero necessario che questo bimbo debba vivere con la consapevolezza che tutta l’Italia conosce la sua vergogna? (perché anche se lui non ha colpa la vergogna rimane sua, perché è un’emozione legata al corpo e non alla razionalità, e nella memoria corporea rimane) Ed inoltre: troviamo vergognoso che questo fatto si sia svolto in un luogo pubblico, di fronte ai compagni di scuola del bambino stesso e non, magari, a casa sua…….ma allora non è anche vergognoso che il video fatto col telefonino sia stato mostrato in tutte le case di tutte le famiglie ed a tutti i bambini che guardavano la televisione? Certo, dovere di informazione si dirà…..ma non si può informare senza per forza mostrare tutto, proprio tutto?
Il fatto è che oggi viviamo nella società dell’immagine, tutto deve essere visto per essere eccellente e fare notizia, non ci si può più limitare ad “ascoltare” una informazione come succedeva in passato.
Le immagini però possono essere pericolose, il nostro stesso inconscio comunica per immagini e sappiamo bene tutti quanto a volte siano difficili da dimenticare le immagini degli incubi. Già Jung distingueva due modi di pensare; uno per parole, direzionato, razionale ed argomentativo, ed un altro per immagini, associativo, emotivo e meno dispendioso. Da qui la pericolosità delle immagini; nel caso del fatto sopracitato l’immagine è così forte che impedisce di pensare razionalmente e di conseguenza libera le emozioni personali, diventa così facile esprimere indignazione o giudizi in maniera affrettata e superficiale, chi di noi infatti non sarebbe inondato dallo sdegno di fronte alla vista di un bambino trascinato per la strada…….ma questo modo di pensare potrebbe impedire di approfondire l’argomento, informarsi sulle ragioni di questa storia.
Allora cercando di passare ad un pensiero direzionato ci si accorge che la situazione di questa famiglia divisa è piuttosto complessa.
innanzitutto è necessario comprendere cosa accade, almeno a grandi linee, nelle coppie che si separano; due sono gli elementi che andrebbero analizzati: la crisi della coppia ed il “possesso” (mi si passi il termine) dei figli.
Il processo di separazione della coppia tira in ballo i processi di attaccamento; il legame diattaccamento tra coniugi ricalca in qualche modo il legame di attaccamento che si è avuto con i genitori e quindi è difficile da sciogliere e comunque sempre molto doloroso perché è all’origine dei sentimenti di stabilità e sicurezza di cui è difficile fare a meno di punto in bianco. Questo meccanismo ha ovviamente radici nella fisiologia del cervello  (è legato alla produzione di endorfine, le sostanze che calmano la mente) e quindi una separazione comporta modifiche dell’umore e del comportamento; inoltre bisogna far scendere a patti l’emotività con la razionalità, cambiare abitudini e spesso modificare la propria personalità. A questo punto si può immaginare quanto questo percorso sia difficile e lungo, e come in realtà solo poche coppie riescano a viverlo fino in fondo. Come conseguenza si creano stati di rabbia e frustrazione, insoddisfazione e depressione che avvelenano quasi sempre le separazioni.
Da qui si può continuare analizzando il secondo elemento, il “possesso” dei figli, come diceva la Oliverio Ferraris da questi ultimi non è infatti possibile divorziare. Così finisce che la separazione o il divorzio alterano la vita affettiva dei bambini e scompigliano le loro sicurezze; questi sono però vissuti normali in casi del genere e possono essere affrontati bene dal bambino nel momento in cui anche i genitori cercano di affrontare al meglio la separazione. Questo presuppone però un fatto molto importante, ossia che i genitori siano capaci di distinguere se stessi dai propri figli; in questo caso infatti sono capaci di pensare al bene dei figli e di separarsi in maniera meno conflittuale possibile. Il problema sorge all’opposto, quando non esiste distinzione e i figli sono visti esclusivamente come parti di sé e non come individui separati.
È proprio in questo caso che possono diventare strumenti di rivalsa e vendetta nei confronti del coniuge, oppure possono essere utilizzati come strumenti di sostegno, oppure come dei piccoli mediatori. Ovviamente questo non significa che i padri e le madri siano dei mostri, il fatto è che i bambini stessi per cercare di mantenere l’affetto di mamma e papà tendono a trasformarsi di volta in volta in arma, strumento di sostegno o piccoli mediatori; si sviluppa così una sorta di collusione tra i bisogni dei genitori e quelli dei figli che portano a situazioni disagevoli per questi ultimi.
Per tornare all’origine di questa riflessione sembra che i due genitori del bambino sopracitato non riescano proprio a comprendere dove sia il meglio per il loro figlio, forse troppo persi nel loro vicendevole risentimento, forse troppo chiusi in sé per comprendere che il loro bambino ha delle sue esigenze, forse troppo provati da poterlo vedere davvero per quello che è e non soltanto come una loro appendice.
Un’ultima riflessione; forse aiutando maggiormente i genitori quando si separano o divorziano si potrebbe evitare di raggiungere il parossismo di certe situazioni ed evitare alcuni traumi aggiuntivi ai bambini.

domenica 19 febbraio 2012

Carnevale tempo di Caos: la maschera e la sua funzione psicologica

In questi giorni siamo in pieno periodo carnevalesco; il carnevale ha la funzione, nella nostra cultura, di liberarci almeno per alcuni giorni delle regole della vita quotidiana e di sperimentare una parte di sé più libera e giocosa. Ad esso si accompagna la maschera, che invece ha il compito di dare una forma specifica a questa parte di sé, di rappresentarla. Pur essendo dei festeggiamenti che hanno un valore prettamente sociale, la loro antichità ci dice anche che essi simbolizzano anche dei processi psichici profondi legati alle fasi di cambiamento della nostra personalità.
Il carnevale è sempre stato l’unico periodo durante il quale era possibile sovvertire l’ordine prestabilito e rovesciare le certezze di tutto un anno; e lo è stato sempre da tempi antichissimi.
Sembra che questo tipo di festeggiamenti esistesse già ai tempi delle popolazioni mesopotamiche ed egizie; un periodo in cui i padroni diventavano servi (come poi sarà anche al tempo dei romani) oppure le persone indossavano maschere (già nell’antico Egitto).
La maschera ed il carnevale sembrano essere elementi indissolubili a partire dagli albori della civiltà; e c’è un motivo anche per questo, un motivo squisitamente simbolico che li lega e che, essendo lì da tempi immemorabili, ci dice qualcosa di quello che si muove nell’anima più antica degli uomini.
Un breve accenno al significato del carnevale: i festeggiamenti improntati al sovvertimento dell’ordine costituito e delle regole sociali vanno a rappresentare, a livello culturale, il caos da cui è nata la civiltà, nel suo percorso dal disordine all’ordine. Questo particolare motivo lo si può ritrovare in tutte le civiltà, in tutte le cosmogonie c’è una qualche divinità che crea l’universo dal caos primordiale; ecco quindi che il carnevale non fa altro che riproporre questo motivo originario nelle diverse culture e nei diversi tempi. Ora, questo principio è valido anche a livello psicologico; la nostra personalità si “forma” partendo dall’informe, dal caos. In questo senso il carnevale è un po’ una rappresentazione della nostra origine, l’assenza di forma, di regole e di contenimento di alcun tipo.
Ma dopo il carnevale tutte le regole tornano, la normalità e la civiltà riprendono piede; e questo avviene anche dentro di noi, sempre ad un momento di confusione segue il ritorno dell’ordine, di un nuovo ordine che nasce dalla trasformazione di quello vecchio che è causata dal momentaneo caos; insomma, la personalità si rimette in discussione e cambia, si modifica.
Ed è qui che entra in ballo il concetto ed il significato della “maschera”; Jung prende a prestito dal latino il termine Persona (che appunto significa maschera, in genere la maschera dell’attore) per descrivere quella parte della nostra personalità che si fa carico di rappresentarci al mondo esterno. La Persona, la nostra maschera, è l’attitudine a mostrarci a seconda del contesto in cui ci troviamo; è quella “funzione psichica” che ci “trasforma” per esempio in campioni di romanticismo quando siamo col partner per poi “trasformarci” in persone serie ed autorevoli al lavoro. È grazie alla funzione “persona” che sappiamo mostrare al mondo diverse parti di noi, e di adeguarle alla situazione; in qualche modo tramite questo aspetto psichico potremmo riuscire a vivere completamente tutto ciò che abbiamo dentro ed a farlo senza prevaricare gli altri.
Ma come si lega tutto questo al caos carnevalesco?
Dunque, si può aggiungere che la nostra crescita parte da un disordine iniziale e che per crescere abbiamo tutti bisogno di decidere quello che vogliamo essere, spesso lo facciamo per adeguarci alle situazioni esterne, mettendo una maschera appunto, e questo ci permette di resistere agli urti della vita; questa funzione ci rende cioè più “duri” e “compatti”. Per fare un esempio un bambino piccolo non sa ancora bene chi è (una specie di piccolo caos), lo scoprirà nel tempo e quando crescerà potrà dire “io sono così e così…”, nel frattempo inizia a definirsi in base allo sguardo dei suoi genitori, in base alle loro aspettative; potremmo dire in base alle maschere che il padre o la madre gli fanno indossare quando ancora lui non ne ha una propria.
Questo vuol dire che la funzione psicologica che Jung chiama Persona è una maschera che ha, tra gli altri, lo scopo di far emergere dall’indifferenziato, nel tempo, quello che noi siamo veramente e di rappresentarlo; ed è così che si potrebbe spiegare il legame di maschera e carnevale nella coscienza collettiva: se il carnevale è il caos, la maschera rappresenta quel minimo di struttura che ci impedisce di sprofondarci dentro.
Ogni volta che esiste un disagio psicologico la personalità crolla di nuovo nel caos, nell’assenza di regole. Questa è una crisi che serve per mettere in discussione un vecchio adattamento alla vita quando non serve più e si rivela obsoleto, che ormai non ci rappresenta più; dalla crisi la struttura psichica rinasce dalle proprie ceneri come trasformata; come dire che nulla è cambiato ma contemporaneamente ogni cosa ha cambiato forma, ha cambiato cioè la maschera tramite la quale si manifesta e dalla quale è meglio rappresentata.
Il ritorno al caos non è qualcosa da biasimare, anzi è fondamentale per diventare persone nuove e più mature, per cambiare il modo in cui vediamo noi stessi ed in cui ci vedono gli altri.
La maschera però, oltre ad avere lo scopo di far emergere la nostra individualità ha anche una funzione difensiva.
Di solito in questi momenti di messa in discussione abbiamo più bisogno che mai di una maschera provvisoria che ci dia l’idea che non ci siamo “sfasciati” del tutto; abbiamo necessità di qualcosa che leghi la nostra personalità affinchè non rischi realmente di sprofondare in un caos da cui potrebbe non uscire; e questo è un altro significato della maschera. Spesso questa maschera provvisoria e difensiva è rigida, spesso essa stessa ha la forma della nevrosi, ma nonostante ciò è l’unica cosa che fa sentire di essere ancora una entità coesa.
Nel momento in cui si esce dallo stato di caos però la maschera cambia, diventa più flessibile, quasi camaleontica, e si presenta come uno degli elementi psichici che più di altri può aiutarci ad entrare in rapporto con il mondo (tanto interno a sè quanto esterno) senza che questo contatto crei problemi eccessivi; rappresenta quindi un fattore di adattamento sano.
Così, come la maschera ci accompagna dal caos di carnevale all’ordine, nello stesso modo, nel suo corrispettivo psicologico, ci accompagna dal caos della nevrosi all’ordine di una personalità armoniosa ed  equilibrata e ci aiuta a esprimere la parte più vera e profonda di noi.

sabato 28 gennaio 2012

Chi ha paura dei Trent'anni?

Pare che sempre di più l’età compresa dai 30 ai 40 anni sia considerata particolarmente critica; si scrivono libri sui trentenni di oggi, una specie di nuova generazione allo sbando; in realtà la crisi dei 30 non rappresenta una novità esclusiva degli ultimi anni, ma è una crisi naturale all’interno della crescita umana e come tale rappresenta una soglia che va oltrepassata per aprire le ulteriori porte della vita.

In via generale l’età adulta può essere divisa in 9 periodi ognuno dei quali comporta impegni, cambiamenti ed obiettivi specifici da raggiungere, in seguito sono riportati i primi 6:
1) 22-28 anni, l’inizio dell’età adulta, periodo durante il quale si fanno importanti scelte professionali ed affettive; si sceglie un partner con cui si decide di costruire un futuro, ci si inserisce nel mondo del lavoro ed in via generale si cerca di realizzarsi, di individuare le basi sulle quali costruire il proprio progetto di vita.
2) 28-33 anni, il passaggio dei 30 anni; all’interno di questa fase si cerca di consolidare  e completare le scelte fatte in precedenza.
3) 33-44 anni, la piena maturità, il compito di questa fase è quello di rendersi completamente autonomi, essere coerenti e responsabili verso le scelte precedentemente effettuate.
4) 40-45 anni, la transizione verso l’età di mezzo, è l’età dei bilanci tramite i quali si cerca di capire se si è stati capaci di realizzare il progetto da cui si era partiti e nel caso si cerca di cambiare la propria vita modificando il progetto iniziale.
5) 45-50 anni, l’inizio dell’età di mezzo, in questa fascia di età possono avvenire profondi cambiamenti in campo affettivo o professionale determinati dalle riflessioni della fase precedente, può cambiare il modo in cui ci si relaziona con gli altri. Il bilancio esistenziale può portare ad una spinta positiva a migliorare la propria vita oppure possono provocare pessimismo, rimpianti e senso di fallimento.
6) 50-55 anni, fase di transizione dei 50 anni durante la quale si sperimentano nuovi progetti ed una nuova visione del mondo.

Osservando le varie fasi si può notare come il problema dei trent’anni non è tanto il loro preciso scoccare né i possibili bilanci, questi infatti appartengono generalmente ad una fase successiva; a trenta, trentacinque anni non si parla di valutazioni di ciò che si è realizzato; il problema è rappresentato dalla coerenza o meno del progetto di vita individuato per sé; in sintesi la domanda che ci si pone è se si vuole davvero quello che si desiderava prima e, soprattutto, il dover adeguare il progetto alla realtà; tutto questo richiede una notevole flessibilità che non sempre è possibile a 30 anni. La flessibilità è proprio la questione principale; passate le utopie e la visione rosea sul mondo ci si accorge che esso non è necessariamente come noi lo vorremmo e che nel realizzare i propri desideri bisogna tenere conto delle sorprese che può farci.
Oggi in particolare la questione è più spinosa che mai anche a causa dei cambiamenti sociali; viviamo in un momento storico caratterizzato dalla precarietà, del lavoro, degli affetti e di chissà quant’altro e questa incertezza (che potremmo anche definire un ventaglio di possibilità superiore alla nostra capacità di valutazione) rende difficile raggiungere l’obiettivo di questa fase, la coerenza delle scelte.
A tutto questo si dovrebbe aggiungere che intorno ai 35-40 anni prende il via con prepotenza quello che Jung chiamava “percorso di Individuazione”, quel momento in cui si valuta ciò che si è realizzato in precedenza e da cui parte una realizzazione di sé in senso più “spirituale” che concreto. Parafrasando significa che è proprio in questo momento che si decide cosa si vuole dalla vita e quello che sarà il proprio originale ruolo nel mondo.
Originalità può essere una ulteriore parola chiave affiancata ad un altro termine, socialità.
Se da un lato si consolidano le proprie scelte, o almeno ci si prova, ci si chiede se tutto ciò corrisponde a sé, al proprio essere. La socialità fa la sua comparsa nel momento in cui ci si domanda quanto il proprio progetto sia “personale” e quanto sia stato in qualche modo influenzato dalla cultura in cui si vive, o quanto l’individualità degli altri (anche quelli compresi nel progetto) mette i bastoni tra le ruote al progetto fatto ed al suo consolidamento; e allora ecco tante domande; davvero voglio una famiglia? Davvero è questa la persona che voglio al mio fianco? Davvero voglio essere single? Davvero amo questo lavoro? Davvero mi piace vivere alla giornata? Davvero amo questa routine? E chi più ne ha più ne metta fino alla domanda ultima; ma sono io che sono sbagliato o lo sono tutti gli altri, a partire dal partner o dai colleghi di lavoro?
E aggiungendo domande su domande si entra in crisi e si vive in stato di conflitto con se stessi e con il mondo. Montano dentro l’incertezza e l’insofferenza, aumenta il nervosismo, ci si chiude in sé oppure si attaccano gli altri, arrivano l’ansia e la paura nei confronti della propria vita e la sensazione di essere ad un vicolo cieco che fa venire voglia di scappare.
Il risultato di questa catastrofe è che si finisce per pensare in una modalità aut-aut, o una cosa o l’atra, o io o gli altri; allora abbiamo le fughe, dalle relazioni come dal lavoro, per continuare poi a procedere di partner in partner e di lavoro in lavoro fino a ritrovarsi ancora insoddisfatti nell’intimo; oppure, viceversa, abbiamo la cristallizzazione delle nostre relazioni e del lavoro, dove non appare mai un alito di novità non tanto per paura del cambiamento quanto per resa definitiva, per ritrovarci alla fine in preda al vuoto di senso ed alla monotonia.
Eppure proprio nella domanda si trova la soluzione; basta provare a guardare la situazione da un’angolatura diversa. Nel momento in cui la propria individualità e quella degli altri entrano in conflitto l’unica soluzione è la sintesi; si potrebbe dire che è arrivata l’ora di capire quale è la propria “missione”, ossia capire cosa Io posso dare al mondo; ed è proprio questo l’obiettivo di questa crisi, sensibilizzare il singolo verso il mondo che lo circonda; l’apparente conflitto si risolve con una pace in cui la propria originalità dona qualcosa di sé a ciò che la circonda.
Questo vuol dire riuscire ad essere creativi, a pensare che le proprie esperienze di vita non devono essere solo risolte e portate a termine ma anche scambiate e comunicate, entrando nell’ottica che ciò che si vive in prima persona può portare difficoltà ma anche favorire l’intrecciarsi di vite e di esperienze, perché la vita si crea “vivendola” e non solo “risolvendola” e “consolidandola”.

domenica 25 dicembre 2011

Il Presepe e la rinascita della luce interiore

Guardando un po’ più approfonditamente il presepe che tutti abbiamo in casa in questi giorni viene da notare che non sono presenti solamente elementi radiosi e positivi; c’è la notte, quella del solstizio d’inverno, la più lunga dell’anno, il freddo, personaggi poco raccomandabili come ubriaconi ed osti, altri un po’ ottusi come i pastori addormentati fino ai mercanti avidi; eppure tutto questo non è in realtà una nota stonata.
Il presepe infatti è la celebrazione della rinascita della luce nuova che in tutte le tradizioni religiose del mondo è ostacolata da ciò che è vecchio e stabilizzato; facendo un parallelo con la nostra psiche si potrebbe dire che ciò che di nuovo abbiamo in mente, progetti, cambiamenti di vita o modifiche nello sguardo verso il mondo sono all’inizio molto fragili; spesso i vecchi adattamenti della personalità non vogliono lasciargli il posto, altre volte la luce nuova rischia di illuminare parti di noi che non vorremmo vedere e che desiderano restare al buio. Tutto questo buio che osteggia la luce lo possiamo vedere rappresentato nel presepe; addirittura in alcune tradizioni vengono aggiunti diavoli o insetti insieme agli altri personaggi classici; anche l’oste già citato è un simbolo del demoniaco tentatore, in Austria si mette lo spazzacamino, immagine di colui che invade l’intimità con la sua nerezza.
Passando all’opposto di ciò che siamo soliti vedere nel presepe si potrebbe affermare che tutte le forze più oscure ed inconsce si siano date appuntamento per frenare la nascita del bambino Gesù, colui che riporterà la luce nel mondo.
Il bambino che rinasce ogni anno rappresenta l’archetipo dell’eterno ritorno, che concentra le energie psichiche necessarie per la trasformazione; e questa nascita avviene sullo sfondo buio della notte più lunga dell’anno, nel suo momento più profondo, la mezzanotte e nel luogo più scuro, la grotta.
La nascita nella grotta evoca il viaggio negli inferi proprio di diverse culture, probabilmente di tutte, e simbolizza la discesa nelle profondità inconsce della propria psiche interiore.
Il buio delle profondità della mente è abitato da energie forti, a volte regressive, capaci di osteggiare il cambiamento cosciente fino a dimostrarsi distruttive. È l’eterna lotta fra l’inconscio e la coscienza che porta luce ed illumina le parti più nascoste di noi, quegli aspetti che sotto sotto vorremmo tenere segreti anche a noi stessi; sono quelle forze, pur sempre nostre, che paradossalmente effettuano resistenza ai cambiamenti in meglio, inclini a differire scelte ormai mature ma impegnative da sostenere; sono quelle parti che vogliono a tutti i costi mantenere lo “status quo”.
Mentre in una parte oscura e profonda della psiche si preparano cambiamenti radicali e salti di coscienza, altre parti dell’individuo indugiano nel compiacimento di qualità già acquisite e rassicuranti; è questo che rappresentano le miniature delle osterie, l’oste o gli ubriachi, figure che spesso compaiono nei presepi; ancora di più l’obnubilamento della mente si palesa nelle figure di pastori addormentati, quelli che non sentono la chiamata interiore al cambiamento.
Spesso le nostre abitudini affermate e date per scontate sono quelle che noi abbracciamo nella società, accettate da tutti e per questo rassicuranti al massimo livello; e nel momento in cui viene l’ora della “nascita”, l’ora di esprimere la propria individualità più originale, sorge la paura che quella cultura che ci ha sempre sostenuto possa essere contraria al nostro nuovo stile di vita e di conseguenza escluderci e toglierci il sostegno; questo per esempio è il motivo per cui si trovano tante pecore nelle rappresentazioni del presepe. La pecora ci dice la Von Franz, rappresenta l’uomo-massa, indicano quelle parti della personalità che necessitano di essere orientate e guidate da una funzione psichica che gli faccia da guida; i pastori appunto.
Nonostante ciò sono proprio gli animali del presepe a fungere da mediatori tra il nuovo che nasce e l’oscurità che vuole impedirlo; se il Bambino è la luce della coscienza che illumina, la luce della conoscenza di noi stessi, e se i vari personaggi negativi sono quelle forze che vogliono lasciarci così come stiamo pur di non soffrire uno sforzo, allora gli animali, quelli domestici, rappresentano una via di mezzo tra i due, rappresentano si gli istinti inconsci ma sono addomesticati, quindi simbolizzano gli impulsi di cui siamo coscienti e che permettono di avvicinarsi a quelli più selvatici al fine di gestirli meglio e di salvaguardare la vita del nuovo che nasce. Non per niente il bue e l’asino sono tra le figure che più di altre partecipano alla nascita e che con il loro fiato impediscono che il Bambino Divino muoia di freddo.
E così salvano il desiderio nascosto in ognuno di noi di esplorare nuovi mondi, di fare progetti, nuove esperienze, di sviluppare nuove attitudini, senza neanche preoccuparci troppo di ciò che ne pensa la cultura imperante.
Questo Bambino appena nato e così fragile ci fa capire quanto i nuclei della personalità cosciente appena affiorati, le nuove consapevolezze di sé o del mondo, siano precari e vadano difesi con forza e realizzati nonostante la loro fragilità; allude all’ingenuità di buoni propositi non ancora attuati, alla precarietà di neonati sogni di gloria che attendono la prova dei fatti.
Jung chiamava questo archetipo “Puer Eternus”, bambino eterno, tanto fragile ma con tanta forza dentro di sé da poter cambiare il mondo, amante del nuovo, giocoso, esuberante e dinamico, idealista e visionario, creativo e trasformativo; possiede tutte le caratteristiche essenziali per intraprendere un’esperienza nuova, per affrontare una rivoluzione personale, per realizzare un’innovazione nella propria esistenza.
Così nel presepe tutte le figure sembrano esistere in sua funzione ed ognuna personifica atteggiamenti e funzioni essenziali per riformulare la propria soggettività ogni volta che un’esperienza di vita ha fatto il proprio tempo e chiuso il proprio ciclo.
Così Maria si fa interprete di un aspetto femminile mentale più che fisico, legato alla perseveranza ed all’intuizione di portare avanti un progetto più grande di lei; senza la sua forza nulla potrebbe nascere; nulla può svilupparsi in un’ottica di vita deputata all’esclusivo momento presente ed alla leggerezza delle scelte.
Così Giuseppe è una figura capace di mettersi da parte, una istanza psicologica di stampo maschile e paterno che piuttosto che affermare il suo potere si scosta per dar spazio alla nascita del bambino; questo fa comprendere come non ci si può rinnovare senza essere capaci di mettere da parte quello che abbiamo di certo e di sicuro, tra questo le regole del vivere sociale.
Così gli animali domestici, portatori dell’aspetto “carnale” ed istintivo ma non selvaggio della vita; come a dire che se non si seguono gli impulsi nulla può rinnovarsi davvero, perché qualunque progetto di cambiamento resti solo nella testa e non si bagni alla fonte delle emozioni e della passione come della sofferenza non può riuscire ad essere tanto testardo da realizzarsi.
L’aspetto più grande di tutta la rappresentazione della Natività si trova però nella sua capacità di mutare forma nel passare dei secoli; questo è testimoniato dal fatto che nessun presepe è uguale all’altro, che cambia a seconda dei luoghi e delle tradizioni. Porta cioè un messaggio che pur essendo vecchio quanto l’uomo resta sempre attuale e capace di rinascere in luoghi e culture differenti; questo per capire che se l’esperienza del nuovo che nasce dentro di noi appartiene a tutti, si rivela davvero “novità” solo nel momento in cui lo facciamo davvero nostro e gli diamo la forma del nostro lavoro per esso.

mercoledì 30 novembre 2011

La fine delle passioni

Le passioni ci spaventano, è vero che ogni tanto ci troviamo a provarne di travolgenti, amorose, sessuali, politiche, paurose etc., ma possiamo davvero chiamarle passioni? In realtà sono spesso emozioni (rabbia, paura, disgusto, gioia etc.) che durano poco, le vere passioni comportano riflessione, sono durature e spesso provocano sofferenza e proprio per questo ci fanno paura, ci fanno perdere il controllo e di conseguenza cerchiamo di spegnerle. Il problema è che più che sparire finiscono per trasformarsi in ansia o depressione e più che “passioni” finiscono per diventare veri e propri “patimenti” dell’anima.
Per capire come mai le passioni stiano sempre più sparendo è necessario riflettere sul significato della parola passione; dal latino “soffrire” “sopportare”, quindi passione vuol dire provare una sofferenza ma anche sopportarla e quindi bisogna andare a cercare il significato, tra gli altri, di sopportare; dal latino “supportare, sostenere”, indica quindi uno sforzo per portare su di sè qualche cosa, in questo caso potremmo pensare ad una emozione tanto forte e travolgente da fare quasi male.
Fino a qui tutti bene, tutti soffriamo e sosteniamo quindi non si potrebbe dire che le passioni siano in estinzione, anzi tutt’altro. Però il termine “sopportare” ha anche un ulteriore significato più specifico: “resistere” ed in questo caso invece si può spiegare il titolo di questo articolo.
Se alla base della passione c’è anche la resistenza il discorso potrebbe cambiare; le passioni sono lì per insegnare qualcosa, per parlarci di noi, ma noi non vogliamo ascoltarle proprio perchè portano con sè la sofferenza prolungata. Oggi però è sempre più difficile trovare chi piuttosto che chiudere gli occhi di fronte alle cose che non vanno decide di analizzarle e trovare una risposta.
Le emozioni travolgenti esistono ancora, ma le passioni, che durano a lungo, no, non c’è voglia di resistere, se una cosa non può essere ottenuta viene abbandonata per un’altra, c’è sempre meno voglia di combattere ed impegnarsi per ciò che si desidera, e il combattimento è “passione”.
Non è possibile comprendere le passioni senza prendersi il giusto tempo per ascoltarle, ed il problema è proprio il tempo, sempre più prezioso e sempre più centellinato.
Non è altrettanto possibile comprendere una passione senza entrarci in relazione, ma come si può fare per rapportarsi con essa? Solamente sperimentandola; ma allora come sperimentarla? Vivendola nella vita reale.
Alla base di questo meccanismo c’è quella che in psicologia dinamica viene chiamata proiezione, l’attitudine prettamente umana a rispecchiarsi negli altri; Jung diceva che per scoprire la propria Ombra personale (il lato nascosto ma anche sconosciuto di sè) poteva essere un buon inizio osservare ciò che meno piace degli altri e vedere se per caso quelle caratteristiche non albergassero anche in se stessi; ovviamente questo può valere tanto per caratteristiche negative quanto positive (anche se in via generale ciò che appartiene all’Ombra tende a fare paura). Questo principio quindi parla della naturale tendenza dell’uomo a cercare di conoscersi, e rivedersi negli altri è un modo come un altro per farlo, forse anzi il modo migliore.
Riconoscere le proiezioni comporta appunto tempo e sofferenza, comporta passione. La passione che ci lega al partner, ai figli, la passione sessuale e travolgente, il senso di appartenenza a qualche cosa, tutto avviene tramite questo meccanismo di base che quindi è prima di tutto un mezzo di conoscenza a nostra disposizione.
Provare passioni significa vivere nel mondo e rapportarsi ad esso, alle persone, agli eventi, significa riuscire a condividerle prima ancora di riuscire a capirle, significa stare con gli altri.
Il tempo diventa un elemento fondamentale; le passioni nascono dalle emozioni e le emozioni sono delle reazioni corporee che lasciano il tempo che trovano; per un momento abbiamo una certa reazione emotiva che però, come tutto ciò che comporta una scarica chimica fisiologica, tende ad esaurirsi per poi ripropoporsi quando ce ne sono i motivi scatenanti; le emozioni per essere capite, si potrebbe dire “patite”,  hanno bisogno di tempo.
Per appassionarsi allora bisogna vivere il mondo e le persone ma anche darsi il tempo di vivere le emozioni che ciò che ci circonda provoca in noi, nel cuore e nello stomaco prima ancora che nel cervello.
Solo dando spazio dentro di sè a ciò che si prova è possibile trovare un senso ai sentimenti, e questa attesa è l’attesa della passione, del sentimento travolgente.
Questo ascolto provoca patimento al nostro Io, alla parte cosciente di noi che vorrebbe tenere sotto controllo la situazione e spegnere le avvisaglie dell’incendio prima che possa provocare degli sconvolgimenti nell’anima.
E qui sta il punto, pur di non perdere il controllo vengono soffocate le passioni, basta pensare che questo è il comportamento alla base dell’ansia, ossia il tentativo di prevenire ciò che non ci aspettiamo, un tentativo che a volte raggiunge livelli patologici che a loro volta provocano comunque sofferenza psichica.
Ma non è solo l’ansia il nemico delle passioni, lo è anche la depressione, lo stato di anestetizzazione verso il mondo (anche verso quello interno) che impedisce le emozioni sul nascere, le congela prima ancora che arrivino sulla soglia, per evitare il riproporsi di un dolore.
Il tentativo, in sintesi, è proprio quello di bloccare il tempo, perchè pensare che lo sconosciutoche  bussa alla porta possa generare solo sconvolgimento negativo non è altro che chiusura in un passato negativo che magari spaventa, è mancanza di apertura verso un presente ed anche un futuro che invece potrebbero essere migliori.
Ma la paura di soffrire è troppo forte, il tenere fermo il tempo dà maggiore sicurezza, la sicurezza che ci viene da un mondo che anche se insoddisfacente è conosciuto, Fromm diceva, non per niente, che la più grande paura dell’uomo è la libertà; e si potrebbe aggiungere, le passioni liberatrici.
Ma allora come fare; il bisogno di sicurezza non è così facilemte superabile, come non lo sono l’ansia o la depressione.
Forse sarebbe necessario considerare bisogno di sicurezza, ansia e depressione delle passioni; esse infatti provocano comunque sofferenza consapevole, in particolare l’ansia, e quindi è necessario dare loro libertà di cittadinanza nel regno delle passioni.
Allora, se anche loro sono passioni, bisognerebbe lasciargli spazio; il dolore psichico migliora nel momento in cui viene ascoltato, nel momento in cui gli viene riconosciuto un senso ed uno spazio, è proprio questa per esempio la  prima utilità di una cura psicologica, appunto basata sull’ascolto.
Cercare di ascoltare i sintomi piuttosto che cancellarli o negarli, tramite l’esclusivo uso di farmaci per esempio, dà il via al loro riconoscimento e permette di trovargli un senso ma, soprattutto, è anche un modo per entrare in contatto con se stessi; un percorso di certo lungo e sofferto ma sicuramente ed autenticamente liberatorio.
E non è neanche detto che questo significa passare attraverso una lunga psicoterapia; quando il dolore psichico è  moderato può essere sopportato e compreso nel suo significato con l’aiuto degli altri; Borgna in un recente libro parla di “comunità di destini”, intendendo con ciò la possibilità di condividere il disagio e la sofferenza; confrontarsi con altri che provano lo stesso disagio permette di comprendere quale sia lo scopo ultimo del dolore psichico, permettere l’incontro con l’altro, tanto l’altro fuori di noi (le altre persone) quanto l’altro (il diverso da sè) che ospitiamo nella nostra anima.

domenica 30 ottobre 2011

Halloween e le eterne paure dell'uomo


Oggi in molte parti del mondo si  festeggia Halloween, una festività che ha radici molto antiche, nata prima ancora della cristianizzazione, già presente nella religione dei Celti per i quali  rappresentava il capodanno, il passaggio dall’estate all’inverno, che veniva chiamata Shamain; era un giorno molto particolare che per il suo carattere di passaggio non apparteneva né ad una stagione né all’altra e quindi, per conseguenza, un giorno in cui la distinzione tra il mondo dei vivi ed il mondo dei morti perdeva i suoi confini invalicabili.
Halloween è anche una festività che parla profondamente della psiche umana, del suo funzionamento, perché ogni volta che l’uomo crea un rito lo fa per esorcizzare delle paure sconosciute che gli salgono da dentro, dall’inconscio.
Halloween si inserisce in quella serie di festività attraverso le quali veniva ritualizzato l’eterno conflitto fra la luce ed il buio, e che possono essere metafora del conflitto che vive l’uomo nel momento in cui si accorge di non riuscire più a gestire la sua vita, quando si rende conto che non riesce ad uscire dalla rabbia, dalla depressione, dall’ansia etc , emozioni che magari erano nascoste nel buio e che gli hanno preso la mano di nascosto, al di fuori della coscienza e della sua volontà.
Questa serie di feste esistono ancora oggi; la candela nella zucca non è altro che la prima di una lunga serie di luci che andranno a costellare le festività per tutto il periodo che va dal primo di novembre fino all’Epifania, passando per Natale e Capodanno; tutte feste durante le quali si accendono e vengono mantenute luci accese o durante le quali si fanno falò.
Halloween si pone fra l’equinozio, in cui il giorno ha durata uguale alla notte, ed il solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno; è quindi una sorta di “soglia” del periodo dell’anno più buio e appunto da qui si iniziano ad accendere luci che rischiarano l’attesa del ritorno della luce.
Le origini di questi antichi culti vanno ricercate in ciò che è il "principio" della vita sulla terra e che dal principio è stato oggetto di venerazione; il sole. Agli albori dell'umanità, la natura appariva indecifrabile, potente espressione di forze che era necessario accattivarsi; era un mondo magico. L'uomo antico si sentiva parte di quella natura, ma in posizione di debolezza. Per questo, attraverso il rito, cercava di "fare amicizia" con questa o quella forza insita in essa. Per l'uomo, temere che il sole non sorgesse più, vederlo perdere forza d'inverno riducendo sempre più il suo corso nel cielo, era un'esperienza paurosa che minacciava la sua stessa vita. Perciò, doveva essere esorcizzata con riti che avessero lo scopo di evitare che il sole non si allontanasse ancora o di aiutarlo nel momento di minor forza. E' proprio partendo da questa considerazione che possiamo individuare le origini dei rituali e delle feste di questo periodo dell'anno fino a gennaio. Durante queste feste venivano accesi dei fuochi che, con il loro calore e la loro luce, avevano la funzione di ridare forza al sole indebolito, e di dare speranza agli uomini nel momento di attesa della primavera. 
Questi riti parlano dell'eterna paura dell'oscurità e del buio e che oggi esiste ancora nell'uomo moderno sotto un'altra forma, quella della paura di se stesso e dell'ombra inconscia che sotto sotto sente di avere dentro.
Jung diceva che nella nostra personalità c'è un'area che chiamò Ombra, una parte di noi che ci resta ignota e sconosciuta di cui abbiamo solo un vago sentore, in cui sono relegate tutte le cose che non amiamo di noi, che abbiamo paura di mostrare, o di cui non siamo consapevoli; una parte di noi che non dovrebbe mai uscire (secondo noi) altrimenti ci metterebbe in imbarazzo. Una parte di noi in cui potremmo perderci (in essa si nascondono la depressione, il bisogno, la rabbia etc.) e da cui potremmo essere "posseduti"; l'unico modo per non perderci in essa è quello di accendere delle piccole luci, metafora del continuo sforzo di comprendere e comprenderci.
Ecco che la festa di Halloween sembra parlare proprio di questo, della paura che il confine tra la mente cosciente (illuminata, che conosciamo) e quella inconscia (buia e sconosciuta) si assottigli fino a sparire e faccia emergere i nostri mostri personali. L'unico modo per vincere questi mostri è "prendere confidenza" con loro illuminando poco a poco le loro sagome tramite il flebile lumino della consapevolezza; esattamente come durante le feste legate all'accensione di luci si cercava di familiarizzare con la paura dell'inverno, con la paura di non superarlo, con la paura della morte.
La natura della ricerca di noi stessi, il percorso che porta alla scoperta dei nostri aspetti sconosciuti, è un viaggio incerto, fatto nel buio, e con lungo tempo, fino a riuscire ad "illuminare" questi aspetti scuri e vederli bene in volto; un viaggio che, però, non termina mai, ogni volta ci sono nuovi angoli bui, esattamente come ad un anno ne segue un altro, ad ogni estate un nuovo inverno......ed un nuovo Halloween.

martedì 25 ottobre 2011

Pulci e Rivolte: Roma 16 ottobre 2011






C’è un vecchio detto cinese che in qualche modo permette di riflettere sulla differenza tra il comportamento dei black-block rispetto a quello degli “indignati” nelle ultime manifestazioni di Roma, e permette di riflettere anche su quanto sia importante non gettare la spugna e non smettere di pensare che un futuro diverso sia possibile.
Queste riflessioni non vogliono essere necessariamente un modo per giudicare un certo tipo di estremismo, vogliono però cercare di capire come mai alcune persone si comportano in un certo modo, cercando di evitare considerazioni generali e calando questi eventi nel contesto psico-sociale attuale
Il detto cinese è il seguente:il cane nel canile abbaia alle sue pulci, il cane che va a caccia non le sente”….Ma perchè proprio l’esempio del cane e delle sue pulci? Sarà un discorso un pò lungo.
L’immagine dell’abbaiare alle proprie pulci dà l’idea di qualche cosa che si rivolge contro se stessa, in modo quasi incontrollato; in via generale le pulci sono fastidiose e difficili da debellare perchè sono una moltitudine, a ben guardare somigliano alle idee fisse che ci vengono in mente nel momento in cui si vive un periodo di insoddisfazione, le energie non vengono più investite in attività soddisfacenti e si rivolgono verso l’interno di sè creando frammentazione nelle idee e nelle emozioni, che si slegano e vanno ognuna per conto proprio, proprio come le pulci, tante, incontrollate ed invincibili dal cane.
E quando accade che le idee e le emozioni perdono un centro organizzatore, un senso dell’Io che le guidi, possono diventare pericolose, perchè troppo autonome; il termine corretto è “scisse dalla personalità cosciente” e quindi “inconsce” non più riconoscibili e quindi non più gestibili, Jung li chiamava “complessi autonomi a tonalità affettiva” che prendono il potere nella nostra mente senza che ce ne accorgiamo.
Un cane che abbaia alle proprie pulci si assume un compito inutile, destinato al fallimento, come l’uomo che, rivolgendosi alle idee ed emozioni autonome non fa altro che continuare a stimolarle facendosi del male.

Molto diversa è la condizione del cane che va a caccia; anche lui ha le pulci, solo che non le sente, esattamente come le idee fisse; in genere sono presenti sempre, in ognuno di noi, ma nel momento in cui riusciamo ad avere un obiettivo, qualcosa a cui puntare (come il cane la selvaggina) le dimentichiamo, e questo è l’unico modo per far perdere loro il potere distruttivo e disgregante della personalità che hanno di natura.
Si potrebbe dire che la mancanza di una attività direzionata le nutre di maggiore energia e le rende invasive, l’attività direzionata le depotenzia (e questo significa che le rende anche affrontabili).

Ma cos’è che direziona una attività? La società e la persona stessa.

A questo punto è possibile portare queste riflessioni nel contesto attuale, tanto sociale quanto economico.
La società può aiutare un uomo a trovare un obiettivo, a realizzarsi dandogli la possibilità di esprimersi, di sentirsi autore di se stesso, fornendo opportunità di lavoro o una rete sociale che possa sostenere i singoli nel momento della difficoltà, fornendo istruzione, fornendo modelli che non siano solamente vuota immagine ma personaggi che siano portatori di un qualche valore.
Tutto ciò nella nostra società appare piuttosto latitante, sia per  ovvi motivi economici (la crisi) sia per i messaggi che vengono lanciati dai mass media, basati su valori edonistici e narcisistici.
A questo punto non ci sarebbe più speranza; al cane dell’esempio viene tolta tutta la selvaggina possibile, quindi l'obiettivo, ed è costretto a stare in casa ad arrovellarsi sulla sua insoddisfazione, sulla sua mancanza di realizzazione, abbaiando alle proprie pulci e diventando pericoloso a causa della sua cattività. Questo vale anche per le persone; chi perde il lavoro, chi non lo trova, chi non può farsi una vita autonoma, tutte queste situazioni possono causare la perdita del centro di coesione della coscienza, che così può essere preda di qualunque tipo di impulsi, per esempio quelli aggressivi.

Ma fortunatamente c’è anche un altro elemento che può direzionare l’attività verso un obiettivo, e questo è prettamente personale.
Parlo di quello che in psicologia viene chiamatosenso di efficacia personale”; si intende la convinzione di avere dentro di sè gli strumenti sufficienti per realizzare i propri desideri (desideri che possono attendere di realizzarsi, non bisogni impellenti; ma questo è un altro discorso), per resistere nelle difficoltà, e di poterli usare al meglio; questo vuol dire che il cane può ingegnarsi per uscire dal canile dell’esempio, magari trovando un altro modo di vivere, adattandosi un minimo ma non rinunciando ad aspettare che la selvaggina ritorni, continuando a sperare.
È ovvio che questo un cane può non essere capace di farlo….ma un uomo si, a meno che non preferisca limitare la sua ottica a pensare che gli hanno tolto il futuro senza riflettere che in alcuni casi un pò di serenità può crearsela da sè ristrutturando i propri valori se proprio non riceve aiuto dall’esterno.
Sono due modi diversi di reagire, e sono i due modi che distinguono gli “indignati” dai black-block, i primi stanno cercando nuove strade per chiedere un aiuto, si uniscono per raggiungere un fine comune, sostenendosi (e raccogliendo consensi anche da chi alle manifestazioni non ha partecipato), i secondi non hanno fatto altro che lasciare spazio libero agli inpulsi lasciandosi guidare da istinti incontrollati (vedi pulci del proverbio), e questo è un pò come permettere al proprio animale domestico di prendere la gestione della propria casa.

L’attuale contesto sociale ed economico non lascia forse molte speranze ma l’unica cosa che non può essere fatta è lasciarsi scoraggiare, gettare la spugna…è possibile cercare di riappropriarsi del proprio futuro con costanza e senza eccessi di violenza; d’altronde è così che Gandhi è riuscito a cambiare un pezzetto di mondo.