Visualizzazione post con etichetta stress. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta stress. Mostra tutti i post

lunedì 21 ottobre 2013

Quando "la notte porta consiglio": l'importanza di dormire bene

Da tempi immemorabili i medici hanno sempre decantato l’importanza di una buona qualità del sonno notturno; oggi che la scienza ha fatto passi da gigante sono emerse tutte le varie “evidenze scientifiche” che provano la saggezza del vecchio detto “la notte porta consiglio”. Qui di seguito troverete una brevissima rassegna degli studi più recenti riguardo al sonno ed in conclusione quelle che sono considerate le regole di base per un buon riposo notturno.
Innanzitutto è stato confermato il fatto che il sonno aiuti in qualche modo a “ripulire” il cervello. Secondo un nuovo studio della University of Rochester (Usa) pubblicato su Science,  il sistema di ripulitura del cervello sembra essere attivo principalmente di notte, durante il riposo.  
Uno degli autori della ricerca, ha scoperto che nel cervello esiste un sistema che drena in modo veloce i rifiuti (sottoprodotti dell’attività neurale, come le tossine), chiamato “sistema glimfatico”. Simile al sistema linfatico che detossifica il corpo, il sistema glinfatico agisce come una serie di tubi che, situati sopra i vasi sanguigni del cervello, fanno scorrere il fluido cerebrospinale che lava via le tossine. Il concentrato di sostanze tossiche ( tra cui quelle responsabili del morbo di Alzheimer e di altri disturbi neurologici) viene poi drenato nei vasi sanguigni cerebrali e espulso dal cervello. 
Esperimenti su topi hanno infatti dimostrato che il sistema di lavaggio è dieci volte più attivo nel sonno che nelle ore di veglia. Inoltre nel sonno è stato visto che i neuroni si restringono riducendo le proprie dimensioni del 60% proprio per consentire al sistema di drenaggio delle tossine di funzionare meglio. 
Questo per quanto riguarda il funzionamento “fisiologico” del cervello; ci sono poi altri studi che spiegano come il riposo notturno aiuti a mantenere una maggiore lucidità nel prendere delle decisioni.
A parere degli esperti della Carnegie Mellon University, che si sono occupati di condurre il più recente studio in proposito, sarebbero sufficienti due minuti di distrazione per poter prendere una decisione o giungere alla soluzione di un problema in maniera più lucida.
I ricercatori hanno osservato i processi cerebrali di 27 adulti, ai quali era stato richiesto di distrarsi attraverso compiti matematici, ad esempio memorizzando sequenze di numeri, prima di dedicarsi alla decisione da intraprendere.
In questo modo gli esperti hanno potuto dimostrare come il cervello sia in grado di elaborare i dati relativi alla situazione decisionale anche nel momento in cui una parte di esso venga occupata da attività tese a generare distrazione.
I momenti di distrazione sarebbero dunque necessari per intraprendere decisioni migliori. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulle pagine della rivista scientifica Social Cognitive and Affective Neuroscience.
Una delle più visibili evidenze di questo fenomeno è rappresentato dai sogni che sono il modo in cui il cervello elabora, integra e comprende nuove informazioni.
Ma un buon sonno non sembra essere utile solo all’individuo, ci sono infatti studi che dimostrano come “dormire bene” faccia bene pure alla vita di coppia; è quanto emerso da uno studio condotto da parte dei ricercatori dell'Università di Berkeley. Dormire meglio e a lungo rende marito e moglie più propensi a compiere gesti di tenerezza reciproca durante il giorno.
Gli esperti si sono occupati di annotare e di valutare gli apprezzamenti ed i gesti di tenerezza che le coppie osservate hanno compiuto durante il giorno nel corso dell'esperimento.
Il team di ricercatori californiani si è occupato di studiare 60 coppie di età compresa tra i 18 ed i 56 anni. Ad ognuna di esse è stato richiesto di tenere un diario delle ore di sonno che marito e moglie si sono concessi ogni notte, con annotazioni sulle attenzioni e sulle tenerezze scambiate vicendevolmente nel corso della giornata.
Inoltre ai volontari è stato richiesto di prendere parte ad un esperimento nel corso del quale sono stati valutati l'affiatamento e la capacità di gioco di squadra all'interno della coppia. Dai risultati ottenuti è emerso come le coppie che si concedevano un maggior numero di ore di sonno riuscissero ad andare maggiormente d'accordo.
Ora che abbiamo appurato “scientificamente” quanto sia importante dormire bene, vediamo come fare in pratica per garantirci un buon riposo notturno; non servono farmaci, è sufficiente seguire alcune piccole regole:
1.                  Andare a dormire solo quando si ha veramente sonno preferimilmente ogni sera alla stessa ora.
2.                  Alzarsi ogni mattina alla stessa ora, anche durante il fine settimana e indipendentemente da quanto si è dormito la notte. Nel caso ci si svegli prima del suono della sveglia, alzarsi dal letto e iniziare la propria giornata.
3.                  Evitare o limitare i “sonnellini” pomeridiani. Nel caso si abbia necessità è preferibile che non avvengano nel tardo pomeriggio poiché influiscono negativamente sul sonno notturno.
4.                  Non rimanere nel letto nel caso non si riesca a dormire, alzarsi, uscire dalla camera da letto e dedicarsi ad attività rilassanti, come la lettura di un libro o ascoltare musica soft.
5.                  Il letto deve essere utilizzato esclusivamente per dormire o per attività sessuali. Non mangiare, guardare la televisoone, lavorare o studiare a letto.
6.                  Prima di coricarsi svolgere attività rilassanti, per esempio facendo un bagno caldo (non la doccia, che ha un effetto stimolante), assumere bevande a effetto rilassante, come latte caldo o tisane o infusi a base di erbe.
7.                  Se si ha fame all’ora di andare a dormire, mangiare qualcosa di leggero per non avere poi problemi di digestione.
8.                  Controllare l’ambiente della camera da letto: rumore, temperatura, umidità e luminosità poichè influiscono sul sonno. Evitare, quindi, di dormire in ambienti rumorosi, troppo caldi o troppo freddi.
9.                  Se possibile non conumare pasti pesanti o eccessivamente ricchi di carboidrati la sera in quanto rendono difficile la digestione e ritardano l’addormentamento.
10.              L’esercizio fisico va evitato nelle ore serali, ma svolgere con regolarità un’attività fisica durante il giorno, può facilitare una buona notte di sonno.
11.              Non consumare caffeina, alcool, tabacco, o cioccolato nelle ore serali o nel tardo pomeriggio. Sono sostanze eccitanti.
12.              Evitare l’uso inappropriato di farmaci ipnotici e sedativi perché determinano dipendenza,  possono portare a un peggioramentoin termini qualitativi del sonno.
13.              E’ sconsigliato svolgere attività mentali troppo impegnative la sera.

lunedì 2 settembre 2013

Finite le vacanze...come combattere "lo stress da rientro"

 Eccoci a settembre, e per molti questo significa “fine delle ferie” e, ancora peggio, rientro al lavoro passando per il “trauma da lunedì”. Alcune persone riescono a superare il rientro abbastanza agevolmente, altre meno, e questo per motivi caratteriali; in ogni caso tutti al ritorno fanno fatica a ripartire, a riadattarsi ai vecchi ritmi, e ci si sente stanchi e deconcentrati.
Quando le difficoltà sono maggiori si può parlare di “stress da rientro”, i cui sintomi più comuni sono: mal di testa, stordimento, irritabilità, sonno disturbato, calo dell’attenzione, debolezza, malinconia, apatia e, nel peggiore dei casi, depressione, generati da una condizione psicologica negativa per aver vissuto una lunga vacanza spensierata, senza regole e costantemente rivista in veste nostalgica. Secondo i dati Istat un italiano su dieci trova difficoltà a riadattarsi nel solito tran tran quotidiano, questa difficoltà, nei casi più gravi, dura anche mesi.
Ritornare alle “vecchie abitudini” significa ad ogni modo andare incontro ad un cambiamento rispetto ai ritmi fisiologici e psicologici a cui ci siamo abituati durante le vacanze. Laddove il cambiamento richiesto è troppo repentino, il nostro corpo “legge” tali richieste come un segnale di emergenza attivando dal punto di vista fisiologico delle risposte innate utili a fronteggiare la situazione. Infatti i sintomi sopra elencati non sono altro che una risposta del nostro corpo conseguente ad un cambiamento repentino cui il nostro fisico e la nostra mente debbono adattarsi.
Ovviamente questo stato di disagio è fisiologico perché è normale che il nostro corpo e la nostra mente abbiano bisogno di un po’ di tempo per abituarsi a nuovi ritmi (è per questo motivo che a volte anche i primi giorni di ferie possono risultare stressanti) ed in genere bastano un paio di settimane per riabituarsi.
Ma come è possibile “auto-aiutarci” a superare lo stress da rientro? A volte è sufficiente prendere alcuni piccoli accorgimenti, qui ne elenchiamo 7:

1) sarebbe meglio anticipare il rientro di qualche giorno prima di ripartire con il lavoro, in modo da rientrare gradualmente nella routine quotidiana ed avere il tempo per sbrogliare le eventuali incombenze che si sono accumulate nel periodo delle ferie (potreste trovare bollette che vi attendono). Inoltre, siccome a volte le vacanze vengono svolte a ritmi abbastanza sostenuti, si può approfittare di questi giorni “cuscinetto” per dedicarsi solamente al riposo. Se questo non è stato possibile potete provare a supplire con l’immaginazione, iniziando a prepararvi mentalmente al rientro qualche un paio di giorni prima (non di più per non rovinarvi gli ultimi giorni) della fine delle vacanze.

2) altra cosa che si può fare negli ultimi giorni di ferie è fare un elenco di situazioni legate al rientro che vi creano ansia, prendete carta e penna e provate a fare un piccolo elenco. Definite con precisione, meglio che potete, quale è il problema per voi in quella situazione; poi pensate a quel problema, quali potrebbero essere le possibili soluzioni e in che modo si potrebbero mettere in pratica, poi passate all’azione e verificate dopo qualche tempo se avete raggiunto il vostro obiettivo. Se non ha funzionato non scoraggiatevi e provate a pensare ad un’altra soluzione, prima o poi arriverà quella giusta.

3) continuate a dedicarvi ad attività divertenti e rilassanti; non è bene cambiare in maniera repentina le proprie abitudini, quando tornate a casa continuatele, magari in tono minore, per rientrare gradualmente nel ritmo lavorativo o scolastico.

4) nella stessa ottica continuate a mantenere alcune abitudini rilassanti all’interno della famiglia, con il partner o con gli amici….non rimettete subito il muso lungo da lunedì.

5) foto e ricordi sempre in compagnia; guardare le foto delle vacanze con la famiglia o con gli amici può essre un’attività estremamente divertente, che permette di portare il clima di festa anche nei primi giorni di rientro. Non fatelo da soli, perché così scatterebbe una nostalgia che potreste non arginare e potreste trovarvi pieni di rimpianti come i protagonisti di una nota compagnia di crociere di qualche anno fa.

6) se al rientro vi ritrovate sommersi dal lavoro provate, quando e de è possibile, a delegare gli impegni ad altri. La nostra mente ha bisogno di sintonizzarsi con calma su nuovi ritmi; l’importante è che lasciate andare le manie di controllo che non vi fanno fidare dei collaboratori.

7) non è possibile fare tutto e subito, soprattutto con lo stress da rientro; questo significa che se si è accumulato molto lavoro piuttosto che impazzire per sbrogliarlo tutto ( e male ) in 2 giorni è sicuramente meglio stabilire delle priorità, dare precedenza a ciò che è più importante, così ci impiegherete qualche giorno in più ma è anche garantita una maggiore lucidità ( e se proprio non ci riuscite andate al punto 6)

Questi sono solo alcuni consigli che però possono aiutare ad affrontare meglio il rientro, provare per credere e, se avete qualche altro consiglio…..fateci sapere!

mercoledì 15 maggio 2013

Superstizione e gioco d'azzardo patologico

Il gioco d’azzardo patologico, o Gambling, si sta connotando come una vera e propria “piaga” della nostra società, che porta agli onori della cronaca storie di vite e famiglie distrutte tanto economicamente che moralmente, quando non storie di suicidi. Tra le varie componenti di questa nuova dipendenza un articolo di Psychology Today analizza l’aspetto legato alla superstizione ed alle credenze magiche. La componente “magica” non riguarda solo i “pivelli” del gioco d’azzardo ma anche i più abili e competenti tra di essi. Indicata come una fede nella magia, la superstizione può coprire molti ambiti tra i quali la credenza in azioni fortunate o sfortunate, nella simbologia dei numeri,  nell’astrologia, l’occulto, il paranormale fino ai fantasmi. Quando si tratta di gioco d’azzardo l’ambito in cui si esprime la componente superstiziosa è la credenza che una data azione possa portare fortuna o sfortuna, nel momento in cui non ci sono motivi razionali o generalmente accettabili per l’eventuale buona riuscita del gioco.
Le ricerche indicano che circa un terzo di noi è superstizioso e che la maggior parte della gente tende ad avere quelle che sono chiamate mezze-superstizioni. Si tratta di persone in genere razionali ma che in situazioni di incertezza, di stress o di bisogno di aiuto cercano di riprendere il controllo personale sugli eventi tramite la superstizione, ossia cercando di controllare il caso; questo è quello che spesso accade nel gioco d’azzardo. Non è quindi casuale che l’aumento del gioco d’azzardo patologico avvenga proprio in questo momento storico, un periodo di incertezza e di crisi, tanto economica quanto sociale, e non è forse un caso che l’Italia risulta essere uno dei paesi europei con la maggior quantità di casi di Gambling.
Lo psicologo Tedesco Willelm Wagenaar ipotizza che, quando le cause di qualcosa appaiono sconosciute, i giocatori attribuiscono gli eventi a cause astratte come fortuna o possibilità casuali; sulla stessa scia altri studiosi suggeriscono che la fortuna può essere immaginata come caratteristica di una persona mentre la possibilità casuale è vista come un evento non controllabile, casuale appunto. Riguardo ai giocatori patologici pare che la causa maggiormente addotta per le eventuali vincite sia il controllo sulla loro stessa fortuna, ossia su una caratteristica propria.
Nella realtà di studi sulla superstizione nel gioco d’azzardo ce ne sono pochi. Uno di essi, effettuato dalla Nottingham Trent Universty, ha individuato che i giocatori che spendono di più sono quelli che hanno più credenze superstiziose come quella avere un amico fortunate da portare con sè, credere nella “serata fortunate” o nella positività o negatività di alcuni specifici numeri.
Se da un lato si manifesta il bisogno di controllare gli eventi, dall’altro è però sempre presente anche la componente eccitatoria,  perchè i giocatori nel momento in cui giocano riferiscono di provare maggior divertimento ed eccitazione quando tirano in ballo queste credenze (è eccitante dire “questa è la mia serata fortunata” piuttosto che “questo è il mio numero (o posto) fortunato”).
In via generale questi studi individuano 2 elementi caratteristici del Gambling: da un lato c’è il bisogno di accedere a stati di eccitazione, il brivido del gioco, il bisogno di vivere esperienze intense che scopre un livello di attivazione piuttosto alto; in sintesi il fatto che alcune persone più di altre hanno bisogno di esperienze forti per provare uno stato di benessere adeguato e soddisfacente; dall’altro la necessita di una autocura; l’esistenza di uno stato di stress o malessere che si cerca di controllare simbolicamente tramite il controllo della fortuna al gioco.
Appare paradossale ma sembra che proprio nel momento in cui si sente di perdere il controllo sulla propria esistenza ci si rivolga a ciò che c’è di meno controllabile nella vita, la fortuna.
A tratti questo tipo di dinamica pare ricordare quello che secondo la psicanalisi è il rapporto tra la coscienza e l’inconscio, l’eterno tentativo dell’Io di controllare l’ignoto. Questa però, inserita nel disagio che il Gambling comporta, si configura come una dinamica profondamente individualistica e, visti i risultati, inutile; giocare d’azzardo per risolvere i propri problemi è come volere a tutti i costi cavarsela da sè, affrontare uno sforzo titanico che porta al fallimento, perchè cercare di controllare gli eventi della vita e le sue strane giravolte da soli è come combattere contro i famosi mulini a vento di Don Chisciotte. In questo caso l’attuale visione solipsistica della nostra cultura non aiuta, non è infatti una incorporea dea bendata che potrà risolverci i problemi ma bensì le persone in carne, ossa e sentimenti che ci stanno vicine tutti i giorni.

sabato 24 novembre 2012

Aggressività vs Assertività (2): Esprimersi con sicurezza


Quante volte pur avendo ragione si finisce dalla parte del torto? A volte succede che nonostante le nostre opinioni siano corrette non riusciamo a difenderle, e questo perchè non riusciamo ad esprimerle nella forma più adeguata; può capitare che ci arrabbiamo troppo rischiando di passare per persone impulsive ed aggressive (nonostante, magari, ci stiamo solo difendendo) oppure ci dimostriamo insicuri, incerti in quello che affermiamo, dando all’altro la possibilità di dubitare di noi e delle nostre affermazioni.
Per poter esprimersi con sicurezza ci viene in aiuto quella che gli psicologi chiamano assertività. Già il termine dà qualche spiegazione; dal latino “ad serere”, condurre a sè, e da qui “asserire” ed asserzione, affermazione di sè, caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni ed opinioni.
Dimostrarsi assertivi significa sviluppare alcune specifiche competenze tramite le quali si esprime il comportamento assertivo;
  • Innanzitutto essere capaci di dire No, senza però svalutare l’altro o rifiutarlo. Questo significa riuscire a superare la paura di poterlo ferire.
  • Saper rischiare e saper chiedere; in questo modo ci si dimostra capaci di assumersi le responsabilità delle proprie richieste e di comunicare agli altri le proprie aspettative anche se questo può portare ad un conflitto; uno dei modi migliori per imparare a rischiare in questo senso è fare richieste in maniera diretta, evitando giustificazioni, e poi riflettere su quali risultati si sono ottenuti per poter eventualmente modificare la modalità.
  • Saper criticare; questo significa passare da una modalità esclusivamente “giudicante” ad una più “osservante”, giudicare non tanto la persona quanto la situazione o il comportamento dell’altro ed esprimere il giudizio come una opinione personale piuttosto che “assoluta”.
  • Saper rispondere alle critiche, accettando gli eventuali errori commessi ed imparando da essi.
  • Saper decidere e realizzare obiettivi concreti, ossia legati alla consapevolezza dei propri limiti e delle reali potenzialità.
  • Saper perseverare, senza perdersi troppo d’animo se non si è riusciti a realizzare degli obiettivi ma cercando comunque di migliorarsi per la prossima volta (nel tentativo di migliorare noi stessi non ci deve “correre dietro” nessuno!).
Queste sono, per così dire, le “evidenze” comportamentali di un “pensare” assertivo, ossia di un lavoro sui pensieri appunto, che comporta l’abbandono delle convinzioni svalutative su noi stessi, che spesso sono legate al nostro passato ed a vecchie esperienze, magari dolorose, dalle quali non riusciamo a separarci. Oltre all’area comportamentale e cognitiva però va considerata anche quella emotiva; è fondamentale conoscere cioè le proprie emozioni, senza giudicarle, perchè solo così facendo perdono il loro carattere “travolgente” e possono diventare gestibili.
In sintesi si potrebbe dire che al fondo dell’assertività si cela la consapevolezza di sè, innanzitutto del proprio stile comunicativo, sia esso aggressivo o anassertivo-passivo, che va accettato (come vanno accettate le esperienze passate alla base dei pensieri svalutativi di cui sopra). Ancora è importante lavorare sulla consapevolezza di quella che Jung chiamava Ombra, ossia tutto ciò che non ci piace di noi stessi, che non vorremmo vedere o che abbiamo rimosso nell’inconscio; in questo modo ci sentiremo liberi di dare maggiore spazio ai nostri bisogni ma anche ai nostri sogni, ai pregi come ai difetti, dando voce alla paura, alla rabbia e ad ogni altro desiderio che non abbiamo il coraggio di pensare.
Fatto questo diventa possibile agire il cambiamento, provando a modificare concretamente i nostri comportamenti assumendoci con coraggio le rispettive responsabilità, iniziando da modifiche in quelle aree della nostra esperienza che ci garantiscano un buon margine di successo, per poi muoverci gradualmente verso aree più “rischiose”.
Per ultimo, ma probabilmente è l’elemento più importante, non bisogna dimenticare che l’assertività è il mondo della libertà di scelta e questo significa che non è possibile nè utile essere sempre assertivi, perchè si finirebbe in un corpo a corpo con le pulsioni e gli istinti più profondi da cui non si può uscire vincitori usando la razionalità; quindi è necessario dare spazio a tutto ciò che di irrazionale alberga in noi potendo però decidere come, quanto e quando esprimerlo….e questo vuol dire decidere come, quanto e quando essere assertivi e quando invece dare spazio a quel briciolo di follia che alberga in tutti noi e che sta alla base della creatività. 

martedì 20 novembre 2012

Bambini nella guerra: il trauma e le sue conseguenze


In questi giorni l’UNICEF è intervenuto sulla situazione di conflitto tra Israele e Gaza dicendosi “ profondamente preoccupato” per il suo impatto sui bambini. L’infanzia dovrebbe essere dedicata alla libera e tranquilla sperimentazione di sè e del mondo, ma come è possibile sperimentare con serenità ed apprendere di conseguenza quando si vive una perenne allerta ed un continuo rischio di perdere la vita o qualcuno dei propri familiari?
A ieri risultavano almeno 18 i bambini palestinesi che hanno perso la vita; svariati bimbi feriti anche tra gli israeliani. Enormi sono i problemi nella striscia di Gaza soprattutto per la carenza della situazione sanitaria ed il lancio di razzi continua indiscriminato su entrambi i fronti; questa situazione sta mettendo a rischio i bambini ambo le parti lasciandoli esposti a danni fisici e psicologici.
Di nuovo, quindi, si tende a dimenticare i diritti dei minori che vengono regolarmente subordinati ad interessi di parte mai ben specificati. Eppure vivere perennemente in guerra è una esperienza traumatica ripetuta che lascia profondi segni se non nel corpo sicuramente nella mente, e lascia una seria ipoteca sulla possibilità di uno sviluppo sano di questi bambini.
Le conseguenza di questo “disastro” sono tanto emotive quanto cognitive.
Per esempio la psicologia ci dice che tra i 4 e i 6 anni avviene la cosiddetta “regolazione delle emozioni”, infatti in questo periodo i bambini vengono incoraggiati a controllare gli scoppi di rabbia ed imparano a rispettare i loro compagni; in definitiva diventano capaci di riconoscere il valore dell’altro ed a mediare in caso di conflitto. Questo avviene perchè l’ambiente sociale e culturale inizia ad influenzarli; cosa può avvenire nel caso che l’ambiente intorno a loro è un ambiente di guerra? Chi può insegnare loro che gli scoppi di aggressività incontrollata sono pericolosi? Pare infatti che i bambini che sono vissuti in prolungate situazioni di conflitto manifestino da grandi comportamenti maggiormente aggressivi e che l’impulsività diventa un atteggiamento comune. La tendenza può essere quella a trasformare I sentimenti e le tensioni direttamente in “azioni” irriflessive, dimostrando una mancanza di capacità di trasformare le emozioni e gestirle. In sintesi tanta è la paura che si ripropongano vissuti traumatici come quelli dell’infanzia che i comportamenti sono sempre di allontanamento dal pericolo, come se nella mente si fosse creato uno schema di autoprotezione che si è congelato e si  manifesta in maniera ripetitiva ed automatizzata, quindi senza possibilità di riflessione o mediazione razionale.
Laddove l’affettività appare lesa si provoca un blocco di tipo cognitivo. La possibilità di apprendere competenze “razionali” si basa su una buona base emotiva che in questi casi può essere mancante perchè messa a rischio dalla guerra. Pare che l’esposizione al trauma renda i processi di pensiero e mnemonici “parziali” ed appunto “rigidi” e “ schematici”, diminuendo la capacità di attenzione e concentrazione. Come conseguenza la capacità di apprendere diminuisce provocando senso di depressione e fallimento in questi bambini, creando un circolo vizionso che porta ad un ulteriore aumento dello stress fornendo un ulteriore rischio per la loro salute mentale.
In via generale esistono dei fattori protettivi che possono aiutare ad elaborare positivamente i vissuti traumatici, e sono le relazioni familiari e quelle sociali più in generale. Anche qui però esiste il rischio che il vissuto traumatico stesso “alteri” la qualità di queste relazioni; pare infatti che i bambini palestinesi esposti ad elevati livelli di trauma da guerra riportino una minore qualità nelle amicizie ed una maggiore conflittualità tra fratelli. Già da quanto detto appare come le situazioni familiari stesse di questi bambini non possano più di tanto aiutarli a “reggere” il trauma che rappresenta un enorme fardello per i genitori stessi. Per esempio sembra da alcuni studi effettuati che i genitori del medio oriente vivano dei forti sensi di colpa dal momento che non si sentono nella possibilità di garantire una sicurezza di base ai loro figli; infatti il compito principale dei genitori è proprio quello di proteggere I figli dal pericolo e dalle situazioni stressanti e quindi avere bambini vittime di traumi causa impotenza e senso di fallimento. Il problema è che i bambini a loro volta sono fortemente influenzati dallo stato d’animo dei genitori e quindi anche in questo caso finisce per strutturarsi una sorta di circolo vizioso in cui i figli soffrono perchè leggono la paura negli occhi dei genitori che a loro volta individuano lo stesso sentimento nei figli e si sentono ancora più in colpa. Quanto sia importante la sintonizzazione emotiva tra genitori e figli può essere spiegato partendo dalla relazione primaria madre-bambino; il bambino già appena nato è capace di registrare lo stato d’animo della madre e le sue espressioni facciali; immaginiamo cosa può succedere quando un neonato legge lo sconforto e la paura nello sguardo materno. In questi casi i bambini reagiscono in due modi, entrambi non funzionali ad un adeguato sviluppo; da un lato possono “iper-attivarsi” diventando agitati e provocando anche delle alterazioni fisiologiche nel loro corpo, come l’aumento del battito cardiaco; dall’altro possono reagire con il ritiro dal mondo esterno, isolandosi e smettendo di cercare comunicazione con le figure di attaccamento. Questo tipo di esperienze poi si stabilizzano nella cosiddetta memoria implicita, ossia quella che non può essere rievocata coscientemente ma che lascia tracce in tutto il comportamento.
Questo non vale comunque solo per il neonato, perchè anche i bambini più grandi si aggrappano ai genitori per essere protetti, e nelle situazioni di guerra vivono nel terrore costante che possa accadere qualcosa di grave ai membri della propria famiglia; come si può crescere bene con la costante preoccupazione di perdere il proprio padre o la propria madre, quando non addirittura la propria vita?
Lo scenario che si disegna leggendo questi dati è davvero preoccupante; rappresenta un quadro in cui il bambino si trova chiuso in una spirale di paura dalle quale non gli è possibile uscire perchè le uniche vie di fuga, le relazioni familiari e sociali, sono a loro volta compromesse e “traumatizzate”. Uno scenario dove esiste solo una eterna, angosciante attesa del prossimo bombardamento, dove passa anche la voglia di sopravvivere.
E (mi scuso per il pensiero banale) nonostante ciò le guerre continuano indiscriminatamente per interessi sempre poco chiari.
La cosa più paradossale che a lanciare razzi sono proprio i genitori di questi bambini, i loro fratelli, ossia proprio coloro che dovrebbero difenderli; ma forse è proprio nell’illusione di dare loro un futuro più sicuro che lo fanno……….perchè se la situazione continua così da anni vuol dire che c’è in gioco qualche motivazione profonda radicata nell’anima. Spesso le guerre tra popoli non sono altro che tentativi di distruggere e negare l’esistenza degli “altri”, di altri che creano paura, che sono visti come una minaccia per la propria esistenza; ed è proprio questo che sta accadendo tra Israeliani e Palestinesi…..e purtroppo fino a che le due parti non decidono di accettare l’una l’esistenza dell’altra la guerra continua….indifferente ai bisogni dei più piccoli e, paradossalmente, proprio nel pensiero delirante che sia tutto per garantire loro un futuro più sicuro.

sabato 10 novembre 2012

Aggressività vs Assertività (1): 3 stili comunicativi


Nei media l’aggressità “fa audience” e questo significa che in qualche modo ci affascina, forse perchè in questo modo vediamo e ascoltiamo un modello comunicativo che nella vita di tutti i giorni non ci permetteremmo di attuare pur magari desiderandolo.  Ma alla fine questo modello non è l’unico, la psicologia ci dice infatti che esistono anche il modello anassertivo (più passivo) e quello assertivo (il più efficace tra i tre).

Si! L’aggressività in TV ci piace, ci piace vederla, ci piace ascoltarla, e questo nonostante tendiamo a considerare sgradevoli le persone che la utilizzano per far valere il proprio punto di vista, ma perchè?
Innanzitutto perchè le persone aggressive appaiono “vincenti” rispetto ad altri, nonostante spesso si muovano sul filo della prevaricazione; secondariamente perchè ci permettono di proiettare i nostri stessi desideri di vittoria o di prevaricazione.
In effetti l’aggressività è un retaggio della specie, propria cioè dei nostri progenitori che vivevano nelle caverne e che proprio grazie ad essa si procuravano il cibo o difendevano il clan. Quindi in sè per sè non ha nulla di particolarmente deplorevole, la differenza con quanto accade oggi è che queste necessità primarie (fortunatamente) sono meno impellenti; almeno nel nostro mondo occidentale non dobbiamo (quasi più ) lottare per mangiare  o per difendere la nostra vita o quella dei familiari. La conseguenza di questo è che spesso tutta questa aggressività appare fuori luogo.
Nonostante ciò ci troviamo comunque molto spesso a dover difendere una nostra opinione oppure una nostra idea, vuoi che sia un progetto o un modo di essere; è proprio in questi casi che ci piacerebbe riuscire ad imporci ma a volte non ci riusciamo (per paura di perdere una relazione o magari il lavoro) e tendiamo ad assumere un comportamento che gli psicologi chiamano “anassertivo” ossia passivo, in sintesi tendiamo per buona pace a trascurare i nostri bisogni di fronte a quelli altrui.
Fino a qui ci stiamo confrontando con una dinamica del tipo “vittima-carnefice”; ma allora com’è che riusciamo a non annullarci l’un l’altro? Questo è possibile perchè esiste anche una terza via, che è quella dell’assertività, ossia la capacità di esprimere se stessi e le proprie opinioni senza prevaricare gli altri; per capire meglio può essere utile mettere a confronto gli “stili comunicativi” che emergono da queste tre tipologie di comportamenti.
  • Lo stile aggressivo si caratterizza per comportamenti improntati al dominio ed alla prevaricazione degli altri senza tenere conto di quello che pensano o provano; il risultato è che l’altro finisce per “chiudersi” e comportarsi passivamente  oppure, viceversa, che reagisca a sua volta aggressivamente generando una spirale di violenza. In realtà la persona aggressiva non è realmente forte o sicura di sè, tutt’altro, è in realtà incerta ed ha una inconscia percezione di debolezza; si potrebbe dire che aggredisce per non essere aggredita spesso per evitare di provare paura.
  • All’opposto abbiamo lo stile anassertivo, che si manifesta con comportamenti passivi ed inibiti e con la tendenza a non esprimere il proprio punto di vista per non inimicarsi gli altri. In genere questo è un modo per non perdere delle relazioni importanti e per evitare che venga ferita la propria autostima. Il rischio è che si può soffrire molto, diventando ipersensibili alle critiche fino a non riuscire a reggere neanche battute del tutto innocue. Spesso queste persone stabiliscono dei rapporti di dipendenza dagli altri, e per non perderli tendono a compiacerli non esprimendo le proprie opinioni.
  • La terza via è appunto quella dello stile “assertivo”, che invece si caratterizza per la capacità di esprimere i propri desideri ed i propri punti di vista mantenedo comunque il rispetto per gli altri e per i loro desideri e diritti; in questo senso la persona assertiva è disposta a negoziare senza rinunciare a farsi valere, magari aspettando un momento migliore per esprimersi senza però trascurare di far valere, anche se in un momento diverso, la propria opinione.
Da quanto esposto si evince che lo stile di comunicazione assertivo sarebbe quello migliore dei tre….ma è anche vero che non è sempre semplice da applicare, si basa infatti su dei prerequisiti a loro volta abbastanza impegnativi:
  • Stima di sè, ossia la capacità di credere nel proprio valore in maniera obiettiva, senza idealizzazione, che vuol dire basarlo su ciò che si è piuttosto che su ciò che si riesce a realizzare o ciò che si “fantastica” di realizzare, significa saper vivere nel presente e giudicare non tanto le persone quanto le situazioni;
  • Consapevolezza di sè, ossia la capacità di ascoltare le proprie emozioni, i propri desideri, e di accettarsi nei propri difetti pur cercando di migliorarsi;
  • Sentimento del potere a somma variabile, ossia la capacità di apprezzare il valore altrui nel momento in cui si è in conflitto, di accettare le opinioni dell’altro pur non condividendole; vuol dire riconoscere i conflitti sforzandosi di collaborare piuttosto che vincere;
  • Saper comunicare ed esprimere le proprie emozioni ed i propri sentimenti, senza per questo sentirsi più deboli bensì liberi di esprimere la propria autenticità.
Detto questo l’assertività non è semplice da applicare, ed in effetti non ci riusciamo sempre, e questo è anche un bene; non bisogna pensare che assertività sia sinonimo di perfezione, è anzi vero il contrario, è accettazione della proprio umanità, delle proprie debolezze e dei propri difetti, anzi si può dire che senza questi non esisterebbe proprio, esisterebbe solo l’onnipotenza.
Essere assertivi significa in fondo sentirsi liberi di essere se stessi nella propria autenticità, significa poter sbagliare ma anche (e soprattutto) trovare il modo per ammetterlo per poi cercare di riparare all’errore; allora si può anche essere aggressivi a volte, altre si può chinare il capo, magari per non far del male agli altri, senza perdere però di vista i propri valori profondi e cercando di applicare il più possibile il rispetto per gli altrui diritti………continua...

mercoledì 7 marzo 2012

Paura di cambiare: il cambiamento e la scoperta di sè

 Oggi il cambiamento è un argomento che si impone agli onori della cronaca, da un punto di vista sociale e lavorativo è molto aumentata la disponibilità a cambiare ed a spostarsi, tanto fisicamente quanto mentalmente; ma la paura di cambiare è anche una condizione quasi “ontologica” dell’uomo. Alcuni cambiamenti possono di certo essere negativi ed essere addirittura traumatici, pensiamo alla perdita del lavoro per esempio, ma anche quelli positivi possono creare un pò di stress da cambiamento; questo perchè modificare le certezze, anche in maniera positiva, crea incertezze e costringe a confrontarsi con situazioni nuove che non possiamo affrontare con sicurezza perchè mai sperimentate prima.
In effetti ci sono persone nelle quali anche di fronte ad eventi positivi come una promozione, una vincita al gioco, la nascita di un figlio etc. prevale il disagio per il cambiamento piuttosto che il piacere; in generale bisogna ammettere che nessun cambiamento possa portare con sè esclusivamente effetti positivi o negativi, il fatto è che di fronte alle modifiche (non solo concrete ma anche psichiche) sale l’incertezza, la sottile paura di non riuscire a gestire il nuovo evento, una sorta di ansia anticipatoria che può provocare preoccupazione o agitazione, in sintesi vengono attivati dei meccanismi difensivi che non sono stati scelti mediante una valutazione razionale, ma che rappresentano una risposta percepita come inevitabile, automatica ed inspiegabile per proteggersi da ciò che è sconosciuto; ed ecco la paura di cambiare.
Tutto ciò può sembrare assurdo ma in realtà non lo è, tanto che nel DSM IV (manuale diagnostico dei disturbi mentali) esiste uno specifico disturbo legato a questa condizione, il disturbo dell’adattamento, diagnosticabile nel momento in cui la risposta di un soggetto ad un cambiamento di vita comporta un marcato disagio sociale e lavorativo, e questo indipendentemente dal fatto che questa novità possa essere positiva o negativa.
Al di là dell’aspetto strettamente diagnostico, va detto che le cose più importanti per l’essere umano sono la sicurezza, e la stabilità, e le variazioni indipendentemente dal loro valore vengono viste con una sorta di inconscio sospetto.
Questo meccanismo si presenta già nel bambino con il suo bisogno di attaccamento, anzi, è così forte il bisogno di sicurezze e di cure che risulta preponderante persino rispetto alla bontà o meno del comportamento del genitore (tra l’altro è per questo che un bambino non riesce a denunciare un genitore che lo maltratta, perchè la paura di perdere chi si occupa di lui è più forte di qualunque tipo di giudizio).
Ora, basta sostituire l’immagine del genitore con quella dello stile di vita che una persona conduce per capire quanto questo ragionamento ci segua anche da adulti; questo è il motivo per cui a volte persone che stanno male a causa di un rapporto o di una situazione lavorativa non riescono ad abbandonarla, qui vale il famoso detto “chi lascia la strada vecchia per la nuova….”, alcune persone lo hanno marchiato nell’anima così forte da non riuscire ad affrontare i cambiamenti anche quando risulterebbero positivi se non addirittura necessari.
Fino a qui abbiamo notato i sintomi, il disagio ed i suoi segni, e abbiamo cercato anche le motivazioni sottostanti, quelle nascoste nel passato; ma la paura di cambiare ed il suo superamento tirano in ballo il suo funzionamento; solo se capisco come funziona posso riparare un oggetto, così vale anche per la psiche e le sue dinamiche; in sintesi è necessario chiedersi cosa accade tra il momento in cui questa paura inizia a svilupparsi nel passato e quello in cui si manifesta nel presente.
Innanzitutto quando si parla di cambiamento interiore si parla anche di cambiare la visione che abbiamo di noi stessi, una visione che deve in qualche modo adeguarsi tanto al mondo esterno con le sue richieste, tanto a quello interno con suoi bisogni e le sue pulsioni; e l’immagine di noi si modifica tanto di fronte a cambiamenti positivi quanto negativi.
Erich Fromm parlava di “fuga dalla libertà”, una sorta di paura di essere finalmente liberi; quando si impone una modifica del proprio comportamento usuale quindi non c’è solo paura di perdere la sicurezza ma anche paura di ciò che si potrebbe diventare. Fromm appunto ci dice che l’uomo ha paura della libertà perchè fondamentalmente ha paura di prendersi la responsabilità di se stesso.
Su questo punto il passato con il suo bisogno di sicurezza ed il presente con le sue molteplici sfaccettature si toccano da vicino; se cambio non metto in discussione solo me ma anche il mondo che mi circonda e che mi ha visto in un certo modo fino ad ora; la domanda che sorge è se questo mondo mi accetterà anche se mi manifesterò diverso da come mi conosce; perchè il mondo, la rete sociale che mi sostiene, è in fondo la mia sicurezza e forse non me la sento di rischiare di farne a meno; ma questo significa che non me la sento di combattere per la mia libertà e per quello che potrei diventare e che potrebbe anche farmi stare meglio, oppure, ancora, significa che parto dal presupposto che la mia “libertà” non verrà accettata prima ancora di saperlo, forse perchè a non accettarla sono io per primo.
La  paura del cambiamento quindi si sviluppa su di un doppio binario, l’accettazione del cambiamento da parte del mondo e l’accettazione del cambiamento da parte di me. Se sento la paura di mostrarmi cambiato è forse perchè sotto sotto ho paura di me, o almeno di una parte di me che sta emergendo.
Sotto questo punto di vista la paura di cambiare si trasforma da paura delle incertezze a paura di se stessi, di quelle parti di sè che creano inquietudine, che emergendo potrebbero cambiarci e che potrebbero essere giudicate male dagli altri perchè in primis mal giudicate da noi stessi. Eppure dentro queste parti per così dire “nuove” si nascondono le nostre capacità, per esempio la capacità di reagire positivamente ad un cambiamento imposto oppure a situazioni che avvelenano l’anima, per non parlare della capacità di gestire gli eventi positivi senza agire sulla scia del comportamento maniacale.
Come al solito il primo passo da fare è quello di riuscire ad accettare se stessi e, soprattutto, le parti di sè che non si conoscono bene alle quali non ci si sente liberi di dare spazio. Fatto questo la possibilità di attuare delle modifiche nella propria vita aumenta, e così si decide di fare un figlio, di cambiare partner, di cambiare lavoro o ricostruirlo dopo averlo perso, gettandosi in una nuova avventura. Chiaramente questo può provocare inquietudine alla persone più vicine ma questo passo diventa importante perchè è alla base del rispetto di sè come individuo, accettarsi e correre il rischio di mostrarsi diversi dal solito anche agli altri presuppone la capacità di fare affidamento su di sè, di assumersi la responsabilità di rinascere da se stessi.
Tutta questa dinamica passa attraverso il nostro Io, quella parte di noi che è cosciente di se stessa e del mondo, quella istanza psichica che ci permette di dire “io sono così e così” e “il mondo è così e così”. L’Io è depositario di quelli che sono gli schemi ed filtri attraverso cui leggiamo il mondo, quello che, per così dire, decide se vogliamo organizzare i “libri” delle esperienze per autore, piuttosto che per editore o argomento; è il responsabile del nostro metodo di apprendimento e lettura della vita.
Ogni cambiamento, imposto da fuori o da dentro di sè, passa attraverso questa fondamentale funzione; cambiare costringe l’Io a cambiare metodo di catalogazione; questo non comporta solo l’organizzazione delle nuove esperienze di vita ma anche e soprattutto la ri-organizzazione delle eserienze del passato.
Anche questo è uno dei motivi della paura del cambiamento: cambiare, soprattutto in maniera radicale, comporta la riorganizzazione del passato oltre che del presente e del futuro; è quindi una grande opera. Ma qui, in fin dei conti, si torna al punto di partenza, il bisogno di sicurezza e la paura di sè, perchè la paura che riorganizzando e ristrutturando si perda qualche certezza oppure che emerga qualcosa che avremmo voluto dimenticare è talmente forte da riuscire ad impedire qualunque progettualità di cambiamento.
Ancora di più allora per affrontare al meglio i cambiamenti è necessario essere disponibili a rischiare e, soprattutto, a rischiare di conoscere meglio se stessi.

venerdì 23 dicembre 2011

Stress Natalizio

Il Natale, la festa più sentita, amata e attesa dell’anno, si è da tempo trasformata in qualcosa di molto diverso rispetto a quel periodo davvero magico di quando eravamo bambini. È tutto uno stress; tra regali da comprare, auguri da inviare, parenti da andare a trovare e cenoni da organizzare, più che una festa sembra un lavoro, un impegno a tempo pieno che comincia ad occupare gran parte delle nostre energie fisiche e mentali fin da novembre, con l’apparire in Tv dei primi spot di panettoni e pandori. Ci si trova ad avere anche a che fare con abitudini che magari non abbiamo mai sentito veramente nostre, che avremmo cercato di sfuggire per poi magari sentirci in colpa….e aumentare lo stress.
Stress da regalo
A fronte delle svariate tradizioni sopra elencate la conseguenza naturale è la frenesia da acquisto che si sviluppa proprio in questi giorni, l’acquisto del cibo per pranzi e cenoni ma, soprattutto, per l’acquisto dei regali. I regali di Natale più che momento gioioso e di condivisione per la maggior parte degli italiani sembrano essere una vera e propria fonte di stress, tra corse dell’ultimo minuto, indecisione su cosa acquistare e su quanto spendere. Sembra che siamo capaci di percorrere 15 km al giorno tra passeggiate e spostamenti con i mezzi pubblici e di dedicare circa 7 ore allo shopping natalizio ed alla ricerca del regalo ideale. Sembra strano ma è così; il Natale non è solo gioia e voglia sana di donare qualcosa, le festività di fine anno sono da più parti anche viste come ansia da regalo che si manifesta con l’irrefrenabile bisogno di acquistare il dono, di sceglierlo con cura ma al contempo vivere la scelta con quel minimo o massimo di insoddisfazione certi del fatto di non aver potuto operare la scelta giusta. A Natale inoltre si litiga anche con il partner per la scelta del regalo da fare, troppo caro per uno, inutile per l’altro e poi il Natale è anche il momento dell’anno in cui forse più che mai ci si rende conto di come spesso si guadagni troppo poco per riuscire a dare sfogo alla propria smania di regalare e non essere da meno nei confronti degli altri.
Le attese sbagliate generano lo stress di Natale
Queste abitudini non possono non generare stress; ma è davvero colpa del Natale? Non sarà che ad aumentare lo stress ci sono soprattutto una serie di aspettative sbagliate? Prima di tutto la voglia di sentirsi i migliori, quelli che hanno azzeccato il regalo giusto, capaci di stupire, di donare felicità. Ma anche quella di non deludere le aspettative altrui, di non fare gaffe o brutte figure. Il regalo di Natale allora diventa un dovere, un oggetto attraverso cui ci si sente misurati, analizzati, valutati; insomma, uno stress. Perdendo tutta la sua valenza divertente, piacevole, romantica, il regalo di Natale diventa sono una fonte di ansia, persino di sensi di colpa.
Come allontanare lo stress di Natale
Innanzitutto potrebbe essere utile cambiare le aspettative e, di conseguenza, i nostri comportamenti. Se il regalo esprime affetto non è necessario farlo per dovere; abbandonando i sensi di colpa si potrebbe decidere di fare regali a chi davvero desideriamo farne. Nella stessa ottica è possibile limitare il budget di spesa, perché l’importante è far sentire la propria vicinanza affettiva, non stupire con gli effetti speciali.
Secondariamente bisognerebbe programmare gli acquisti per tempo, evitando corse all’ultimo minuto; in questo senso è utilissimo dividersi i compiti e scegliere con cura i “compagni di shopping”, in base ad abitudini e gusti onde evitare litigi e discussioni. E se non si riesce comunque a pianificare tutto va ricordato che il 24 dicembre i negozi sono aperti fino al pomeriggio. A tutto si potrebbe anche aggiungere che i regali si possono anche pianificare, almeno qualcuno, via internet.
Infine l’ultima tendenza che arriva dagli esperti per superare indenni la prova regalo si chiama “shopping break”, ovvero la “pausa da acquisto”, cioè il momento in cui staccare la spina dalla maratona regalo, per ragionare, fare il punto della situazione e ricaricare le batterie per individuare il regalo giusto. Questo almeno è quanto emerge da uno studio di una agenzia di marketing italiana, promossa grazie al coinvolgimento di 120 esperti di regali: direttori e responsabili di negozi, commessi, consulenti e personal shopper, oltre a psicologi, medici, sociologi e personal trainer per capire come affrontare lo stress da regalo.
Lo shopping break è una vera e propria pausa d’acquisto, in cui rigenerarsi, fare il punto della situazione, pianificare le scelte giuste e dare spazio al confronto ed alla selezione di ciò che si è già visto e di ciò che c’è ancora da vedere. Un momento in cui rifocillarsi con una bevanda calda o un aperitivo: il tutto per non far diventare un tormento il momento dell’acquisto.

Sommando il tutto si può concludere che esiste una sola regola giusta per eliminare lo stress di Natale: spezzare le abitudini e fare ciò che si sente davvero.


domenica 4 dicembre 2011

Il fantasma del "sacrificio"

In questi giorni negli incubi degli italiani vaga sempre più spesso lo spettro del “sacrificio” prospettato dall’attuale governo. La reazione è depressiva in quasi tutti i casi, fare un ulteriore sforzo spaventa; questo perché il “momento del sacrificio” viene visto in generale come momento eterno mentre non se ne riesce a cogliere la possibilità trasformativa.

Le scomode decisioni di cui si dovrà fare carico l’attuale governo stanno sempre più spaventando l’opinione pubblica; la percezione che hanno la maggior parte delle persone è quella di una situazione in cui da un lato c’è ,anzi, ci sarà, chi farà dei sacrifici per far riprendere il paese mentre dall’altro c’è, ci sarà, chi non vorrà impegnarsi perchè non ritiene necessario abbandonare una possibilità di benessere immediata. E questo fa innervosire oltre il dovuto, soprattutto chi è disposto allo sforzo, fa preoccupare l’idea in generale di dover soffrire ancora; la paura di fondo è che da tanti sforzi potrebbe non venirne niente.
Questo modo di pensare nettamente separato in due, questo modo di guardare alla situazione attuale, però, nonostante possa certamente poggiare su dei dati reali, è pericoloso per la persona, crea squilibrio nella personalità e di conseguenza amarezza e stress, con l’autentico rischio che ci si fasci la testa prima di sbatterla e di lasciare il campo libero all’ansia ed altri dolori psichici legando le paure per il futuro alla situazione realmente critica di questo momento (vedi post sulla crisi economica).
Questo modo di percepire le cose fa male perché è una percezione scissa in due polarità rigide e contrapposte; il sacrificio da un lato, la sconsideratezza dall’altro. Il problema è che chi entra solamente nell’ottica del sacrificio rischia di farlo in modo masochistico senza sperare in un vantaggio mentre chi entra esclusivamente in quello della sconsideratezza lo fa utilizzando la negazione dei problemi rischiando di non riuscire a comprendere la gravità reale della situazione. La rigidità di questi due modi di pensare fa rimanere ognuno impantanato nelle proprio opinioni e invischiato nei propri foschi pensieri senza poterne uscire.
Allora a fronte di queste strade senza uscita bisogna ricordare che il termine sacrificio deriva da “sacrum facere” ossia “rendere sacro” qualcosa, offerta alle divinità e preghiera; in quanto preghiera dovrebbe essere disinteressato, chi prega “spera” e non “pretende” che le cose migliorino.
Quindi sacrificio come “tensione del vivere” e non come semplice masochismo coattivo; Alexander Lowen, fondatore della Bioenergetica, diceva che l’uomo è come un elastico teso fra cielo e terra, teso e vibrante perchè attraversato dalle energie tanto psichiche quanto fisiche che lo rendono vivo e soddisfatto; una tensione vitale quindi e non stressante.
Sotto questo aspetto la tinta fosca di cui ai nostri occhi è tinto il sacrificio viene schiarita e lo si può far rientrare tra gli eventi naturali e non per forza devastanti della vita.
Il mito al fondo della cattiva opinione che si ha del sacrificio deriva dall’insopprimibile desiderio dell’uomo di riuscire ad attraversare indenne la vita, una sorta di fantasia del Paradiso Terrestre.
In realtà attraversare l’esistenza con troppa leggerezza è come attraversare una tangenziale senza prima guardare a destra e a sinistra, può andare bene ma non è sempre detto.
Nello stesso tempo passarla immersi in sacrifici snervanti ed eccessivi è un po’ come continuare a lavare i panni a mano pur avendo in casa una lavatrice.
Anche restare in mezzo fermi tra i due modi non sarebbe produttivo; nella staticità si nasconde spesso la nevrosi.
In realtà la vita può essere attraversata in maniera “dinamica”, oscillando tra i due poli, il sacrificio può essere visto cioè in un’ottica trasformativa; i due modi di vivere sopra esposti non sono negativi in sé per sé, il problema è legato alla staticità; quando si è immersi nel sacrificio di sé non si riescono a vedere i momenti belli anche se ci sono, e si resta tristi e senza speranza; quando si vive in maniera troppo superficiale non ci si rende conto dei pericoli ma vengono perse anche le emozioni profonde che rendono piena la vita; in ogni caso in ognuno dei due c'è il rischio di restare chiusi in se stessi senza accorgersi realmente del mondo che sta intorno.
È vero che la vita può essere a volte sofferenza e pesantezza come è vero che può altre volte essere gioia e leggerezza; la cosa più importante è che dalla vita piuttosto che malconci oppure indenni se ne riesca ad uscire trasformati, arricchiti e più maturi, ma questo lo si può fare solamente uscendo ogni tanto da una delle due ottiche per entrare a conoscere anche l’altra.