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domenica 23 giugno 2013

Paura d'amare; cos'è e come affrontarla

Innamorarsi è una delle esperienze più belle ( e spesso sconvolgenti) che si possano provare, ma non è così per tutti, ci sono persone che hanno paura di amare ed essere amati, magari per paura di essere traditi o di perdere il controllo sui propri sentimenti. Di questa paura se ne è spesso occupato il cinema, vedi il film che proprio “Paura d’amare” si intitola….pensiamo alla protagonista Julia Roberts che in “Se scappi ti sposo” fugge da ben 4 matrimoni…e l’elenco potrebbe anche essere molto più lungo; però a questo fenomeno si è anche interessata la psicologia, ovviamente, anche se trovando un termine più “scientifico” per chiamarlo, la cosiddetta Philofobia, che indica appunto la paura di innamorarsi e di essere amati da qualcuno. Desiderare immensamente una persona, lasciarsi andare, fidarsi pienamente, aprirsi e perdere parte della propria razionalità sono solo alcune delle sensazioni che vengono provate durante un vero e proprio innamoramento ma, nel momento in cui tutto ciò spaventa, scatta una sorta di meccanismo difensivo che è appunto la philofobia; molte persone avvertono infatti una grande difficoltà ad approcciarsi all’altro, data da profondi timori, ansie, incertezze, che si basa sulla paura dell’altro e sulla mancanza di fiducia. La gioia di sentirsi parte di una coppia viene vissuta come una minaccia alla propria stabilità emotiva, e viene vista con diffidenza.


Questa paura, nelle sue fasi acute e nei casi più estremi, si manifesta addirittura con gli stessi sintomi di una attacco d’ansia o di panico. Come sintomi possiamo trovare infatti: sudorazione eccessiva, nausea, tachicardia, agitazione ed altri sintomi tipici dell’ansia, ma anche difficoltà legate alla sfera sessuale come la difficoltà a raggiungere l’orgasmo nella donna o le disfunzioni erettili nell’uomo.
Ma quali sono le cause che creano questo meccanismo difensivo?
Alcune possono essere definite reattivo-situazionali, quali ad esempio una passata e profonda delusione sentimentale che ha profondamente ferito al punto di non volerne più sapere d’innamorarci per il timore di soffrire di nuovo o di essere nuovamente delusi.
Altre volte l’amore può venire considerato un fattore invalidante in quanto può far sentire deboli. È tipico delle persone che vogliono mostrarsi forti e confermare la propria autosufficienza, in questo contesto l’amore  viene visto come una minaccia perché entra in gioco anche la paura di perdere la propria libertà o il controllo delle proprie emozioni. L’amore procura infatti cambiamenti radicali nelle abitudini e nello stile di vita; quindi se nella persona c’è una forte resistenza al cambiamento innamorarsi o essere amati può fare paura (vedi: Paura di cambiare).
Spesso le cause sono rintracciabili nel rapporto con i genitori; sono appunto loro a tracciare le modalità con cui poi da adulti rispondiamo all’amore. Se un genitore non esprime correttamente i suoi sentimenti oppure non riconosce quelli di suo figlio si può contribuire a creare una grossa confusione dal punto di vista affettivo. A causa di questa confusione il bambino può essere portato a nascondere i suoi sentimenti o a negare tutto un vissuto emotivo ed affettivo che nell’età adulta diventerà la caratteristica che gli impedirà di avere delle relazioni affettive soddisfacenti.
Non bisogna poi dimenticare che può esistere un fattore cosiddetto “ auto lesivo” che porta le persone a sabotare in tutti i modi la propria storia d’amore.
La naturale conseguenza della Philofobia è che si tende a scegliere rapporti impossibili la cui conclusione è la rottura; si trovano pretesti per litigi e vengono preferiti rapporti tumultuosi. Talvolta ci si concentra su particolari o difetti impercettibili o si creano situazioni atte a distruggere il rapporto. Il problema è che nonostante tutto questo la fuga dal rapporto non elimina bensì intensifica la paura stessa, che finisce per nutrirsi di se stessa.
Ma, a questo punto, cosa è possibile fare per comprendere e provare a gestire questa paura?
  • Innanzitutto è necessario smettere di fuggire dai rapporti ma cercare di comprendere i sintomi del disagio, per aumentare la consapevolezza e, tramite la riflessione, ridurre l’intensità della paura.
  • È importante evitare il più possibile i confronti con le storie passate; restare concentrati nelle storie passata fa infatti aumentare la paura di un nuovo fallimento ed impedisce di godersi i momenti belli della storia attuale.
  • Bisogna ridurre le aspettative per il futuro, che potrebbero intensificare i sintomi e cercare di vivere nel presente, cercando di affrontare ogni giorno come se fosse nuovo.
  • Una cosa che sicuramente non guasta mai è il coraggio di parlare con il partner delle proprie paure e raccontargliele. In questo modo si intensifica l’entità della fiducia canalizzando il rapporto di coppia in modo positivo; l’unica cosa a cui fare attenzione è che questo non sia un cosiddetto argomento Tabù che va affrontato con maggior attenzione (vedi: Di cosa parlare in coppia?).
È chiaro che queste indicazioni non sono la panacea per tutti i mali, ma almeno permettono di diventare consapevoli del problema; la consapevolezza della situazione in cui ci troviamo ha il potere di farci sentire responsabili per essa, ci fa smettere di prendercela solo con gli altri, ci fa capire che la responsabilità di un rapporto che non va è anche la nostra.

Detta così sembrerebbe che diventare consapevoli sia solo una sofferenza, ma questo non è vero,  solo nel momento in cui percepiamo che un certo problema ci appartiene siamo capaci di mettere in atto le strategie per affrontarlo e quindi stare meglio; come diceva R. Carckhuff, solo quando ci si sente responsabili del proprio stato di sofferenza si riesce a trovare dentro di sé la forza per risolverlo e per trasformarlo in qualcosa di buono.

mercoledì 5 giugno 2013

Di cosa parlare in coppia? Attenti ai Tabù

E. Hopper "Summer Evening

Si dice che nella coppia i partner dovrebbero comunicare il più possibile; ma questo è sempre vero? E’ davvero necessario dire tutto? Pare di no, ci sono infatti degli argomenti Tabù che a volte è meglio evitare, pena la perdita della calma da parte di entrambi.
Gli psicologi ci hanno sempre consigliato che nella coppia i partner dovrebbero cercare di parlare di tutto ciò che li riguarda, a partire dai sentimenti individuali per finire agli argomenti inerenti alla coppia stessa. Tutto questo è sicuramente un bene, e molti sono i vantaggi: aumenta la conoscenza reciproca e quindi il livello di comprensione, ci si sente più liberi e più adeguati, parlare di sé aiuta a trovare i propri spazi individuali nella vita insieme, e dall’altro lato aumenta il senso di intimità e di sicurezza.
Succede però che ogni tanto anche nelle coppie più affiatate emergono nelle discussioni tematiche che preannunciano grosse tempeste; sono i cosiddetti argomenti Tabù, di cui non si può parlare senza far scattare una lite furibonda.
Qualunque coppia ne ha almeno uno e in genere fa di tutto per evitarlo appunto perché ne conosce le conseguenze.
Questi tabù possono riguardare qualunque argomento, da quelli più seri a quelli più leggeri come le più piccole incoerenze personali; ed è così che il detonatore viene attivato dall’educazione dei figli, la gestione dei soldi o i rapporti con le famiglie di origine, ma anche dalla mancanza di alcune piccole attenzioni, come dire ti amo, o da come ci si veste o per i panni che si lasciano in giro etc etc.
Indipendentemente dall’argomento la cosa importante è che in esso è contenuto un significato molto più importante che urta la sensibilità di entrambi i partner e che porta all’esasperazione emotiva; allora ecco che un metodo educativo troppo serio di lui verso i figli risveglia in lei l’energia di tutte le battaglie che ha combattuto per rendersi autonoma dai genitori; oppure, altro esempio, il rapporto troppo stretto di lei con sua madre entra in conflitto con la storia di lui, che magari ha una storia personale di carenze affettive da parte dei genitori che lo rendono allergico a forme di attaccamento che gli sanno di dipendenza affettiva.
Ma allora che bisogna fare, questi argomenti entrano nel novero di ciò di cui bisogna parlare oppure è meglio lasciarli perdere?
La storia ci insegna che il tabù è una forma necessaria utilizzata per mantenere la coesione all’interno di un gruppo sociale, come i famosi “Comandamenti” tra i quali abbiamo “non uccidere” e “non rubare”, sono quindi delle forme difensive naturali che nel nostro caso andrebbero a proteggere la coppia dalla rottura. Come tutte le difese quindi, se da un lato impedisce di raggiungere delle soluzioni dall’altro rappresenta un elemento protettivo.
Questo significa che in via generale l’argomento potrebbe pure essere trattato ma con un numero molto maggiore di attenzioni ed un accurata riflessione prima di affrontarlo.
Innanzitutto bisogna capire, nel momento in cui si crea il tabù, che ci sono dei motivi importati che riguardano entrambi i partner; ferite ancora aperte, traumi inconsci, situazioni non risolte, paure poco chiare, somiglianze con sofferenze del passato insomma, ma anche giudizi sul partner che se espressi lo ferirebbero troppo. È importante essere obiettivi al massimo nella riflessione e farla innanzitutto da soli, cercando di comprendere se quel certo argomento stia o meno minando effettivamente la stabilità della coppia e la sua intimità più profonda.
A questo punto è importante scegliere anche il momento per parlarne, infatti se venisse tirato fuori in momenti emotivamente carichi non sarebbe altro che un modo strumentale all’espressione ed allo sfogo della rabbia ma non alla comprensione reciproca; quindi meglio aspettare i momenti in cui c’è maggiore tranquillità, evitando quelli felici però, che altrimenti ne uscirebbero sciupati.
Riuscire ad eliminare o gestire un argomento tabù è comunque una conquista, che rende più liberi anche per il solo fatto di averlo compreso meglio e che può indurci, tramite questa comprensione, a capire di più l’altro ed amarlo meglio, in modo più maturo.

domenica 27 gennaio 2013

Come stanno cambiando i sentimenti maschili (2): Competizione e paternità


La rivoluzione sessuale degli anni 60/70 ha inciso enormemente su quello che è il “gioco dei ruoli” tra uomini e donne, un “gioco” che è molto cambiato negli ultimi anni e non corrisponde più  con gli ideali “classici” dell’uomo che lavora e porta a casa lo stipendio mentre la donna resta ad occuparsi della famiglia e dei figli nel ruolo di “angelo del focolare”.
Oggi come risultato del famoso ’68 gli equilibri della coppia sono modificati e gli uomini stanno scoprendo dei nuovi sentimenti, quelli che erano tralasciati perché complementari alla donna e che ora anche gli uomini si trovano a vivere e quindi a dover comprendere. Uno di questi nuovi sentimenti è l’invidia per le donne, già affrontato nel precedentearticolo, un altro è la competizione con le donne, una vera e propria novità per le donne  e gli uomini della seconda metà del secolo, ormai, scorso.
Mai come oggi infatti i due sessi sono simili e nello stesso tempo in conflitto; in passato gli ambiti lavorativi, gli obiettivi, erano in ambiti differenti e distinti per sesso, per ruolo, basti pensare che esistevano dei veri e propri oggetti per donne e altri per uomini; prima degli anni ’50 nessuna donna avrebbe mai saputo portare un’automobile mentre nessun uomo avrebbe mai saputo utilizzare un ago da rammendo. Oggi gli obiettivi e gli interessi sono condivisi, tanto nell’ambito culturale quanto lavorativo ed economico, e portano competizione fra i due sessi. Ma la competizione, così come l’invidia, oltre ad esprimere un disagio ed una forma di conflitto relazionale tra uomini e donne implica anche una diversa visione dell’altro, percepito come persona che manifesta le stesse capacità e gli stessi diritti.
La competizione infatti implica il rispetto e la considerazione del proprio “avversario” che può diventare una possibilità di solidarietà non più basata sui bisogni ma sulla stima reciproca; questo è uno dei punti centrali del cambiamento, il passaggio dalla complementarietà uomo/donna, in cui l’uno aveva bisogno dell’altra e viceversa, alla similarità in cui entrambi hanno le stesse qualità. Ovviamente questo cambiamento manifesta sia elementi positivi che negativi; percepirsi simili ha sicuramente un grande valore, permette la stima reciproca e una possibilità di comprensione e compartecipazione fra i sessi mai vista precedentemente, ma contemporaneamente rischia di portare ad una vita solipsistica in cui non si ha mai bisogno dell’altro, che infatti spesso viene cercato solo per brevi momenti in cui si evade da una single-tudine da cui è quasi impossibile separarsi.
Un campo significativo in cui la competizione tra uomo e donna si è allargata è sicuramente quello della gestione dei bambini, che solo negli ultimi anni è stato stabilmente conquistato dagli uomini.
E qui si arriva ad un altro “nuovo sentimento” maschile, quello della paternità; ovviamente non che questo in passato fosse assente ma oggi la cosiddetta funzione paterna di cui si parla tanto si è parzialmente spogliata (a volte anche troppo) del cosiddetto “ruolo di capofamiglia” basato sull’obbligo di mantenere i figli e far rispettare loro le regole per allargarsi anche al mondo dei sentimenti, un mondo che permette ai nuovi padri una relazione più ravvicinata con i figli e più carica di affettività. Per esempio il rapporto padre-figli fa oggi meno riferimento a canali comunicativi razionali o verbali (come in passato quando i padri entravano in contatto con i figli quando erano già più grandicelli e capaci di comunicare con consapevolezza) per utilizzare la comunicazione corporea ed il gioco, ed è proprio per questo che oggi riescono a rapportarsi anche con i figli molto piccoli senza dover utilizzare l’intermediazione della madre.
Come già detto anche nell’ambito della paternità vige il nuovo principio di similarità e quindi l’uomo si rende più simile alla donna, infatti per accudire un bambino piccolo anche lui (come anche la donna) deve attivare la propria componente femminile materna; in altre parole significa che per occuparsi del bambino piccolo anche il padre deve risalire a quello che è stato il rapporto con sua madre e riattivare quelle capacità materne che quest’ultima ha lasciato latenti dentro di lui accudendolo da piccolissimo.
In questo modo il padre sviluppa quell’insieme di capacità empatiche, di sostegno, di accudimento e nutrimento non solo fisico ma anche affettivo che viene appunto chiamato “maternage”, uno stato in cui appunto tanto l’uomo quanto la donna si lasciano guidare dalla propria componente materna e dal comportamento del bambino stesso.
Ma a questo punto bisogna ricordare che un eccesso di similarità nasconde anche aspetti negativi; se infatti i padri per entrare in rapporto con i figli in modo più “affettivo”  devono entrare in contatto con la parte femminile questo non significa che debbano liberarsi della componente più specificamente maschile, anche perché questo si risolverebbe in un problema anche per la crescita dei figli.
La caratteristica della parte maschile infatti è quello di stabilire le differenze, e regole, e quindi anche le differenze di genere sessuale per esempio; infatti pare che il padre, a differenza della madre, è il componente della coppia genitoriale che tende a giocare differentemente con il figlio maschio rispetto alla femminuccia, trasmettendo al primo gli aspetti maschili e rafforzando nella seconda quelli femminili. Inoltre mentre le madri tendono a prediligere attività tranquille che stimolano l’attenzione nei bambini, i padri sono quelli che propongono attività maggiormente ricche di stimoli fisici e quindi più variate, manifestandosi come l’elemento ideale per traghettare i figli verso il mondo esterno, che è appunto ricco di stimoli, e quindi verso la crescita.

sabato 13 ottobre 2012

Bambini contesi (nella società dell'immagine)


Aumentano le coppie in crisi e le separazioni, e spesso chi ne paga le maggiori conseguenze sono i figli. Emblematica in questi giorni la notizia del bambino preso forzatamente all’uscita di scuola dal padre con l’appoggio delle forze dell’ordine; di questo fatto sono girati dei video che tutti abbiamo avuto occasione di vedere.
In seguito a tutto ciò sono piovuti giudizi da tutte le parti (penso in particolare a TV e giornali) giudizi leggeri ed affrettati, fatti più per fare notizia che per comprendere realmente la situazione.
Personalmente ho trovato questa sovraesposizione mediatica piuttosto spiacevole e di cattivo gusto; è davvero necessario che questo bimbo debba vivere con la consapevolezza che tutta l’Italia conosce la sua vergogna? (perché anche se lui non ha colpa la vergogna rimane sua, perché è un’emozione legata al corpo e non alla razionalità, e nella memoria corporea rimane) Ed inoltre: troviamo vergognoso che questo fatto si sia svolto in un luogo pubblico, di fronte ai compagni di scuola del bambino stesso e non, magari, a casa sua…….ma allora non è anche vergognoso che il video fatto col telefonino sia stato mostrato in tutte le case di tutte le famiglie ed a tutti i bambini che guardavano la televisione? Certo, dovere di informazione si dirà…..ma non si può informare senza per forza mostrare tutto, proprio tutto?
Il fatto è che oggi viviamo nella società dell’immagine, tutto deve essere visto per essere eccellente e fare notizia, non ci si può più limitare ad “ascoltare” una informazione come succedeva in passato.
Le immagini però possono essere pericolose, il nostro stesso inconscio comunica per immagini e sappiamo bene tutti quanto a volte siano difficili da dimenticare le immagini degli incubi. Già Jung distingueva due modi di pensare; uno per parole, direzionato, razionale ed argomentativo, ed un altro per immagini, associativo, emotivo e meno dispendioso. Da qui la pericolosità delle immagini; nel caso del fatto sopracitato l’immagine è così forte che impedisce di pensare razionalmente e di conseguenza libera le emozioni personali, diventa così facile esprimere indignazione o giudizi in maniera affrettata e superficiale, chi di noi infatti non sarebbe inondato dallo sdegno di fronte alla vista di un bambino trascinato per la strada…….ma questo modo di pensare potrebbe impedire di approfondire l’argomento, informarsi sulle ragioni di questa storia.
Allora cercando di passare ad un pensiero direzionato ci si accorge che la situazione di questa famiglia divisa è piuttosto complessa.
innanzitutto è necessario comprendere cosa accade, almeno a grandi linee, nelle coppie che si separano; due sono gli elementi che andrebbero analizzati: la crisi della coppia ed il “possesso” (mi si passi il termine) dei figli.
Il processo di separazione della coppia tira in ballo i processi di attaccamento; il legame diattaccamento tra coniugi ricalca in qualche modo il legame di attaccamento che si è avuto con i genitori e quindi è difficile da sciogliere e comunque sempre molto doloroso perché è all’origine dei sentimenti di stabilità e sicurezza di cui è difficile fare a meno di punto in bianco. Questo meccanismo ha ovviamente radici nella fisiologia del cervello  (è legato alla produzione di endorfine, le sostanze che calmano la mente) e quindi una separazione comporta modifiche dell’umore e del comportamento; inoltre bisogna far scendere a patti l’emotività con la razionalità, cambiare abitudini e spesso modificare la propria personalità. A questo punto si può immaginare quanto questo percorso sia difficile e lungo, e come in realtà solo poche coppie riescano a viverlo fino in fondo. Come conseguenza si creano stati di rabbia e frustrazione, insoddisfazione e depressione che avvelenano quasi sempre le separazioni.
Da qui si può continuare analizzando il secondo elemento, il “possesso” dei figli, come diceva la Oliverio Ferraris da questi ultimi non è infatti possibile divorziare. Così finisce che la separazione o il divorzio alterano la vita affettiva dei bambini e scompigliano le loro sicurezze; questi sono però vissuti normali in casi del genere e possono essere affrontati bene dal bambino nel momento in cui anche i genitori cercano di affrontare al meglio la separazione. Questo presuppone però un fatto molto importante, ossia che i genitori siano capaci di distinguere se stessi dai propri figli; in questo caso infatti sono capaci di pensare al bene dei figli e di separarsi in maniera meno conflittuale possibile. Il problema sorge all’opposto, quando non esiste distinzione e i figli sono visti esclusivamente come parti di sé e non come individui separati.
È proprio in questo caso che possono diventare strumenti di rivalsa e vendetta nei confronti del coniuge, oppure possono essere utilizzati come strumenti di sostegno, oppure come dei piccoli mediatori. Ovviamente questo non significa che i padri e le madri siano dei mostri, il fatto è che i bambini stessi per cercare di mantenere l’affetto di mamma e papà tendono a trasformarsi di volta in volta in arma, strumento di sostegno o piccoli mediatori; si sviluppa così una sorta di collusione tra i bisogni dei genitori e quelli dei figli che portano a situazioni disagevoli per questi ultimi.
Per tornare all’origine di questa riflessione sembra che i due genitori del bambino sopracitato non riescano proprio a comprendere dove sia il meglio per il loro figlio, forse troppo persi nel loro vicendevole risentimento, forse troppo chiusi in sé per comprendere che il loro bambino ha delle sue esigenze, forse troppo provati da poterlo vedere davvero per quello che è e non soltanto come una loro appendice.
Un’ultima riflessione; forse aiutando maggiormente i genitori quando si separano o divorziano si potrebbe evitare di raggiungere il parossismo di certe situazioni ed evitare alcuni traumi aggiuntivi ai bambini.

martedì 14 febbraio 2012

San Valentino tra significato e psicologia

 Oggi è San Valentino, festa degli innamorati, festa delle “unioni” legate dall’amore; ma da dove deriva questa festività e cosa potrebbe comunicarci, quale potrebbe essere il suo “senso”?
San Valentino è il patrono di queste unioni, e questa tradizione pare legata al fatto che tra le opere che ha compiuto in vita alcune fossero legate alla capacità di riconciliare gli innamorati ( per citarne uno pare che alla vista di due fidanzati che litigavano decise di interromperli e fargli volare intorno coppie di piccioni che manifestavano atteggiamenti amorosi, riuscendo a riconciliarli).
Oltre a questo però non bisogna dimenticare, a livello storico, il fatto che la religione cristiana tendeva a sovrapporre nuove feste a quelle pagane più antiche, e per fare ciò queste ultime venivano trasformate e spesso edulcorate; infatti la festività cristiana di San Valentino corrisponde ai Lupercalia dei romani; festività che erano legate ai riti per la fertilità.
I primi cristiani quindi sostituirono il rito della fertilità con quello dei sentimenti, spostando l’accento dall’aspetto fisico a quello sentimentale del legame di coppia; cosa sicuramente più in linea con il pensiero cristiano.
Ma cosa erano i Lupercalia? Queste feste avevano un doppio significato per i romani;
  • da un lato rappresentavano dei riti “beneaugurali”, proprio nel periodo di febbraio infatti c’era maggio rischio che, essendo alla fine dell’inverno, i lupi (lupercalia dal latino Lupus) ormai stremati dalla fame, uscissero dai boschi per aggredire le greggi e uccidere il bestiame;
  • dall’altro lato (e qui entra in ballo il rito della fertilità) essendo essendo appunto la fine dell’inverno, si cercava di propiziarsi il ritorno della primavera, quindi la rinascita; pare che si colpissero le donne che desideravano restare incinte con delle strisce di pelle di ariete, simbolo di fertilità, a simboleggiare l’intervento della potenza della natura che tramite la sferzata sulla pelle della donna poteva renderla fertile; queste “frustate” simboliche venivano inflitte da uomini che correvano per le città vestiti appunto con pelle di caprone.
Fino a qui la derivazione della festa; due principali significati quindi, protezione e fertilità, che possono essere uniti per darne il senso, che è quello che ancora oggi troviamo nella festività degli innamorati.
L’aspetto della fertilità è quello che può essere individuato per primo; al di là della feritilità sessuale, un rapporto di coppia è sempre, da un punto di vista sentimentale, “fertile”, nel senso capace di rinnovarsi, di ri-generarsi e trasformarsi, di morire in un modo per rinascere con uno sguardo differente e nuovo. Ma un senso “nuovo” è anche fragile, debole ed indifeso; da qui il senso della “protezione”, difesa da quegli affetti che possono “smembrare”, separare la coppia ed il sentimento che li unisce. Non per niente l’etimologia del temine Lupo deriva da “smembrare” “dilaniare”; in questo senso proteggere le pecore (animali da branco, uniti per eccellenza) dal lupo significa proteggere una unione nel suo nascere o nel suo rinnovarsi dalle tendenze distruttive della psiche che albergano in ognuno di noi.
Ma si può ancora andare avanti su questa ipotesi; simbologicamente la pecora, anche nei sogni, va a rappresentare la tendenza a restare inconsci, a rimanere legati al gruppo ed ai suoi luoghi comuni; l’animale da branco non indica altro che la nostra tendenza (o la paura?) ad emergere dal gruppo ed affrontare le insicurezze. Nel nostro contesto però la protezione del gruppo, delle tendenze della società, è funzionale e positiva; un rapporto d’amore che nasce o si trasforma ha innanzitutto necessità di essere protetto; ha la necessità di restare ancora un pò inconscio, nella penombra; e forse è questo il motivo per cui San Valentino è anche una festa di luoghi comuni; per esempio può diventare una maschera dietro alla quale si cela un rapporto di coppia che non va più ma che, se vogliamo rinnovare, deve essere sopportato nell’attesa del momento migliore per fargli prendere una strada diversa; in questo caso la “maschera”, la “consuetudine” fa prendere tempo per non distruggere le cose troppo presto. Viceversa può essere che la coppia sia nuova, che ancora non ha affrontato le divergenze; allora la consuetudine diventa un modo per non “fasciarsi la testa prima di sbatterla”, un modo per dimenticare la razionalità e muoversi sulle ali del sentimento. Non per niente una ulteriore origine del termine Lupo è quella di “luce”, la luce del pensiero razionale che a volte va messa da parte per non mettere a rischio un sentimento che nasce.
Allora San Valentino è proprio questo; una occasione per riscoprire i sentimenti che legano le persone, un momento durante il quale poter, fosse anche per un giorno, dimenticare pensieri e preoccupazioni che negli altri giorni minano la serenità dei rapporti per riscoprire sentimenti più profondi e, perchè no, più ingenui ma non per questo meno veri.
Buon San Valentino a tutti.