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lunedì 16 giugno 2014

Ad ogni musica la sua età. Perché amiamo tanto la musica e come cambiano i nostri gusti musicali nel tempo.

La musica ci fa provare emozioni, ci fa sognare, ci rappresenta, ci descrive agli altri, scandisce gli eventi importanti della nostra vita…volenti o nolenti è sempre presente nelle nostre giornate.
Ma avete mai provato a chiedervi perché la ascoltiamo tanto volentieri….in fin dei conti, a cosa ci serve ascoltare musica?
Oppure, avete notato se i vostri gusti musicali sono cambiati nel tempo?
Ognuno darà la sua personale risposta, ma alcuni studiosi hanno cercato di individuare delle motivazioni che fossero universalmente valide, che potessero far comprendere quale è il valore psicologico della musica. Secondo uno studio pubblicato sul British Journal of Psychology esistono sei principali motivazioni all’ascolto di musica:

-         Aiuta ad essere di buon umore: questa è la motivazione più importante, migliora il tono della giornata, rilassa, entra in risonanza con le emozioni che proviamo. Da uno studio del 2011 è risultato che l’ascolto di musica positiva dopo aver svolto male un compito ha permesso ai soggetti di mantenere una maggiore speranza di poter migliorare rispetto a chi non ha ascoltato musica subito dopo l’esperimento.
-         Serve come diversivo: in altre parole può riempire momenti vuoti o noiosi, ed è per questo che durante i viaggi, in particolar modo quelli lunghi o con attese, ci sentiamo persi senza le cuffiette!
-         Aiuta a gestire il cattivo umore: per esempio durante i momenti tristi la musica (in questo caso anch’essa triste) può permetterci di entrare in risonanza con la nostra emozione e in qualche modo ci aiuta a sentirci meno soli col dolore. Esistono comunque molti studi che dimostrano quanto l’ascolto di musica rilassante possa aiutare a diminuire il senso di ansia o panico o addirittura il dolore fisico.
-         Crea rapporti interpersonali: questa è la funzione principalmente sociale della musica, è presente in tutti i luoghi di socializzazione, scandisce i nostri incontri con gli altri….e spesso con il partner, pare infatti (secondo uno studio francese) che l’ascolto di musica romantica renda più probabile che l’altra persona sia propensa ad accettare di approfondire un rapporto, magari con un appuntamento a due.
-         Aiuta a definire la propria identità: ci si identifica con il genere musicale che si ascolta e, ancora di più, con gli idoli musicali che lo propongono; attraverso la musica comunichiamo agli altri (ma anche a noi stessi) chi siamo e cosa ci piace, a cosa sentiamo di appartenere e cosa rifiutiamo.
-         Infine sembra aiuti a conoscere il mondo: a seconda dei vari paesi abbiamo generi musicali differenti, legati all’identità etnica, ascoltare musica di altri continenti ci aiuta a capire (per lo stesso principio illustrato al punto precedente) come è il mondo fuori dalle mura di casa nostra. Inoltre non bisogna dimenticare che l’evoluzione degli stili musicali nel tempo, la maggiore presenza di uno rispetto agli altri, ci indica in qualche modo quello che potremmo definire lo “spirito del tempo”, ossia come si sta muovendo il mondo intorno a noi.

La musica quindi scandisce le nostre giornate, ci aiuta a migliorarle, ma scandisce in questo modo anche tutto l’arco della nostra vita; e mano a mano che si avanza con l’età i gusti sembrano cambiare, almeno a detta di uno studio del 2013 pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology. I ricercatori hanno diviso i generi musicali in 5 categorie;
-Dolce
-Senza pretese
- Sofisticato
- Contemporaneo
- Intenso,
e individuato le preferenze in base all’età degli ascoltatori.
Durante l’adolescenza, quando l’ascolto di musica appare in genere maggiore, sembra prevalere la musica “intensa”. In questa fase della vita la cosa più importante è l’indipendenza e la formazione della propria individualità, l’ascolto di musica “forte”, aggressiva, che usi suoni distorti, ha una connotazione di ribellione che è estremamente importante per definire la differenza dai propri genitori e dalla famiglia di appartenenza.
Arrivati all’età adulta la preferenza per l’intenso lascia il campo alla musica “dolce” caratterizzata da suoni più soft, ed alla musica “contemporanea” o elettronica, che indicano un maggiore bisogno di accettazione sociale. In effetti questa è la fase della vita durante la quale si ricerca la stabilità (sociale ed emotiva), un partner, e queste forme musicali sono quelle che caratterizzano i luoghi di socializzazione oppure che favoriscono un rapporto di maggiore intimità con l’altro.
Con la mezza età inizia l’epoca delle sonorità più “sofisticate” e ricercate (maggiore interesse per generi di nicchia come il jazz o la musica classica) oppure della musica “senza pretese”; sono generi visti come rilassanti, i primi esprimono maggiormente lo status o la cultura mentre i secondi riflettono l’esperienza della famiglia, parlano dei sentimenti che tutti possiamo provare.

Questo è quanto dicono gli studiosi, e voi, vi ritrovate in queste descrizioni??

domenica 23 giugno 2013

Paura d'amare; cos'è e come affrontarla

Innamorarsi è una delle esperienze più belle ( e spesso sconvolgenti) che si possano provare, ma non è così per tutti, ci sono persone che hanno paura di amare ed essere amati, magari per paura di essere traditi o di perdere il controllo sui propri sentimenti. Di questa paura se ne è spesso occupato il cinema, vedi il film che proprio “Paura d’amare” si intitola….pensiamo alla protagonista Julia Roberts che in “Se scappi ti sposo” fugge da ben 4 matrimoni…e l’elenco potrebbe anche essere molto più lungo; però a questo fenomeno si è anche interessata la psicologia, ovviamente, anche se trovando un termine più “scientifico” per chiamarlo, la cosiddetta Philofobia, che indica appunto la paura di innamorarsi e di essere amati da qualcuno. Desiderare immensamente una persona, lasciarsi andare, fidarsi pienamente, aprirsi e perdere parte della propria razionalità sono solo alcune delle sensazioni che vengono provate durante un vero e proprio innamoramento ma, nel momento in cui tutto ciò spaventa, scatta una sorta di meccanismo difensivo che è appunto la philofobia; molte persone avvertono infatti una grande difficoltà ad approcciarsi all’altro, data da profondi timori, ansie, incertezze, che si basa sulla paura dell’altro e sulla mancanza di fiducia. La gioia di sentirsi parte di una coppia viene vissuta come una minaccia alla propria stabilità emotiva, e viene vista con diffidenza.


Questa paura, nelle sue fasi acute e nei casi più estremi, si manifesta addirittura con gli stessi sintomi di una attacco d’ansia o di panico. Come sintomi possiamo trovare infatti: sudorazione eccessiva, nausea, tachicardia, agitazione ed altri sintomi tipici dell’ansia, ma anche difficoltà legate alla sfera sessuale come la difficoltà a raggiungere l’orgasmo nella donna o le disfunzioni erettili nell’uomo.
Ma quali sono le cause che creano questo meccanismo difensivo?
Alcune possono essere definite reattivo-situazionali, quali ad esempio una passata e profonda delusione sentimentale che ha profondamente ferito al punto di non volerne più sapere d’innamorarci per il timore di soffrire di nuovo o di essere nuovamente delusi.
Altre volte l’amore può venire considerato un fattore invalidante in quanto può far sentire deboli. È tipico delle persone che vogliono mostrarsi forti e confermare la propria autosufficienza, in questo contesto l’amore  viene visto come una minaccia perché entra in gioco anche la paura di perdere la propria libertà o il controllo delle proprie emozioni. L’amore procura infatti cambiamenti radicali nelle abitudini e nello stile di vita; quindi se nella persona c’è una forte resistenza al cambiamento innamorarsi o essere amati può fare paura (vedi: Paura di cambiare).
Spesso le cause sono rintracciabili nel rapporto con i genitori; sono appunto loro a tracciare le modalità con cui poi da adulti rispondiamo all’amore. Se un genitore non esprime correttamente i suoi sentimenti oppure non riconosce quelli di suo figlio si può contribuire a creare una grossa confusione dal punto di vista affettivo. A causa di questa confusione il bambino può essere portato a nascondere i suoi sentimenti o a negare tutto un vissuto emotivo ed affettivo che nell’età adulta diventerà la caratteristica che gli impedirà di avere delle relazioni affettive soddisfacenti.
Non bisogna poi dimenticare che può esistere un fattore cosiddetto “ auto lesivo” che porta le persone a sabotare in tutti i modi la propria storia d’amore.
La naturale conseguenza della Philofobia è che si tende a scegliere rapporti impossibili la cui conclusione è la rottura; si trovano pretesti per litigi e vengono preferiti rapporti tumultuosi. Talvolta ci si concentra su particolari o difetti impercettibili o si creano situazioni atte a distruggere il rapporto. Il problema è che nonostante tutto questo la fuga dal rapporto non elimina bensì intensifica la paura stessa, che finisce per nutrirsi di se stessa.
Ma, a questo punto, cosa è possibile fare per comprendere e provare a gestire questa paura?
  • Innanzitutto è necessario smettere di fuggire dai rapporti ma cercare di comprendere i sintomi del disagio, per aumentare la consapevolezza e, tramite la riflessione, ridurre l’intensità della paura.
  • È importante evitare il più possibile i confronti con le storie passate; restare concentrati nelle storie passata fa infatti aumentare la paura di un nuovo fallimento ed impedisce di godersi i momenti belli della storia attuale.
  • Bisogna ridurre le aspettative per il futuro, che potrebbero intensificare i sintomi e cercare di vivere nel presente, cercando di affrontare ogni giorno come se fosse nuovo.
  • Una cosa che sicuramente non guasta mai è il coraggio di parlare con il partner delle proprie paure e raccontargliele. In questo modo si intensifica l’entità della fiducia canalizzando il rapporto di coppia in modo positivo; l’unica cosa a cui fare attenzione è che questo non sia un cosiddetto argomento Tabù che va affrontato con maggior attenzione (vedi: Di cosa parlare in coppia?).
È chiaro che queste indicazioni non sono la panacea per tutti i mali, ma almeno permettono di diventare consapevoli del problema; la consapevolezza della situazione in cui ci troviamo ha il potere di farci sentire responsabili per essa, ci fa smettere di prendercela solo con gli altri, ci fa capire che la responsabilità di un rapporto che non va è anche la nostra.

Detta così sembrerebbe che diventare consapevoli sia solo una sofferenza, ma questo non è vero,  solo nel momento in cui percepiamo che un certo problema ci appartiene siamo capaci di mettere in atto le strategie per affrontarlo e quindi stare meglio; come diceva R. Carckhuff, solo quando ci si sente responsabili del proprio stato di sofferenza si riesce a trovare dentro di sé la forza per risolverlo e per trasformarlo in qualcosa di buono.

mercoledì 5 giugno 2013

Di cosa parlare in coppia? Attenti ai Tabù

E. Hopper "Summer Evening

Si dice che nella coppia i partner dovrebbero comunicare il più possibile; ma questo è sempre vero? E’ davvero necessario dire tutto? Pare di no, ci sono infatti degli argomenti Tabù che a volte è meglio evitare, pena la perdita della calma da parte di entrambi.
Gli psicologi ci hanno sempre consigliato che nella coppia i partner dovrebbero cercare di parlare di tutto ciò che li riguarda, a partire dai sentimenti individuali per finire agli argomenti inerenti alla coppia stessa. Tutto questo è sicuramente un bene, e molti sono i vantaggi: aumenta la conoscenza reciproca e quindi il livello di comprensione, ci si sente più liberi e più adeguati, parlare di sé aiuta a trovare i propri spazi individuali nella vita insieme, e dall’altro lato aumenta il senso di intimità e di sicurezza.
Succede però che ogni tanto anche nelle coppie più affiatate emergono nelle discussioni tematiche che preannunciano grosse tempeste; sono i cosiddetti argomenti Tabù, di cui non si può parlare senza far scattare una lite furibonda.
Qualunque coppia ne ha almeno uno e in genere fa di tutto per evitarlo appunto perché ne conosce le conseguenze.
Questi tabù possono riguardare qualunque argomento, da quelli più seri a quelli più leggeri come le più piccole incoerenze personali; ed è così che il detonatore viene attivato dall’educazione dei figli, la gestione dei soldi o i rapporti con le famiglie di origine, ma anche dalla mancanza di alcune piccole attenzioni, come dire ti amo, o da come ci si veste o per i panni che si lasciano in giro etc etc.
Indipendentemente dall’argomento la cosa importante è che in esso è contenuto un significato molto più importante che urta la sensibilità di entrambi i partner e che porta all’esasperazione emotiva; allora ecco che un metodo educativo troppo serio di lui verso i figli risveglia in lei l’energia di tutte le battaglie che ha combattuto per rendersi autonoma dai genitori; oppure, altro esempio, il rapporto troppo stretto di lei con sua madre entra in conflitto con la storia di lui, che magari ha una storia personale di carenze affettive da parte dei genitori che lo rendono allergico a forme di attaccamento che gli sanno di dipendenza affettiva.
Ma allora che bisogna fare, questi argomenti entrano nel novero di ciò di cui bisogna parlare oppure è meglio lasciarli perdere?
La storia ci insegna che il tabù è una forma necessaria utilizzata per mantenere la coesione all’interno di un gruppo sociale, come i famosi “Comandamenti” tra i quali abbiamo “non uccidere” e “non rubare”, sono quindi delle forme difensive naturali che nel nostro caso andrebbero a proteggere la coppia dalla rottura. Come tutte le difese quindi, se da un lato impedisce di raggiungere delle soluzioni dall’altro rappresenta un elemento protettivo.
Questo significa che in via generale l’argomento potrebbe pure essere trattato ma con un numero molto maggiore di attenzioni ed un accurata riflessione prima di affrontarlo.
Innanzitutto bisogna capire, nel momento in cui si crea il tabù, che ci sono dei motivi importati che riguardano entrambi i partner; ferite ancora aperte, traumi inconsci, situazioni non risolte, paure poco chiare, somiglianze con sofferenze del passato insomma, ma anche giudizi sul partner che se espressi lo ferirebbero troppo. È importante essere obiettivi al massimo nella riflessione e farla innanzitutto da soli, cercando di comprendere se quel certo argomento stia o meno minando effettivamente la stabilità della coppia e la sua intimità più profonda.
A questo punto è importante scegliere anche il momento per parlarne, infatti se venisse tirato fuori in momenti emotivamente carichi non sarebbe altro che un modo strumentale all’espressione ed allo sfogo della rabbia ma non alla comprensione reciproca; quindi meglio aspettare i momenti in cui c’è maggiore tranquillità, evitando quelli felici però, che altrimenti ne uscirebbero sciupati.
Riuscire ad eliminare o gestire un argomento tabù è comunque una conquista, che rende più liberi anche per il solo fatto di averlo compreso meglio e che può indurci, tramite questa comprensione, a capire di più l’altro ed amarlo meglio, in modo più maturo.

domenica 13 gennaio 2013

Uomini che invidiano le donne: come stanno cambiando i sentimenti maschili (1)


Come da più parti affermato, e come visibile nella vita di tutti i giorni, pare che l’identità maschile stia vivendo una fase di cambiamento che assume a volte i tratti di una vera e propria crisi maschile.
Ora, questa crisi a volte viene descritta in maniera quasi fumettistica (l’uomo "mammo", quello narciso, quello insicuro, etc. etc. ), mentre in realtà non va per nulla presa “sotto gamba”; tra le sue conseguenze abbiamo anche le forme di aggressività incontrollata, che può sfociare, nelle situazioni più gravi, nell’atto suicida oppure omicida che a volte segue alle separazioni delle coppie, delitti passionali che arrivano sempre più spesso agli onori della cronaca; altrimenti, più spesso, si manifestano in forme depressive o ansiose, o nell’impotenza maschile, anch’essa, pare, in aumento.
Senza voler indagare quali sono le cause sociologiche e storiche che hanno portato agli attuali cambiamenti nei ruoli tanto maschili quanto femminili (per esempio la rivoluzione sessuale del ’68) può essere interessante valutare come questi cambiamenti si siano pian piano manifestati su un piano individuale, quello dei sentimenti.
Ma allora come stanno cambiando i sentimenti maschili? Questo cambiamento porta solo elementi negativi o può anche risvegliare delle potenzialità creative?
Un sentimento che fino ad oggi era rimasto praticamente inaccessibile alla coscienza maschile è l’invidia per le donne. Infatti mentre l’invidia della donna verso l’uomo è sempre stata tenuta in considerazione e anche studiata dalla psicanalisi questo non è avvenuto per l’invidia dell’uomo.
Una delle prime forme di invidia maschile presa in considerazione dalla psicanalisi è stata quella relativa al ruolo materno, alla capacità di procreare; ma nel passato poteva essere compensata dalla creatività dell’uomo nel proprio lavoro o nell’ambiente culturale, creatività che la donna non poteva esprimere perché tenuta lontana dai livelli decisionali del lavoro come dall’ambiente culturale.
Oggi questo equilibrio si è ribaltato a favore della donna che oltre ad essere pro-creatrice è creativa anche nel lavoro e può occupare delle posizioni decisionali, oppure può avere uno spazio considerevole nell’ambiente culturale; quindi una donna che oggi appare capace di realizzarsi anche in quei campi che in passato erano considerati strettamente maschili mentre l’uomo non potrà mai avere la possibilità di mettere al mondo un figlio, questo è un punto a favore delle donne, un punto che può generare l’invidia nell’uomo.
Inoltre oggi il mondo è sempre più globale, bisogna interessarsi di moltissime cose contemporaneamente, per utilizzare termini moderni l’uomo deve essere sempre più “multitasking”, capace di aprire sempre nuove finestre e di collegarle con quelle aperte in precedenza; insomma, quello  che si chiede è una sempre maggiore flessibilità. Il problema è che da che mondo e mondo si è sempre saputo che sono proprio le donne quelle capaci di fare più cose contemporaneamente, e lo hanno imparato perché si sono dovute sempre  occupare tanto del lavoro quanto dei figli (e del marito)…..cosa che l’uomo non ha mai dovuto fare. In effetti oggi anche l’uomo si trova a dover ricoprire ruoli diversi, compreso quello di padre, che però comporta l’acquisizione di capacità di accoglienza, quindi più materne, o della capacità di perdere il controllo senza creare catastrofi, caratteristiche che l’uomo fa difficoltà a conciliare con il lavoro; in sintesi per l’uomo è più difficile riuscire a vivere più ruoli tenendoli separati tra loro, per esempio il lavoro e la famiglia, cosa che invece alle donne riesce meglio……..provocando l’invidia maschile.
Un altro motivo di invidia maschile pare essere la capacità seduttiva femminile, per esempio, come afferma Slepoj, il fatto che mediamente le donne debbano fare “meno fatica” per avere un rapporto sessuale, possono rimanere in passiva attesa dell’uomo che le corteggerà. Quella che qui traspare è quindi l’invidia verso la passività, una svolta davvero notevole se si pensa che la passività è stata sempre vista dall’uomo come un disvalore; non abbiamo più qui l’uomo per forza cacciatore ma un uomo che cerca anche di sedurre ( etimologicamente: condurre a sé) la donna, un uomo che ha scoperto il piacere di essere corteggiato.
Per concludere bisognerebbe parlare un po’ dell’invidia, un sentimento che in passato, anche dalla psicologia, era considerato assolutamente deleterio e distruttivo e che invece oggi è stato rivalutato. L’invidia infatti, se non è troppo forte ha la stessa funzione dello stress, può cioè essere una forza propulsiva. In questo caso una forza propulsiva per l’uomo che può aiutarlo a conoscere i propri “tratti femminili”, ossia quelle qualità che culturalmente sono sempre state prerogativa della donna ma che in realtà appartengono a qualunque essere umano indipendentemente dal suo sesso. Ovviamente questo non significa arrivare ad una “femminilizzazione” dell’uomo ma ad una struttura di personalità più armonica e completa che può aiutare nell’affrontare con maggiore flessibilità e maggior successo la vita di tutti i giorni; una flessibilità che può essere utile per stabilire delle relazioni significative con gli altri, in particolare il partner o i figli, ma anche con se stessi..........continua

domenica 23 dicembre 2012

Tempo di regali: sul valore psicologico del dono e del "donarsi"


Quello del regalo è uno dei gesti più antichi della tradizione dell’uomo ed è carico di significato; è un’usanza che esiste da sempre e, qualunque sia l’occasione per la quale vi si ricorre, è molto più che una prassi tradizionale o l’adempimento a un dovere legato a una circostanza particolare. Regalare qualcosa a qualcuno è un gesto relazionale che mostra un certo impatto emotivo: con l’azione del dono inviamo un messaggio a colui che lo riceve e sveliamo una parte di noi stessi che si manifesta nella scelta di quel determinato regalo per quella specifica persona; in questo risiede anche il valore più strettamente psicologico del “donarsi”, ossia lasciarsi andare all’altro, mostrare sé stessi, tanto una propria idea quanto un’emozione.
Il regalo, in questo senso originale ed autentico, diviene quindi un atto creativo, costruttivo ed intimo.
Nell’attuale società occidentale, purtroppo, il dono ha perso questo valore originario assumendo un aspetto più superficiale e consumistico. Per esempio spesso si sceglie un regalo non in base al significato dell’avvenimento da festeggiare ma in base alla moda e alla pubblicità del momento. La folle corsa nei negozi, la ricerca smodata e spesso obbligata di chissà quale oggetto, l’acquisto di un regalo tanto per farlo ma senza individuarne un senso per sé o per l’altro sono comportamenti che tolgono valore al gesto originario.
Questa confusione sul senso del gesto deriva però anche da una confusione di termini; si può differenziare infatti il significato della parola “regalo” da quello del termine “dono”.
La parola Regalare ad esempio deriva da “regalia” che erano i diritti spettanti al re di cui egli poteva fare concessione ai suoi sottoposti per ricompensa di altri servigi. Insomma la parola regalo sembra riportarci ad un significato molto sociale dello scambio dove cioè c’è qualcuno che fa qualche cosa in cambio di altri interessi o per farsi vedere, per mettersi in mostra. Lo vediamo e lo sappiamo che molti regali sono fatti con un preciso significato, una attesa di scambio.
Noi usiamo, però, anche un’altra parola come sinonimo di questa, soprattutto a Natale, ed è la parola dono. L’origine di questa parola è completamente diversa essa infatti deriva proprio dal verbo dare, ed indica “ciò che si da senza attesa di ricompensa”. Il dono implica insomma la gratuità del dare, ed il piacere di dimostrare, con il dono, l’affetto ed il significato che quella persona o quella relazione ha per noi.
In un significato più profondo il dono ci mette “di fronte” alla persona a cui viene fatto e ci fa confrontare con lei; quando il dono diventa “dono di sé”, magari in una relazione amorosa o di amicizia, permette di capire quanto riusciamo ad impegnarci in quel rapporto, quanto riusciamo a dare e quanto a “prendere”….oppure quanto ci “tratteniamo. In base a questa lettura donare è anche un rischio, rappresent6a un modo di mettersi in discussione, ci costringe a confrontarci con la risposta dell’altro che sia essa positiva o negativa (per esempio chiedere alla persona che ci piace di iniziare un rapporto d’amore, e quindi “fargli dono” del nostro sentimento, comprende in sé il rischio di venire rifiutati). Il dono allora è caratterizzato da una natura ambivalente.
Nel risalire alle origini del motivo dell'ambivalenza del dono è significativo analizzare il termine; dôron-dôlos, dono-inganno, come il duplice significato della parola gift: dono da una parte e veleno dall'altra. 
L'originalità di questo tema rinvia per esempio alla tradizione greca. Da Omero ad Esiodo, da Eschilo a Platone dono è essenzialmente inganno. Ciò concerne non uno specifico dono, ma ogni dono; secondo il mito di Pandora ricca di ogni dono«) il famoso Vaso di Pandora è un dono agli uomini da parte degli Dei ma contiene anche tutti i mali che si diffondono per il mondo intero. Ma non bisogna dimenticare che al suo interno c’è anche la Speranza; il dono quindi porta anche il male (il rischio della sofferenza di donarsi agli altri) ma nello stesso tempo rappresenta la possibilità di proteggersene.
In altri termini “donarsi” senza avarizia agli altri può far male ma nello stesso tempo può rappresentare anche la massima felicità (basti tornare all’esempio di cui sopra nel caso che la persona che ci attrae accetta di stabilire un rapporto con noi).
Oggi rischiare in questo modo le proprie emozioni tende a fare paura. La tendenza al controllo che ci assale sempre più spesso impedisce di entrare in rapporto profondo con gli  altri ma anche con lo scorrere della vita in generale; tendiamo quindi a trattenere quello che proviamo oppure a metterlo in gioco solo quando ci sentiamo abbastanza sicuri, quando abbiamo il controllo sugli eventi, secondo una modalità dai forti tratti ossessivi; in questo senso il cosiddetto “regalo di consumo”, quello legato al concetto di “regalia” non è altro che una difesa dal donarsi autentico, una difesa dettata dalla paura dell’altro.
Ma perché si evita di donarsi, ossia si evita il dono autentico, spontaneo, libero? Forse perché così facendo non solo non si rischia se stessi, ma anche, e soprattutto, così facendo si tengono lontano gli altri dalla propria vita, impedendogli di portare scompiglio con la loro novità. Il dono infatti è cambiamento, è sviluppo, è creazione di una situazione diversa; soprattutto è incontro e relazione.
Il dono quindi va anche accettato e questo comporta una specie di “scelta di vita”, come dice Risè un “essere per il dono”, essere capaci di esprimersi liberamente per quello che si è, di rischiare i propri sentimenti e, tra l’altro, sentirsi di poter rifiutare quelli altrui; questo tipo di comportamento comporta un “avvicinamentoagli altri e se tutto va bene sarà amicizia o amore; altrimenti, forse, conflitto e sofferenza. Ma solo rischiando la disperazione si può ottenere la felicità.
In conclusione nell’esperienza del dono, e del donarsi, si esprime una parte decisiva della vita umana, che è quella che riguarda gli affetti e la ricerca del senso della vita, una ricerca che va oltre gli angusti confini del nostro Ego per avventurarsi nel mondo sconosciuto della relazione autentica con il mondo.




sabato 24 novembre 2012

Aggressività vs Assertività (2): Esprimersi con sicurezza


Quante volte pur avendo ragione si finisce dalla parte del torto? A volte succede che nonostante le nostre opinioni siano corrette non riusciamo a difenderle, e questo perchè non riusciamo ad esprimerle nella forma più adeguata; può capitare che ci arrabbiamo troppo rischiando di passare per persone impulsive ed aggressive (nonostante, magari, ci stiamo solo difendendo) oppure ci dimostriamo insicuri, incerti in quello che affermiamo, dando all’altro la possibilità di dubitare di noi e delle nostre affermazioni.
Per poter esprimersi con sicurezza ci viene in aiuto quella che gli psicologi chiamano assertività. Già il termine dà qualche spiegazione; dal latino “ad serere”, condurre a sè, e da qui “asserire” ed asserzione, affermazione di sè, caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni ed opinioni.
Dimostrarsi assertivi significa sviluppare alcune specifiche competenze tramite le quali si esprime il comportamento assertivo;
  • Innanzitutto essere capaci di dire No, senza però svalutare l’altro o rifiutarlo. Questo significa riuscire a superare la paura di poterlo ferire.
  • Saper rischiare e saper chiedere; in questo modo ci si dimostra capaci di assumersi le responsabilità delle proprie richieste e di comunicare agli altri le proprie aspettative anche se questo può portare ad un conflitto; uno dei modi migliori per imparare a rischiare in questo senso è fare richieste in maniera diretta, evitando giustificazioni, e poi riflettere su quali risultati si sono ottenuti per poter eventualmente modificare la modalità.
  • Saper criticare; questo significa passare da una modalità esclusivamente “giudicante” ad una più “osservante”, giudicare non tanto la persona quanto la situazione o il comportamento dell’altro ed esprimere il giudizio come una opinione personale piuttosto che “assoluta”.
  • Saper rispondere alle critiche, accettando gli eventuali errori commessi ed imparando da essi.
  • Saper decidere e realizzare obiettivi concreti, ossia legati alla consapevolezza dei propri limiti e delle reali potenzialità.
  • Saper perseverare, senza perdersi troppo d’animo se non si è riusciti a realizzare degli obiettivi ma cercando comunque di migliorarsi per la prossima volta (nel tentativo di migliorare noi stessi non ci deve “correre dietro” nessuno!).
Queste sono, per così dire, le “evidenze” comportamentali di un “pensare” assertivo, ossia di un lavoro sui pensieri appunto, che comporta l’abbandono delle convinzioni svalutative su noi stessi, che spesso sono legate al nostro passato ed a vecchie esperienze, magari dolorose, dalle quali non riusciamo a separarci. Oltre all’area comportamentale e cognitiva però va considerata anche quella emotiva; è fondamentale conoscere cioè le proprie emozioni, senza giudicarle, perchè solo così facendo perdono il loro carattere “travolgente” e possono diventare gestibili.
In sintesi si potrebbe dire che al fondo dell’assertività si cela la consapevolezza di sè, innanzitutto del proprio stile comunicativo, sia esso aggressivo o anassertivo-passivo, che va accettato (come vanno accettate le esperienze passate alla base dei pensieri svalutativi di cui sopra). Ancora è importante lavorare sulla consapevolezza di quella che Jung chiamava Ombra, ossia tutto ciò che non ci piace di noi stessi, che non vorremmo vedere o che abbiamo rimosso nell’inconscio; in questo modo ci sentiremo liberi di dare maggiore spazio ai nostri bisogni ma anche ai nostri sogni, ai pregi come ai difetti, dando voce alla paura, alla rabbia e ad ogni altro desiderio che non abbiamo il coraggio di pensare.
Fatto questo diventa possibile agire il cambiamento, provando a modificare concretamente i nostri comportamenti assumendoci con coraggio le rispettive responsabilità, iniziando da modifiche in quelle aree della nostra esperienza che ci garantiscano un buon margine di successo, per poi muoverci gradualmente verso aree più “rischiose”.
Per ultimo, ma probabilmente è l’elemento più importante, non bisogna dimenticare che l’assertività è il mondo della libertà di scelta e questo significa che non è possibile nè utile essere sempre assertivi, perchè si finirebbe in un corpo a corpo con le pulsioni e gli istinti più profondi da cui non si può uscire vincitori usando la razionalità; quindi è necessario dare spazio a tutto ciò che di irrazionale alberga in noi potendo però decidere come, quanto e quando esprimerlo….e questo vuol dire decidere come, quanto e quando essere assertivi e quando invece dare spazio a quel briciolo di follia che alberga in tutti noi e che sta alla base della creatività. 

venerdì 16 novembre 2012

Piccoli bambini per grandi bugie: come reagire di fronte alle bugie dei piccoli


 Un bambino all’età di 2/3 anni è capace di dire davvero delle grandi fandonie; può incolpare di un suo misfatto il fratellino o la sorellina appena nati (e che ancora non sanno neanche camminare) o il cane (che però magari non entra mai in casa), può dire con la massima sicurezza di aver visto un coccodrillo al supermercato…..ma sono bugie innocue, trasparenti, un gioco con la fantasia. A partire dai 6 anni le cose cambiano, cambia il bambino e cambiano le sue bugie, proprio come lui diventano più furbe, e anche più intenzionali; intorno a questa età si comincia a distinguere più chiaramente il vero dal falso, ed a riconoscerli, e quindi solo a partire da qui si può parlare davvero di bugie nell’accezione che intende un adulto. La principale differenza è che ora sa di mentire mentre prima era lui stesso il primo a credere alle sue “assurdità” ed a stupirsi che gli altri non lo facevano; questo perchè la differenza tra realtà e fantasia era meno chiara, se negavano di aver fatto un danno è perchè desideravano davvero non averlo fatto, e pensavano che negandolo avrebbero potuto in qualche modo modificare il passato. Quando crescono iniziano a rendersi conto che non è più sufficiente negare ciò che è accaduto per trasformarlo; nonostante questo però possono continuare a farlo e se la cosa assume una rilevanza “massiccia” diventa un problema.
Un esempio può essere quello dell’accusare altri per ciò che lui ha fatto; come già detto fino ad una certa età è naturale, in questo modo il bambino si libera del “bambino cattivo” che c’è dentro di lui. Comunque nel tempo inizia a conoscere ed accettare anche questa parte “negativa” di sè e piano piano ad assumersi le sue piccole responsabilità, tutto questo perchè inizia a sentirsi più sicuro di sè, e ad acquisire maggiore fiducia nelle sue capacità, tra cui, appunto, quella di sopportare eventuali giuste punizioni e la capacità di ridimensionare le sue colpe, che fino ad ora poteva apparirgli enormi anche se erano bazzeccole agli occhi degli adulti.
Se questo comportamento continua (in maniera esagerata) indica che il bambino non riesce ad accettarsi, che ha paura della sua cattiveria e che non riesce a gestirla, che è troppo intransigente con se stesso; questo atteggiamento può comunque essere risultato di uno stile educativo troppo intransigente a sua volta; se per esempio il bambino viene giudicato troppo severamente la bugia si trasforma in una difesa dalla paura di deludere mamma e papa…fissandosi stabilmente nel comportamento. Inoltre può portarlo all’abitudine di dare la colpa agli altri, cosa che risulterà controproducente anche alla sua socializzazione visto che per salvare se stesso finisce per “colpire” gli altri.
In questi casi è importante non essere troppo duri e severi nel giudicare le bugie, gli vanno fatte notare senza infierire, facendogli capire che non è la fine del mondo ma anche che non è giusto incolpare altri per i propri errori. Gli si può chiedere qualche spiegazione per il suo comportamento lasciandogli però qualche “via di fuga”, magari accettando qualcuna delle sue giustificazioni. Così facendo lo si aiuta a ristrutturare la stima in se stesso che probabilmente è venuta a mancare.
Comunque anche dopo i 6/7 anni i bambini possono continuare a dire bugie per cercare di modificare la realtà tramite il cosiddetto “pensiero magico”; non si limitano a fantasticare ma trasformano i loro desideri in racconto, per esempio tendono ad esagerare qualche loro impresa o le condizioni socio-economiche della famiglia; in genere enfatizzano elementi di verità. Il motivo di questa megalomania è che il bimbo cerca di contrastare il suo essere “piccolo” usando il senso di onnipotenza. Fino a qui tutto normale, ma sulla scia della fantasticheria e dell’onnipotenza può anche emergere un forte bisogno di autoconsolazione dal sentirsi poco amati o poco apprezzati. A volte infatti questo tipo di bugie può segnalare uno stato di disagio che viene appunto trasformato in fantasia, per esempio raccontare di aver passato delle fantastiche feste in famiglia mentre magari nella realtà I genitori stanno separandosi, oppure di aver avuto un bellissimo voto a scuola quando invece è vero il contrario. In questo caso per il bambino è difficile sopportare la frustrazione ed il dolore, che spesso sono davvero troppo per lui, e così facendo prova a negarli e spera che raccontando cose belle queste potranno davvero realizzarsi.
Anche in questo caso non serve riprendere duramente il bambino, anzi è necessario comprenderlo ed aiutarlo a capire che non è possibile cambiare la realtà di punto in bianco in modo “magico” ma che serve tempo per farlo; l’attenzione va  posta non tanto sulla bugia quanto sul tentativo di accettare le sofferenze del bambino, il suo possibile senso di inferiorità o le sue paure.
Comunque al di là di queste particolari situazioni per evitare un eccesso di bugie è importante che i genitori siano esempio di sincerità.
Per esempio se chiede di cose che non può ancora sapere è sufficiente dirgli chiaramente che non sono cose che devono interessarlo piuttosto che raccontargli una falsa verità. Inoltre è importante mantenere le promesse; in caso contrario il bambino si sente ingannato, quindi è meglio essere il più chiari possibile piuttosto che trovarsi poi a non mantenere ciò che si è promesso.
Inoltre i bambini possono perdere fiducia nel genitore anche quando non mente direttamente a loro ma ad altri, magari coinvolgendoli nella bugie (per esempio farsi negare al telefono!). E’ ovvio che non si può essere sempre sinceri neanche (e soprattutto) tra adulti, però in questi casi è meglio ammettere che anche gli adulti mentono oppure che a volte alcune bugie possono essere necessarie, per esempio per non far soffrire gli altri o per non complicare i rapporti, magari non tanto “falsando” ma “ammorbidendo” la verità.
Per evitare che la bugia si stabilizzi come forma di difesa è necessario non dimostrarsi troppo intransigenti. Anzi, c’è da dire che la bugia è anche segno di autonomizzazione del bambino, per esempio a partire dai 5/6 anni iniziano i primi segreti, a volte protetti proprio da qualche bugia, che però indicano che è avvenuta una separazione e che il bambino ha strutturato la propria individualità ed il proprio mondo interno e privato.
Infine è importante evitare le confessioni a tutti i costi, sono dolorose per i bambini e li fanno sentire esposti ed indifesi; se la bugia non viene ammessa in nessun modo meglio non insistere troppo, se i motivi per cui non deve dirle gli sono chiari il bambino non esagererà più.
Comunque bisogna ricordare che  tutti i bambini mentono, è inutile farne un dramma anzi ci sarebbe da preoccuparsi del contrario; per dire una bugia, infatti, è necessario riuscire a comprendere come l’altra persona pensa, quali cose si aspetta, quali sono le sue opinioni, altrimenti si verrebbe scoperti facilmente; in questo senso la capacità di mentire in maniera più “sottile” ci fa capire che il bambino è ora capace di comprendere gli altri e di mettersi nei loro panni, consapevolezza fondamentale per costruire le sue future relazioni.


sabato 10 novembre 2012

Aggressività vs Assertività (1): 3 stili comunicativi


Nei media l’aggressità “fa audience” e questo significa che in qualche modo ci affascina, forse perchè in questo modo vediamo e ascoltiamo un modello comunicativo che nella vita di tutti i giorni non ci permetteremmo di attuare pur magari desiderandolo.  Ma alla fine questo modello non è l’unico, la psicologia ci dice infatti che esistono anche il modello anassertivo (più passivo) e quello assertivo (il più efficace tra i tre).

Si! L’aggressività in TV ci piace, ci piace vederla, ci piace ascoltarla, e questo nonostante tendiamo a considerare sgradevoli le persone che la utilizzano per far valere il proprio punto di vista, ma perchè?
Innanzitutto perchè le persone aggressive appaiono “vincenti” rispetto ad altri, nonostante spesso si muovano sul filo della prevaricazione; secondariamente perchè ci permettono di proiettare i nostri stessi desideri di vittoria o di prevaricazione.
In effetti l’aggressività è un retaggio della specie, propria cioè dei nostri progenitori che vivevano nelle caverne e che proprio grazie ad essa si procuravano il cibo o difendevano il clan. Quindi in sè per sè non ha nulla di particolarmente deplorevole, la differenza con quanto accade oggi è che queste necessità primarie (fortunatamente) sono meno impellenti; almeno nel nostro mondo occidentale non dobbiamo (quasi più ) lottare per mangiare  o per difendere la nostra vita o quella dei familiari. La conseguenza di questo è che spesso tutta questa aggressività appare fuori luogo.
Nonostante ciò ci troviamo comunque molto spesso a dover difendere una nostra opinione oppure una nostra idea, vuoi che sia un progetto o un modo di essere; è proprio in questi casi che ci piacerebbe riuscire ad imporci ma a volte non ci riusciamo (per paura di perdere una relazione o magari il lavoro) e tendiamo ad assumere un comportamento che gli psicologi chiamano “anassertivo” ossia passivo, in sintesi tendiamo per buona pace a trascurare i nostri bisogni di fronte a quelli altrui.
Fino a qui ci stiamo confrontando con una dinamica del tipo “vittima-carnefice”; ma allora com’è che riusciamo a non annullarci l’un l’altro? Questo è possibile perchè esiste anche una terza via, che è quella dell’assertività, ossia la capacità di esprimere se stessi e le proprie opinioni senza prevaricare gli altri; per capire meglio può essere utile mettere a confronto gli “stili comunicativi” che emergono da queste tre tipologie di comportamenti.
  • Lo stile aggressivo si caratterizza per comportamenti improntati al dominio ed alla prevaricazione degli altri senza tenere conto di quello che pensano o provano; il risultato è che l’altro finisce per “chiudersi” e comportarsi passivamente  oppure, viceversa, che reagisca a sua volta aggressivamente generando una spirale di violenza. In realtà la persona aggressiva non è realmente forte o sicura di sè, tutt’altro, è in realtà incerta ed ha una inconscia percezione di debolezza; si potrebbe dire che aggredisce per non essere aggredita spesso per evitare di provare paura.
  • All’opposto abbiamo lo stile anassertivo, che si manifesta con comportamenti passivi ed inibiti e con la tendenza a non esprimere il proprio punto di vista per non inimicarsi gli altri. In genere questo è un modo per non perdere delle relazioni importanti e per evitare che venga ferita la propria autostima. Il rischio è che si può soffrire molto, diventando ipersensibili alle critiche fino a non riuscire a reggere neanche battute del tutto innocue. Spesso queste persone stabiliscono dei rapporti di dipendenza dagli altri, e per non perderli tendono a compiacerli non esprimendo le proprie opinioni.
  • La terza via è appunto quella dello stile “assertivo”, che invece si caratterizza per la capacità di esprimere i propri desideri ed i propri punti di vista mantenedo comunque il rispetto per gli altri e per i loro desideri e diritti; in questo senso la persona assertiva è disposta a negoziare senza rinunciare a farsi valere, magari aspettando un momento migliore per esprimersi senza però trascurare di far valere, anche se in un momento diverso, la propria opinione.
Da quanto esposto si evince che lo stile di comunicazione assertivo sarebbe quello migliore dei tre….ma è anche vero che non è sempre semplice da applicare, si basa infatti su dei prerequisiti a loro volta abbastanza impegnativi:
  • Stima di sè, ossia la capacità di credere nel proprio valore in maniera obiettiva, senza idealizzazione, che vuol dire basarlo su ciò che si è piuttosto che su ciò che si riesce a realizzare o ciò che si “fantastica” di realizzare, significa saper vivere nel presente e giudicare non tanto le persone quanto le situazioni;
  • Consapevolezza di sè, ossia la capacità di ascoltare le proprie emozioni, i propri desideri, e di accettarsi nei propri difetti pur cercando di migliorarsi;
  • Sentimento del potere a somma variabile, ossia la capacità di apprezzare il valore altrui nel momento in cui si è in conflitto, di accettare le opinioni dell’altro pur non condividendole; vuol dire riconoscere i conflitti sforzandosi di collaborare piuttosto che vincere;
  • Saper comunicare ed esprimere le proprie emozioni ed i propri sentimenti, senza per questo sentirsi più deboli bensì liberi di esprimere la propria autenticità.
Detto questo l’assertività non è semplice da applicare, ed in effetti non ci riusciamo sempre, e questo è anche un bene; non bisogna pensare che assertività sia sinonimo di perfezione, è anzi vero il contrario, è accettazione della proprio umanità, delle proprie debolezze e dei propri difetti, anzi si può dire che senza questi non esisterebbe proprio, esisterebbe solo l’onnipotenza.
Essere assertivi significa in fondo sentirsi liberi di essere se stessi nella propria autenticità, significa poter sbagliare ma anche (e soprattutto) trovare il modo per ammetterlo per poi cercare di riparare all’errore; allora si può anche essere aggressivi a volte, altre si può chinare il capo, magari per non far del male agli altri, senza perdere però di vista i propri valori profondi e cercando di applicare il più possibile il rispetto per gli altrui diritti………continua...