mercoledì 7 marzo 2012

Paura di cambiare: il cambiamento e la scoperta di sè

 Oggi il cambiamento è un argomento che si impone agli onori della cronaca, da un punto di vista sociale e lavorativo è molto aumentata la disponibilità a cambiare ed a spostarsi, tanto fisicamente quanto mentalmente; ma la paura di cambiare è anche una condizione quasi “ontologica” dell’uomo. Alcuni cambiamenti possono di certo essere negativi ed essere addirittura traumatici, pensiamo alla perdita del lavoro per esempio, ma anche quelli positivi possono creare un pò di stress da cambiamento; questo perchè modificare le certezze, anche in maniera positiva, crea incertezze e costringe a confrontarsi con situazioni nuove che non possiamo affrontare con sicurezza perchè mai sperimentate prima.
In effetti ci sono persone nelle quali anche di fronte ad eventi positivi come una promozione, una vincita al gioco, la nascita di un figlio etc. prevale il disagio per il cambiamento piuttosto che il piacere; in generale bisogna ammettere che nessun cambiamento possa portare con sè esclusivamente effetti positivi o negativi, il fatto è che di fronte alle modifiche (non solo concrete ma anche psichiche) sale l’incertezza, la sottile paura di non riuscire a gestire il nuovo evento, una sorta di ansia anticipatoria che può provocare preoccupazione o agitazione, in sintesi vengono attivati dei meccanismi difensivi che non sono stati scelti mediante una valutazione razionale, ma che rappresentano una risposta percepita come inevitabile, automatica ed inspiegabile per proteggersi da ciò che è sconosciuto; ed ecco la paura di cambiare.
Tutto ciò può sembrare assurdo ma in realtà non lo è, tanto che nel DSM IV (manuale diagnostico dei disturbi mentali) esiste uno specifico disturbo legato a questa condizione, il disturbo dell’adattamento, diagnosticabile nel momento in cui la risposta di un soggetto ad un cambiamento di vita comporta un marcato disagio sociale e lavorativo, e questo indipendentemente dal fatto che questa novità possa essere positiva o negativa.
Al di là dell’aspetto strettamente diagnostico, va detto che le cose più importanti per l’essere umano sono la sicurezza, e la stabilità, e le variazioni indipendentemente dal loro valore vengono viste con una sorta di inconscio sospetto.
Questo meccanismo si presenta già nel bambino con il suo bisogno di attaccamento, anzi, è così forte il bisogno di sicurezze e di cure che risulta preponderante persino rispetto alla bontà o meno del comportamento del genitore (tra l’altro è per questo che un bambino non riesce a denunciare un genitore che lo maltratta, perchè la paura di perdere chi si occupa di lui è più forte di qualunque tipo di giudizio).
Ora, basta sostituire l’immagine del genitore con quella dello stile di vita che una persona conduce per capire quanto questo ragionamento ci segua anche da adulti; questo è il motivo per cui a volte persone che stanno male a causa di un rapporto o di una situazione lavorativa non riescono ad abbandonarla, qui vale il famoso detto “chi lascia la strada vecchia per la nuova….”, alcune persone lo hanno marchiato nell’anima così forte da non riuscire ad affrontare i cambiamenti anche quando risulterebbero positivi se non addirittura necessari.
Fino a qui abbiamo notato i sintomi, il disagio ed i suoi segni, e abbiamo cercato anche le motivazioni sottostanti, quelle nascoste nel passato; ma la paura di cambiare ed il suo superamento tirano in ballo il suo funzionamento; solo se capisco come funziona posso riparare un oggetto, così vale anche per la psiche e le sue dinamiche; in sintesi è necessario chiedersi cosa accade tra il momento in cui questa paura inizia a svilupparsi nel passato e quello in cui si manifesta nel presente.
Innanzitutto quando si parla di cambiamento interiore si parla anche di cambiare la visione che abbiamo di noi stessi, una visione che deve in qualche modo adeguarsi tanto al mondo esterno con le sue richieste, tanto a quello interno con suoi bisogni e le sue pulsioni; e l’immagine di noi si modifica tanto di fronte a cambiamenti positivi quanto negativi.
Erich Fromm parlava di “fuga dalla libertà”, una sorta di paura di essere finalmente liberi; quando si impone una modifica del proprio comportamento usuale quindi non c’è solo paura di perdere la sicurezza ma anche paura di ciò che si potrebbe diventare. Fromm appunto ci dice che l’uomo ha paura della libertà perchè fondamentalmente ha paura di prendersi la responsabilità di se stesso.
Su questo punto il passato con il suo bisogno di sicurezza ed il presente con le sue molteplici sfaccettature si toccano da vicino; se cambio non metto in discussione solo me ma anche il mondo che mi circonda e che mi ha visto in un certo modo fino ad ora; la domanda che sorge è se questo mondo mi accetterà anche se mi manifesterò diverso da come mi conosce; perchè il mondo, la rete sociale che mi sostiene, è in fondo la mia sicurezza e forse non me la sento di rischiare di farne a meno; ma questo significa che non me la sento di combattere per la mia libertà e per quello che potrei diventare e che potrebbe anche farmi stare meglio, oppure, ancora, significa che parto dal presupposto che la mia “libertà” non verrà accettata prima ancora di saperlo, forse perchè a non accettarla sono io per primo.
La  paura del cambiamento quindi si sviluppa su di un doppio binario, l’accettazione del cambiamento da parte del mondo e l’accettazione del cambiamento da parte di me. Se sento la paura di mostrarmi cambiato è forse perchè sotto sotto ho paura di me, o almeno di una parte di me che sta emergendo.
Sotto questo punto di vista la paura di cambiare si trasforma da paura delle incertezze a paura di se stessi, di quelle parti di sè che creano inquietudine, che emergendo potrebbero cambiarci e che potrebbero essere giudicate male dagli altri perchè in primis mal giudicate da noi stessi. Eppure dentro queste parti per così dire “nuove” si nascondono le nostre capacità, per esempio la capacità di reagire positivamente ad un cambiamento imposto oppure a situazioni che avvelenano l’anima, per non parlare della capacità di gestire gli eventi positivi senza agire sulla scia del comportamento maniacale.
Come al solito il primo passo da fare è quello di riuscire ad accettare se stessi e, soprattutto, le parti di sè che non si conoscono bene alle quali non ci si sente liberi di dare spazio. Fatto questo la possibilità di attuare delle modifiche nella propria vita aumenta, e così si decide di fare un figlio, di cambiare partner, di cambiare lavoro o ricostruirlo dopo averlo perso, gettandosi in una nuova avventura. Chiaramente questo può provocare inquietudine alla persone più vicine ma questo passo diventa importante perchè è alla base del rispetto di sè come individuo, accettarsi e correre il rischio di mostrarsi diversi dal solito anche agli altri presuppone la capacità di fare affidamento su di sè, di assumersi la responsabilità di rinascere da se stessi.
Tutta questa dinamica passa attraverso il nostro Io, quella parte di noi che è cosciente di se stessa e del mondo, quella istanza psichica che ci permette di dire “io sono così e così” e “il mondo è così e così”. L’Io è depositario di quelli che sono gli schemi ed filtri attraverso cui leggiamo il mondo, quello che, per così dire, decide se vogliamo organizzare i “libri” delle esperienze per autore, piuttosto che per editore o argomento; è il responsabile del nostro metodo di apprendimento e lettura della vita.
Ogni cambiamento, imposto da fuori o da dentro di sè, passa attraverso questa fondamentale funzione; cambiare costringe l’Io a cambiare metodo di catalogazione; questo non comporta solo l’organizzazione delle nuove esperienze di vita ma anche e soprattutto la ri-organizzazione delle eserienze del passato.
Anche questo è uno dei motivi della paura del cambiamento: cambiare, soprattutto in maniera radicale, comporta la riorganizzazione del passato oltre che del presente e del futuro; è quindi una grande opera. Ma qui, in fin dei conti, si torna al punto di partenza, il bisogno di sicurezza e la paura di sè, perchè la paura che riorganizzando e ristrutturando si perda qualche certezza oppure che emerga qualcosa che avremmo voluto dimenticare è talmente forte da riuscire ad impedire qualunque progettualità di cambiamento.
Ancora di più allora per affrontare al meglio i cambiamenti è necessario essere disponibili a rischiare e, soprattutto, a rischiare di conoscere meglio se stessi.

domenica 26 febbraio 2012

Una crisi "stupefacente": finanziarie, cocaina e psicologia


Quando si parla della crisi economica i principali argomenti sono rappresentati da dati statistici e dagli andamenti di borsa, dai rischi di “default” e dall’indebitamento di stati e di finanziarie, quindi da una serie di fatti; ma tutto questo non è che la punta dell’iceberg, infatti non dobbiamo dimenticare che alla base di tanti “fatti” ci sono le persone che questi fatti li compiono, delle persone che hanno una testa pensante, che hanno un’anima psicologica; ed è questo il punto dove il dato economico e quello psicologico si intrecciano.
Prima di arrivare al punto cruciale della psicopatologia e dell’abuso di sostanze negli ambienti della finanza e della politica, una prima riflessione vuole essere sull’origine della crisi che attanaglia l’Europa; una delle principali cause è stata rappresentata dai crack di alcune grandi finanziarie d’oltreoceano il cui crollo è stato causato dall’eccessiva esposizione in transazioni finanziarie troppo poco sicure e dal conseguente livello di indebitamento.
Questo fatto ci permette di estrapolare un primo dato di valore psicologico: chi ha attivato e portato avanti coscientemente questo processo è stato incapace di far valere il senso del limite; questo può dirci che la tendenza è quella di raggiungere il massimo profitto nel breve termine, al di là di ogni regola stabilita e senza pensare alle conseguenze. Alla base di questi eventi disastrosi c’è una mentalità che dà valore solo al successo immediato ed al potere; altrimenti non ci si spiegherebbe come queste persone non si siano rese conto che stavano correndo incontro alla loro autodistruzione e alla distruzione degli investimenti dei risparmiatori (che poi sono finiti sul lastrico) oltre che verso una crisi che ha provocato un aumento di patologie psicologiche nella gente (vedi art. “La crisi e i suoi psico-derivati”).
In conclusione si potrebbe dire che il disturbo di cui soffrono alcune delle persone che lavorano nella finanza, ma anche nella politica, sia legato alla difficoltà di rispettare gli altri, di provare empatia per il prossimo; viene da sé che da qui al rompere il legame di solidarietà con la società e con le leggi della collettività (quelle leggi che sono nate appunto per garantire la stabilità e la sicurezza degli uomini ) il passo è davvero molto breve. La conseguenza è che non vengono rispettati gli altri come persone ma li si vede solo come semplici strumenti al fine di realizzare i propri scopi e le proprie ambizioni di potere; l’Ego si espande illimitatamente avendo perso i confini rappresentati dagli altri (spogliati ormai del proprio valore) fino a giganteggiare solo ed onnipotente.
Questo tipo di personalità porta però con se anche un ulteriore aspetto, quello che potrebbe essere definito il rovescio della medaglia: l’autodistruttività, quella che appunto si è vista in opera agli albori della crisi finanziaria.
Nessuna persona è tanto sciocca da non riuscire ad accorgersi, anche se in modo parzialmente inconscio, che tutta l’onnipotenza ed il potere che sta accumulando non sono altro che illusioni causate dal fatto che si legge il mondo solo attraverso il proprio “totalizzante” sguardo; in altri termini queste persone non sono psicotiche, hanno comunque integra la capacità di riconoscere il principio di realtà, la concretezza di ciò che accade, e che quindi l’espansione del loro Io, del loro potere, non corrispondono ad un reale aumento di valore della loro personalità, della loro interiorità.
Semplicemente però continuano a mentire a sé stessi fino a raggiungere un tracollo che porta dietro di sé anche le altre persone legate alle loro attività in quello che Risè definisce un “suicidio sociale”; queste persone nel loro delirio di forza e realizzazione non possono in alcun modo riconoscere la loro situazione di reale vuoto e assenza di valore che li farebbe sprofondare in una depressione senza fondo ma che potrebbe fermare il loro delirio.
Da questi caratteri appena delineati si può azzardare a dire che la dinamica psicologica in cui queste persone vivono è di tipo schiettamente narcisistico quando non sociopatico.
In ogni caso il punto dell’autodistruzione e dell’onnipotenza rappresenta il raccordo con l’abuso di sostanze stupefacenti, in particolare la cocaina, sostanza che a partire dagli anni ottanta (periodo in cui, secondo alcuni, sono stati gettati i semi della crisi economica attuale) è stata la sostanza privilegiata del mondo della politica, della finanza e dei “brokers” attivi in borsa.
Ora, se determinate persone che hanno già in partenza un particolare bisogno di acquisire potere ed influenza raggiungono certi livelli di importanza avranno anche una fortissima paura di ritornare allo stato iniziale di impotenza e disvalore che provavano precedentemente (si, perché il lato oscuro di questi comportamenti narcisistici e maniacali non è altro che la depressione) e faranno di tutto per mantenere lo stato di esaltazione che hanno raggiunto, e per farlo uno dei modi migliori è quello di ricorrere alle sostanze stupefacenti che hanno la capacità di far dimenticare il fatto che il potere ed il successo raggiunti non sono altro che una illusione che può cadere da un momento all’altro e che, soprattutto, impediscono di provare un minimo senso di responsabilità nel momento in cui si compiano azioni eticamente scorrette in nome del proprio successo personale.
In base a ciò che ha rivelato uno psicoterapeuta newyorkese che ha in terapia diversi broker di Wall Street pare che l’uso di cocaina (ma anche di prostituzione di lusso) sia molto frequente e addirittura favorito dalle dirigenze delle agenzie finanziarie; pare quindi che non solo la mentalità del tutto e subito in barba agli altri sia presente ma addirittura favorita, infatti solo una persona con un delirio di grandezza e che è incapace di tenere conto degli altri può spingersi fino al punto di raggiungere l’autodistruzione pur di creare profitto.
Ora, a voler guardare le conseguenze provocate dall’abuso di cocaina si trovano dei punti in comune con questa mentalità: usando la cocaina il soggetto si sente proiettato nella vita con una forza ed una “padronanza” straordinarie; da qui nasce l’euforia, uno stato di potere senza confini, di sicurezza vittoriosa verso il mondo. Da questa visione squilibrata si originano però anche aspetti negativi legati alla realtà; la paura verso un mondo troppo pressante, la competitività all’ennesima potenza che provoca sospetto verso gli altri, la consapevolezza che la realtà è troppo grande per controllarla tutta. Da queste crisi che sono sempre sottintese nell’abuso di cocaina si generano agitazione psicomotoria, l’aumento dell’aggressività, la paranoia ma anche la depressione.
In estrema sintesi l’uso di cocaina rinforza alcuni tratti di personalità come l’aggressività, l’egocentrismo ed il narcisismo ed aumenta la possibilità (sulla scia dell’onnipotenza) di attuare comportamenti a rischio sia per sé che per gli altri.
Nel momento in cui l’abuso si trasforma in cronicizzazione il soggetto non può più fare a meno dello stato di espansione del sé, dell’euforia e del potere; si innesca così uno stato paradossale: da un lato il consumo porta a percepire la caduta dell’illusione di potenza (a causa dell’emergere delle paure), dall’altro cerca di mantenere a tutti i costi l’illusorietà di una euforia ed una espansione di sé che non hanno basi concrete su cui basarsi.
Il problema è, tornando a noi, che cercare di mantenere una illusione di profitto infinito e di crescita illimitata non ha fatto altro che portarci un po’ più vicini all’orlo del baratro; se la situazione psicologica di molti di coloro che fanno politica o fanno finanza è davvero questa si perdono in partenza le prospettive per un miglioramento della situazione economica perché nulla può essere costruito da chi è capace di distruggere tutto pur di mantenere una illusione.
Certo questa è solo una riflessione, forse scontata, forse addirittura allarmistica, ma sicuramente un po’ di attenzione anche agli aspetti psicologici alla base dei fatti appare sempre più necessaria e potrebbe aiutare ad evitare il solito ripetersi degli eventi cercando di lavorare sulle cause che li provocano.

domenica 19 febbraio 2012

Carnevale tempo di Caos: la maschera e la sua funzione psicologica

In questi giorni siamo in pieno periodo carnevalesco; il carnevale ha la funzione, nella nostra cultura, di liberarci almeno per alcuni giorni delle regole della vita quotidiana e di sperimentare una parte di sé più libera e giocosa. Ad esso si accompagna la maschera, che invece ha il compito di dare una forma specifica a questa parte di sé, di rappresentarla. Pur essendo dei festeggiamenti che hanno un valore prettamente sociale, la loro antichità ci dice anche che essi simbolizzano anche dei processi psichici profondi legati alle fasi di cambiamento della nostra personalità.
Il carnevale è sempre stato l’unico periodo durante il quale era possibile sovvertire l’ordine prestabilito e rovesciare le certezze di tutto un anno; e lo è stato sempre da tempi antichissimi.
Sembra che questo tipo di festeggiamenti esistesse già ai tempi delle popolazioni mesopotamiche ed egizie; un periodo in cui i padroni diventavano servi (come poi sarà anche al tempo dei romani) oppure le persone indossavano maschere (già nell’antico Egitto).
La maschera ed il carnevale sembrano essere elementi indissolubili a partire dagli albori della civiltà; e c’è un motivo anche per questo, un motivo squisitamente simbolico che li lega e che, essendo lì da tempi immemorabili, ci dice qualcosa di quello che si muove nell’anima più antica degli uomini.
Un breve accenno al significato del carnevale: i festeggiamenti improntati al sovvertimento dell’ordine costituito e delle regole sociali vanno a rappresentare, a livello culturale, il caos da cui è nata la civiltà, nel suo percorso dal disordine all’ordine. Questo particolare motivo lo si può ritrovare in tutte le civiltà, in tutte le cosmogonie c’è una qualche divinità che crea l’universo dal caos primordiale; ecco quindi che il carnevale non fa altro che riproporre questo motivo originario nelle diverse culture e nei diversi tempi. Ora, questo principio è valido anche a livello psicologico; la nostra personalità si “forma” partendo dall’informe, dal caos. In questo senso il carnevale è un po’ una rappresentazione della nostra origine, l’assenza di forma, di regole e di contenimento di alcun tipo.
Ma dopo il carnevale tutte le regole tornano, la normalità e la civiltà riprendono piede; e questo avviene anche dentro di noi, sempre ad un momento di confusione segue il ritorno dell’ordine, di un nuovo ordine che nasce dalla trasformazione di quello vecchio che è causata dal momentaneo caos; insomma, la personalità si rimette in discussione e cambia, si modifica.
Ed è qui che entra in ballo il concetto ed il significato della “maschera”; Jung prende a prestito dal latino il termine Persona (che appunto significa maschera, in genere la maschera dell’attore) per descrivere quella parte della nostra personalità che si fa carico di rappresentarci al mondo esterno. La Persona, la nostra maschera, è l’attitudine a mostrarci a seconda del contesto in cui ci troviamo; è quella “funzione psichica” che ci “trasforma” per esempio in campioni di romanticismo quando siamo col partner per poi “trasformarci” in persone serie ed autorevoli al lavoro. È grazie alla funzione “persona” che sappiamo mostrare al mondo diverse parti di noi, e di adeguarle alla situazione; in qualche modo tramite questo aspetto psichico potremmo riuscire a vivere completamente tutto ciò che abbiamo dentro ed a farlo senza prevaricare gli altri.
Ma come si lega tutto questo al caos carnevalesco?
Dunque, si può aggiungere che la nostra crescita parte da un disordine iniziale e che per crescere abbiamo tutti bisogno di decidere quello che vogliamo essere, spesso lo facciamo per adeguarci alle situazioni esterne, mettendo una maschera appunto, e questo ci permette di resistere agli urti della vita; questa funzione ci rende cioè più “duri” e “compatti”. Per fare un esempio un bambino piccolo non sa ancora bene chi è (una specie di piccolo caos), lo scoprirà nel tempo e quando crescerà potrà dire “io sono così e così…”, nel frattempo inizia a definirsi in base allo sguardo dei suoi genitori, in base alle loro aspettative; potremmo dire in base alle maschere che il padre o la madre gli fanno indossare quando ancora lui non ne ha una propria.
Questo vuol dire che la funzione psicologica che Jung chiama Persona è una maschera che ha, tra gli altri, lo scopo di far emergere dall’indifferenziato, nel tempo, quello che noi siamo veramente e di rappresentarlo; ed è così che si potrebbe spiegare il legame di maschera e carnevale nella coscienza collettiva: se il carnevale è il caos, la maschera rappresenta quel minimo di struttura che ci impedisce di sprofondarci dentro.
Ogni volta che esiste un disagio psicologico la personalità crolla di nuovo nel caos, nell’assenza di regole. Questa è una crisi che serve per mettere in discussione un vecchio adattamento alla vita quando non serve più e si rivela obsoleto, che ormai non ci rappresenta più; dalla crisi la struttura psichica rinasce dalle proprie ceneri come trasformata; come dire che nulla è cambiato ma contemporaneamente ogni cosa ha cambiato forma, ha cambiato cioè la maschera tramite la quale si manifesta e dalla quale è meglio rappresentata.
Il ritorno al caos non è qualcosa da biasimare, anzi è fondamentale per diventare persone nuove e più mature, per cambiare il modo in cui vediamo noi stessi ed in cui ci vedono gli altri.
La maschera però, oltre ad avere lo scopo di far emergere la nostra individualità ha anche una funzione difensiva.
Di solito in questi momenti di messa in discussione abbiamo più bisogno che mai di una maschera provvisoria che ci dia l’idea che non ci siamo “sfasciati” del tutto; abbiamo necessità di qualcosa che leghi la nostra personalità affinchè non rischi realmente di sprofondare in un caos da cui potrebbe non uscire; e questo è un altro significato della maschera. Spesso questa maschera provvisoria e difensiva è rigida, spesso essa stessa ha la forma della nevrosi, ma nonostante ciò è l’unica cosa che fa sentire di essere ancora una entità coesa.
Nel momento in cui si esce dallo stato di caos però la maschera cambia, diventa più flessibile, quasi camaleontica, e si presenta come uno degli elementi psichici che più di altri può aiutarci ad entrare in rapporto con il mondo (tanto interno a sè quanto esterno) senza che questo contatto crei problemi eccessivi; rappresenta quindi un fattore di adattamento sano.
Così, come la maschera ci accompagna dal caos di carnevale all’ordine, nello stesso modo, nel suo corrispettivo psicologico, ci accompagna dal caos della nevrosi all’ordine di una personalità armoniosa ed  equilibrata e ci aiuta a esprimere la parte più vera e profonda di noi.

martedì 14 febbraio 2012

San Valentino tra significato e psicologia

 Oggi è San Valentino, festa degli innamorati, festa delle “unioni” legate dall’amore; ma da dove deriva questa festività e cosa potrebbe comunicarci, quale potrebbe essere il suo “senso”?
San Valentino è il patrono di queste unioni, e questa tradizione pare legata al fatto che tra le opere che ha compiuto in vita alcune fossero legate alla capacità di riconciliare gli innamorati ( per citarne uno pare che alla vista di due fidanzati che litigavano decise di interromperli e fargli volare intorno coppie di piccioni che manifestavano atteggiamenti amorosi, riuscendo a riconciliarli).
Oltre a questo però non bisogna dimenticare, a livello storico, il fatto che la religione cristiana tendeva a sovrapporre nuove feste a quelle pagane più antiche, e per fare ciò queste ultime venivano trasformate e spesso edulcorate; infatti la festività cristiana di San Valentino corrisponde ai Lupercalia dei romani; festività che erano legate ai riti per la fertilità.
I primi cristiani quindi sostituirono il rito della fertilità con quello dei sentimenti, spostando l’accento dall’aspetto fisico a quello sentimentale del legame di coppia; cosa sicuramente più in linea con il pensiero cristiano.
Ma cosa erano i Lupercalia? Queste feste avevano un doppio significato per i romani;
  • da un lato rappresentavano dei riti “beneaugurali”, proprio nel periodo di febbraio infatti c’era maggio rischio che, essendo alla fine dell’inverno, i lupi (lupercalia dal latino Lupus) ormai stremati dalla fame, uscissero dai boschi per aggredire le greggi e uccidere il bestiame;
  • dall’altro lato (e qui entra in ballo il rito della fertilità) essendo essendo appunto la fine dell’inverno, si cercava di propiziarsi il ritorno della primavera, quindi la rinascita; pare che si colpissero le donne che desideravano restare incinte con delle strisce di pelle di ariete, simbolo di fertilità, a simboleggiare l’intervento della potenza della natura che tramite la sferzata sulla pelle della donna poteva renderla fertile; queste “frustate” simboliche venivano inflitte da uomini che correvano per le città vestiti appunto con pelle di caprone.
Fino a qui la derivazione della festa; due principali significati quindi, protezione e fertilità, che possono essere uniti per darne il senso, che è quello che ancora oggi troviamo nella festività degli innamorati.
L’aspetto della fertilità è quello che può essere individuato per primo; al di là della feritilità sessuale, un rapporto di coppia è sempre, da un punto di vista sentimentale, “fertile”, nel senso capace di rinnovarsi, di ri-generarsi e trasformarsi, di morire in un modo per rinascere con uno sguardo differente e nuovo. Ma un senso “nuovo” è anche fragile, debole ed indifeso; da qui il senso della “protezione”, difesa da quegli affetti che possono “smembrare”, separare la coppia ed il sentimento che li unisce. Non per niente l’etimologia del temine Lupo deriva da “smembrare” “dilaniare”; in questo senso proteggere le pecore (animali da branco, uniti per eccellenza) dal lupo significa proteggere una unione nel suo nascere o nel suo rinnovarsi dalle tendenze distruttive della psiche che albergano in ognuno di noi.
Ma si può ancora andare avanti su questa ipotesi; simbologicamente la pecora, anche nei sogni, va a rappresentare la tendenza a restare inconsci, a rimanere legati al gruppo ed ai suoi luoghi comuni; l’animale da branco non indica altro che la nostra tendenza (o la paura?) ad emergere dal gruppo ed affrontare le insicurezze. Nel nostro contesto però la protezione del gruppo, delle tendenze della società, è funzionale e positiva; un rapporto d’amore che nasce o si trasforma ha innanzitutto necessità di essere protetto; ha la necessità di restare ancora un pò inconscio, nella penombra; e forse è questo il motivo per cui San Valentino è anche una festa di luoghi comuni; per esempio può diventare una maschera dietro alla quale si cela un rapporto di coppia che non va più ma che, se vogliamo rinnovare, deve essere sopportato nell’attesa del momento migliore per fargli prendere una strada diversa; in questo caso la “maschera”, la “consuetudine” fa prendere tempo per non distruggere le cose troppo presto. Viceversa può essere che la coppia sia nuova, che ancora non ha affrontato le divergenze; allora la consuetudine diventa un modo per non “fasciarsi la testa prima di sbatterla”, un modo per dimenticare la razionalità e muoversi sulle ali del sentimento. Non per niente una ulteriore origine del termine Lupo è quella di “luce”, la luce del pensiero razionale che a volte va messa da parte per non mettere a rischio un sentimento che nasce.
Allora San Valentino è proprio questo; una occasione per riscoprire i sentimenti che legano le persone, un momento durante il quale poter, fosse anche per un giorno, dimenticare pensieri e preoccupazioni che negli altri giorni minano la serenità dei rapporti per riscoprire sentimenti più profondi e, perchè no, più ingenui ma non per questo meno veri.
Buon San Valentino a tutti.

sabato 28 gennaio 2012

Chi ha paura dei Trent'anni?

Pare che sempre di più l’età compresa dai 30 ai 40 anni sia considerata particolarmente critica; si scrivono libri sui trentenni di oggi, una specie di nuova generazione allo sbando; in realtà la crisi dei 30 non rappresenta una novità esclusiva degli ultimi anni, ma è una crisi naturale all’interno della crescita umana e come tale rappresenta una soglia che va oltrepassata per aprire le ulteriori porte della vita.

In via generale l’età adulta può essere divisa in 9 periodi ognuno dei quali comporta impegni, cambiamenti ed obiettivi specifici da raggiungere, in seguito sono riportati i primi 6:
1) 22-28 anni, l’inizio dell’età adulta, periodo durante il quale si fanno importanti scelte professionali ed affettive; si sceglie un partner con cui si decide di costruire un futuro, ci si inserisce nel mondo del lavoro ed in via generale si cerca di realizzarsi, di individuare le basi sulle quali costruire il proprio progetto di vita.
2) 28-33 anni, il passaggio dei 30 anni; all’interno di questa fase si cerca di consolidare  e completare le scelte fatte in precedenza.
3) 33-44 anni, la piena maturità, il compito di questa fase è quello di rendersi completamente autonomi, essere coerenti e responsabili verso le scelte precedentemente effettuate.
4) 40-45 anni, la transizione verso l’età di mezzo, è l’età dei bilanci tramite i quali si cerca di capire se si è stati capaci di realizzare il progetto da cui si era partiti e nel caso si cerca di cambiare la propria vita modificando il progetto iniziale.
5) 45-50 anni, l’inizio dell’età di mezzo, in questa fascia di età possono avvenire profondi cambiamenti in campo affettivo o professionale determinati dalle riflessioni della fase precedente, può cambiare il modo in cui ci si relaziona con gli altri. Il bilancio esistenziale può portare ad una spinta positiva a migliorare la propria vita oppure possono provocare pessimismo, rimpianti e senso di fallimento.
6) 50-55 anni, fase di transizione dei 50 anni durante la quale si sperimentano nuovi progetti ed una nuova visione del mondo.

Osservando le varie fasi si può notare come il problema dei trent’anni non è tanto il loro preciso scoccare né i possibili bilanci, questi infatti appartengono generalmente ad una fase successiva; a trenta, trentacinque anni non si parla di valutazioni di ciò che si è realizzato; il problema è rappresentato dalla coerenza o meno del progetto di vita individuato per sé; in sintesi la domanda che ci si pone è se si vuole davvero quello che si desiderava prima e, soprattutto, il dover adeguare il progetto alla realtà; tutto questo richiede una notevole flessibilità che non sempre è possibile a 30 anni. La flessibilità è proprio la questione principale; passate le utopie e la visione rosea sul mondo ci si accorge che esso non è necessariamente come noi lo vorremmo e che nel realizzare i propri desideri bisogna tenere conto delle sorprese che può farci.
Oggi in particolare la questione è più spinosa che mai anche a causa dei cambiamenti sociali; viviamo in un momento storico caratterizzato dalla precarietà, del lavoro, degli affetti e di chissà quant’altro e questa incertezza (che potremmo anche definire un ventaglio di possibilità superiore alla nostra capacità di valutazione) rende difficile raggiungere l’obiettivo di questa fase, la coerenza delle scelte.
A tutto questo si dovrebbe aggiungere che intorno ai 35-40 anni prende il via con prepotenza quello che Jung chiamava “percorso di Individuazione”, quel momento in cui si valuta ciò che si è realizzato in precedenza e da cui parte una realizzazione di sé in senso più “spirituale” che concreto. Parafrasando significa che è proprio in questo momento che si decide cosa si vuole dalla vita e quello che sarà il proprio originale ruolo nel mondo.
Originalità può essere una ulteriore parola chiave affiancata ad un altro termine, socialità.
Se da un lato si consolidano le proprie scelte, o almeno ci si prova, ci si chiede se tutto ciò corrisponde a sé, al proprio essere. La socialità fa la sua comparsa nel momento in cui ci si domanda quanto il proprio progetto sia “personale” e quanto sia stato in qualche modo influenzato dalla cultura in cui si vive, o quanto l’individualità degli altri (anche quelli compresi nel progetto) mette i bastoni tra le ruote al progetto fatto ed al suo consolidamento; e allora ecco tante domande; davvero voglio una famiglia? Davvero è questa la persona che voglio al mio fianco? Davvero voglio essere single? Davvero amo questo lavoro? Davvero mi piace vivere alla giornata? Davvero amo questa routine? E chi più ne ha più ne metta fino alla domanda ultima; ma sono io che sono sbagliato o lo sono tutti gli altri, a partire dal partner o dai colleghi di lavoro?
E aggiungendo domande su domande si entra in crisi e si vive in stato di conflitto con se stessi e con il mondo. Montano dentro l’incertezza e l’insofferenza, aumenta il nervosismo, ci si chiude in sé oppure si attaccano gli altri, arrivano l’ansia e la paura nei confronti della propria vita e la sensazione di essere ad un vicolo cieco che fa venire voglia di scappare.
Il risultato di questa catastrofe è che si finisce per pensare in una modalità aut-aut, o una cosa o l’atra, o io o gli altri; allora abbiamo le fughe, dalle relazioni come dal lavoro, per continuare poi a procedere di partner in partner e di lavoro in lavoro fino a ritrovarsi ancora insoddisfatti nell’intimo; oppure, viceversa, abbiamo la cristallizzazione delle nostre relazioni e del lavoro, dove non appare mai un alito di novità non tanto per paura del cambiamento quanto per resa definitiva, per ritrovarci alla fine in preda al vuoto di senso ed alla monotonia.
Eppure proprio nella domanda si trova la soluzione; basta provare a guardare la situazione da un’angolatura diversa. Nel momento in cui la propria individualità e quella degli altri entrano in conflitto l’unica soluzione è la sintesi; si potrebbe dire che è arrivata l’ora di capire quale è la propria “missione”, ossia capire cosa Io posso dare al mondo; ed è proprio questo l’obiettivo di questa crisi, sensibilizzare il singolo verso il mondo che lo circonda; l’apparente conflitto si risolve con una pace in cui la propria originalità dona qualcosa di sé a ciò che la circonda.
Questo vuol dire riuscire ad essere creativi, a pensare che le proprie esperienze di vita non devono essere solo risolte e portate a termine ma anche scambiate e comunicate, entrando nell’ottica che ciò che si vive in prima persona può portare difficoltà ma anche favorire l’intrecciarsi di vite e di esperienze, perché la vita si crea “vivendola” e non solo “risolvendola” e “consolidandola”.

domenica 25 dicembre 2011

Il Presepe e la rinascita della luce interiore

Guardando un po’ più approfonditamente il presepe che tutti abbiamo in casa in questi giorni viene da notare che non sono presenti solamente elementi radiosi e positivi; c’è la notte, quella del solstizio d’inverno, la più lunga dell’anno, il freddo, personaggi poco raccomandabili come ubriaconi ed osti, altri un po’ ottusi come i pastori addormentati fino ai mercanti avidi; eppure tutto questo non è in realtà una nota stonata.
Il presepe infatti è la celebrazione della rinascita della luce nuova che in tutte le tradizioni religiose del mondo è ostacolata da ciò che è vecchio e stabilizzato; facendo un parallelo con la nostra psiche si potrebbe dire che ciò che di nuovo abbiamo in mente, progetti, cambiamenti di vita o modifiche nello sguardo verso il mondo sono all’inizio molto fragili; spesso i vecchi adattamenti della personalità non vogliono lasciargli il posto, altre volte la luce nuova rischia di illuminare parti di noi che non vorremmo vedere e che desiderano restare al buio. Tutto questo buio che osteggia la luce lo possiamo vedere rappresentato nel presepe; addirittura in alcune tradizioni vengono aggiunti diavoli o insetti insieme agli altri personaggi classici; anche l’oste già citato è un simbolo del demoniaco tentatore, in Austria si mette lo spazzacamino, immagine di colui che invade l’intimità con la sua nerezza.
Passando all’opposto di ciò che siamo soliti vedere nel presepe si potrebbe affermare che tutte le forze più oscure ed inconsce si siano date appuntamento per frenare la nascita del bambino Gesù, colui che riporterà la luce nel mondo.
Il bambino che rinasce ogni anno rappresenta l’archetipo dell’eterno ritorno, che concentra le energie psichiche necessarie per la trasformazione; e questa nascita avviene sullo sfondo buio della notte più lunga dell’anno, nel suo momento più profondo, la mezzanotte e nel luogo più scuro, la grotta.
La nascita nella grotta evoca il viaggio negli inferi proprio di diverse culture, probabilmente di tutte, e simbolizza la discesa nelle profondità inconsce della propria psiche interiore.
Il buio delle profondità della mente è abitato da energie forti, a volte regressive, capaci di osteggiare il cambiamento cosciente fino a dimostrarsi distruttive. È l’eterna lotta fra l’inconscio e la coscienza che porta luce ed illumina le parti più nascoste di noi, quegli aspetti che sotto sotto vorremmo tenere segreti anche a noi stessi; sono quelle forze, pur sempre nostre, che paradossalmente effettuano resistenza ai cambiamenti in meglio, inclini a differire scelte ormai mature ma impegnative da sostenere; sono quelle parti che vogliono a tutti i costi mantenere lo “status quo”.
Mentre in una parte oscura e profonda della psiche si preparano cambiamenti radicali e salti di coscienza, altre parti dell’individuo indugiano nel compiacimento di qualità già acquisite e rassicuranti; è questo che rappresentano le miniature delle osterie, l’oste o gli ubriachi, figure che spesso compaiono nei presepi; ancora di più l’obnubilamento della mente si palesa nelle figure di pastori addormentati, quelli che non sentono la chiamata interiore al cambiamento.
Spesso le nostre abitudini affermate e date per scontate sono quelle che noi abbracciamo nella società, accettate da tutti e per questo rassicuranti al massimo livello; e nel momento in cui viene l’ora della “nascita”, l’ora di esprimere la propria individualità più originale, sorge la paura che quella cultura che ci ha sempre sostenuto possa essere contraria al nostro nuovo stile di vita e di conseguenza escluderci e toglierci il sostegno; questo per esempio è il motivo per cui si trovano tante pecore nelle rappresentazioni del presepe. La pecora ci dice la Von Franz, rappresenta l’uomo-massa, indicano quelle parti della personalità che necessitano di essere orientate e guidate da una funzione psichica che gli faccia da guida; i pastori appunto.
Nonostante ciò sono proprio gli animali del presepe a fungere da mediatori tra il nuovo che nasce e l’oscurità che vuole impedirlo; se il Bambino è la luce della coscienza che illumina, la luce della conoscenza di noi stessi, e se i vari personaggi negativi sono quelle forze che vogliono lasciarci così come stiamo pur di non soffrire uno sforzo, allora gli animali, quelli domestici, rappresentano una via di mezzo tra i due, rappresentano si gli istinti inconsci ma sono addomesticati, quindi simbolizzano gli impulsi di cui siamo coscienti e che permettono di avvicinarsi a quelli più selvatici al fine di gestirli meglio e di salvaguardare la vita del nuovo che nasce. Non per niente il bue e l’asino sono tra le figure che più di altre partecipano alla nascita e che con il loro fiato impediscono che il Bambino Divino muoia di freddo.
E così salvano il desiderio nascosto in ognuno di noi di esplorare nuovi mondi, di fare progetti, nuove esperienze, di sviluppare nuove attitudini, senza neanche preoccuparci troppo di ciò che ne pensa la cultura imperante.
Questo Bambino appena nato e così fragile ci fa capire quanto i nuclei della personalità cosciente appena affiorati, le nuove consapevolezze di sé o del mondo, siano precari e vadano difesi con forza e realizzati nonostante la loro fragilità; allude all’ingenuità di buoni propositi non ancora attuati, alla precarietà di neonati sogni di gloria che attendono la prova dei fatti.
Jung chiamava questo archetipo “Puer Eternus”, bambino eterno, tanto fragile ma con tanta forza dentro di sé da poter cambiare il mondo, amante del nuovo, giocoso, esuberante e dinamico, idealista e visionario, creativo e trasformativo; possiede tutte le caratteristiche essenziali per intraprendere un’esperienza nuova, per affrontare una rivoluzione personale, per realizzare un’innovazione nella propria esistenza.
Così nel presepe tutte le figure sembrano esistere in sua funzione ed ognuna personifica atteggiamenti e funzioni essenziali per riformulare la propria soggettività ogni volta che un’esperienza di vita ha fatto il proprio tempo e chiuso il proprio ciclo.
Così Maria si fa interprete di un aspetto femminile mentale più che fisico, legato alla perseveranza ed all’intuizione di portare avanti un progetto più grande di lei; senza la sua forza nulla potrebbe nascere; nulla può svilupparsi in un’ottica di vita deputata all’esclusivo momento presente ed alla leggerezza delle scelte.
Così Giuseppe è una figura capace di mettersi da parte, una istanza psicologica di stampo maschile e paterno che piuttosto che affermare il suo potere si scosta per dar spazio alla nascita del bambino; questo fa comprendere come non ci si può rinnovare senza essere capaci di mettere da parte quello che abbiamo di certo e di sicuro, tra questo le regole del vivere sociale.
Così gli animali domestici, portatori dell’aspetto “carnale” ed istintivo ma non selvaggio della vita; come a dire che se non si seguono gli impulsi nulla può rinnovarsi davvero, perché qualunque progetto di cambiamento resti solo nella testa e non si bagni alla fonte delle emozioni e della passione come della sofferenza non può riuscire ad essere tanto testardo da realizzarsi.
L’aspetto più grande di tutta la rappresentazione della Natività si trova però nella sua capacità di mutare forma nel passare dei secoli; questo è testimoniato dal fatto che nessun presepe è uguale all’altro, che cambia a seconda dei luoghi e delle tradizioni. Porta cioè un messaggio che pur essendo vecchio quanto l’uomo resta sempre attuale e capace di rinascere in luoghi e culture differenti; questo per capire che se l’esperienza del nuovo che nasce dentro di noi appartiene a tutti, si rivela davvero “novità” solo nel momento in cui lo facciamo davvero nostro e gli diamo la forma del nostro lavoro per esso.

venerdì 23 dicembre 2011

Stress Natalizio

Il Natale, la festa più sentita, amata e attesa dell’anno, si è da tempo trasformata in qualcosa di molto diverso rispetto a quel periodo davvero magico di quando eravamo bambini. È tutto uno stress; tra regali da comprare, auguri da inviare, parenti da andare a trovare e cenoni da organizzare, più che una festa sembra un lavoro, un impegno a tempo pieno che comincia ad occupare gran parte delle nostre energie fisiche e mentali fin da novembre, con l’apparire in Tv dei primi spot di panettoni e pandori. Ci si trova ad avere anche a che fare con abitudini che magari non abbiamo mai sentito veramente nostre, che avremmo cercato di sfuggire per poi magari sentirci in colpa….e aumentare lo stress.
Stress da regalo
A fronte delle svariate tradizioni sopra elencate la conseguenza naturale è la frenesia da acquisto che si sviluppa proprio in questi giorni, l’acquisto del cibo per pranzi e cenoni ma, soprattutto, per l’acquisto dei regali. I regali di Natale più che momento gioioso e di condivisione per la maggior parte degli italiani sembrano essere una vera e propria fonte di stress, tra corse dell’ultimo minuto, indecisione su cosa acquistare e su quanto spendere. Sembra che siamo capaci di percorrere 15 km al giorno tra passeggiate e spostamenti con i mezzi pubblici e di dedicare circa 7 ore allo shopping natalizio ed alla ricerca del regalo ideale. Sembra strano ma è così; il Natale non è solo gioia e voglia sana di donare qualcosa, le festività di fine anno sono da più parti anche viste come ansia da regalo che si manifesta con l’irrefrenabile bisogno di acquistare il dono, di sceglierlo con cura ma al contempo vivere la scelta con quel minimo o massimo di insoddisfazione certi del fatto di non aver potuto operare la scelta giusta. A Natale inoltre si litiga anche con il partner per la scelta del regalo da fare, troppo caro per uno, inutile per l’altro e poi il Natale è anche il momento dell’anno in cui forse più che mai ci si rende conto di come spesso si guadagni troppo poco per riuscire a dare sfogo alla propria smania di regalare e non essere da meno nei confronti degli altri.
Le attese sbagliate generano lo stress di Natale
Queste abitudini non possono non generare stress; ma è davvero colpa del Natale? Non sarà che ad aumentare lo stress ci sono soprattutto una serie di aspettative sbagliate? Prima di tutto la voglia di sentirsi i migliori, quelli che hanno azzeccato il regalo giusto, capaci di stupire, di donare felicità. Ma anche quella di non deludere le aspettative altrui, di non fare gaffe o brutte figure. Il regalo di Natale allora diventa un dovere, un oggetto attraverso cui ci si sente misurati, analizzati, valutati; insomma, uno stress. Perdendo tutta la sua valenza divertente, piacevole, romantica, il regalo di Natale diventa sono una fonte di ansia, persino di sensi di colpa.
Come allontanare lo stress di Natale
Innanzitutto potrebbe essere utile cambiare le aspettative e, di conseguenza, i nostri comportamenti. Se il regalo esprime affetto non è necessario farlo per dovere; abbandonando i sensi di colpa si potrebbe decidere di fare regali a chi davvero desideriamo farne. Nella stessa ottica è possibile limitare il budget di spesa, perché l’importante è far sentire la propria vicinanza affettiva, non stupire con gli effetti speciali.
Secondariamente bisognerebbe programmare gli acquisti per tempo, evitando corse all’ultimo minuto; in questo senso è utilissimo dividersi i compiti e scegliere con cura i “compagni di shopping”, in base ad abitudini e gusti onde evitare litigi e discussioni. E se non si riesce comunque a pianificare tutto va ricordato che il 24 dicembre i negozi sono aperti fino al pomeriggio. A tutto si potrebbe anche aggiungere che i regali si possono anche pianificare, almeno qualcuno, via internet.
Infine l’ultima tendenza che arriva dagli esperti per superare indenni la prova regalo si chiama “shopping break”, ovvero la “pausa da acquisto”, cioè il momento in cui staccare la spina dalla maratona regalo, per ragionare, fare il punto della situazione e ricaricare le batterie per individuare il regalo giusto. Questo almeno è quanto emerge da uno studio di una agenzia di marketing italiana, promossa grazie al coinvolgimento di 120 esperti di regali: direttori e responsabili di negozi, commessi, consulenti e personal shopper, oltre a psicologi, medici, sociologi e personal trainer per capire come affrontare lo stress da regalo.
Lo shopping break è una vera e propria pausa d’acquisto, in cui rigenerarsi, fare il punto della situazione, pianificare le scelte giuste e dare spazio al confronto ed alla selezione di ciò che si è già visto e di ciò che c’è ancora da vedere. Un momento in cui rifocillarsi con una bevanda calda o un aperitivo: il tutto per non far diventare un tormento il momento dell’acquisto.

Sommando il tutto si può concludere che esiste una sola regola giusta per eliminare lo stress di Natale: spezzare le abitudini e fare ciò che si sente davvero.